Amy O’Neill – Dura mater

Genova - 09/10/2015 : 28/11/2015

Mostra personale

Informazioni

  • Luogo: PINKSUMMER - PALAZZO DUCALE
  • Indirizzo: Piazza Giacomo Matteotti 28r - Genova - Liguria
  • Quando: dal 09/10/2015 - al 28/11/2015
  • Vernissage: 09/10/2015 ore 18,30
  • Autori: Amy O’Neill
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: dal martedì al sabato, dalle 15.00 alle 19.30.

Comunicato stampa

pinksummer: “Dura-mater” è il titolo che hai dato a questa tua seconda personale da pinksummer. La Dura-mater (hard mother/ madre dura) è, con la pia mater e l’aracnoide, una delle tre meningi che proteggono il cervello e il midollo spinale. La Dura-mater, la più esterna delle tre membrane, è una sorta di fodera tenace e elastica di colore cinereo/argenteo che ripara meccanicamente il midollo spinale fino alla base della colonna sacrale, mentre in alto, nella cabina di comando del sistema nervoso, attraverso un prolungamento denominato falce, separa l’emisfero destro da quello sinistro del cervello


Il nome Dura-mater, rispetto alla più superficiale delle meningi, è riconducibile a Stefano di Antiochia, che nel XII secolo tradusse integralmente, dall’arabo al latino, il capolavoro della medicina islamica del X secolo, del fisiologo e psicologo persiano Haly Abbas, devoto a Allah. L’opera, intitolata “Kitab al-Maliki”, in latino fu trasmutata in “Liber Regalis”, perché dedicata dall’autore all’emiro del tempo (in italiano “Libro completo dell’arte medica”, in inglese “Royal book of the medical art”). Stefano di Antiochia chiamò questa meninge spessa Dura- mater, per la sua funzione connettiva dei tessuti, assimilabile ai legami familiari tipo madre e figlio o figlia.
Il tuo lavoro essenzialmente incentrato sulla memoria ha una funzione connettiva rispetto ai tessuti della grande Storia con quella della storia “minuta”, individuale e familiare. La Storia in questo senso appare come una sorta di linea retta costituita da infiniti punti dipendenti l’uno dall’altro, a loro volta illimitatamente frammentabili. Questa tua sensibilità temporale sembra rimandare al concetto deleuziano, riconducibile al mondo classico pagano e in particolare alla teoria cosmogonica stoica, di aion, diverso per essenza dall’idea meramente quantitativa di Kronos. Mentre Kronos è il tempo della nostra quotidianità, una sorta di intervallo astratto tra passato e futuro, l’aion è una specie di passato/futuro, in cui il presente è un limite infinitesimale e pertanto di impossibilità: il presente nella prospettiva temporale di aion è inafferrabile, si trova o in ciò che è passato o in ciò che deve ancora accadere, il presente è sempre in qualche modo schivato. La Storia appare come un evento unico che differisce in ogni punto che non smette di scindersi e moltiplicarsi, una sorta di strana e un po’ morbosa eternità.
In un testo di Bob Nikas intitolato “Memory and displacement in the work of Amy O’Neill’ si legge “Histories, like values, are handed down from one generation to the next, and we inherit the fears and foibles of our parents and grandparents, as they were handed down to them. History, as we’ve come to see, has a habit of repeting itself. 
(Le storie, come i valori, si tramandano da una generazione alla successiva e noi ereditiamo le paure e le fobie dei nostri genitori e dei nostri nonni, come sono state trasmesse a loro. La storia, come si è visto, ha l'abitudine di ripetersi)”.
Ci verrebbe da chiederti cosa ti hanno inoculato i tuoi genitori e i tuoi nonni e forse anche Ronald Reagan, il presidente con il quale sei “cresciuta” (stiamo un po’ scherzando), per trasformare l’attitudine squisitamente ottimista di matrice yankee, che ti appartiene certo, ma come scorza, membrana spessa, per sbucciarla nel modo in cui si sbuccerebbe un frutto maturato fin troppo dentro al canestro in cucina, che all’interno rivela un teatro dell’assenza, della dissoluzione, della distopia, della “rovina al contrario” per entrare nella dimensione di irreversibilità entropica di Robert Smithson. Perché questo titolo?

Amy O’Neill: La combinazione di funzionale e simbolico è un principio operativo fondamentale nell'elaborazione della maggior parte del mio lavoro. Ciò è in parte il risultato delle influenze della zona dove sono cresciuta, la Pensilvania occidentale che ha una ricca tradizione rispetto al mescolare storie apparentemente differenti. Per esempio, la scuola superiore che ha frequentato mio padre ha il volto di John F.Kennedy innestato sulla mascotte, il capo indiano Monacatootha, in omaggio al presidente assassinato. Raccogliere storie della classe media americana e creare un paesaggio dove i ricordi si dispiegano è una forma di sperimentazione che conduco con molto piacere. Un po' come Victor Frankenstein, il personaggio di Mary Wollstonecraft Shelley, nel suo romanzo “Frankenstein o il Prometheus moderno”. Tra l'altro, ho anche un'affinità con le posizioni della Shelley come fautrice dell'idea Illuminista che la società potrebbe evolvere se i capi politici utilizzassero il loro potere in maniera responsabile; fedele comunque anche all'ideale romantico nel credere che un uso improprio del potere potrebbe devastare l'umanità.
Infine, secondo un'altra definizione funzionale, la Dura-mater è quella che circonda e sostiene i seni durali che trasportano il sangue dal cervello al cuore. Una metafora adatta alle nostre complesse e poetiche posizioni di esseri umani.

ps: A proposito di Islam, di Reagan e di Storia intesa come unico evento costituito da migliaia di più o meno piccoli e grandi eventi, collegati tra loro e in grado di frammentarsi all’infinito nelle dimensioni individuali e collettive, siamo in un punto del tempo in cui l’Europa sta maneggiando come può un esodo biblico, dove non manca chi erige confini astratti e concreti di filo spinato, per proteggersi, come se fosse ragionevole, considerando le proporzioni del fenomeno, dietro a un dito. Zygmund Baumann in un recente articolo, ha definito i profughi “walking dystopias”, distopie che camminano risvegliando paure ancestrali. Abbiamo pensato al film del 1978 di Romero “Zombi (L’alba dei Morti, Dawn of the Dead)”, in cui s’immaginavano gli Stati Uniti invasi da morti viventi che trasformavano i vivi in sopravvissuti, mentre la società sprofondava nel caos. Ebbene a proposito di tutto questo ci è venuto in mente l’affare “Iran – Contras Gate”: tra il 1985 e il 1986, all’epoca della guerra Iran/Iraq, alti funzionari militari del governo Reagan (che in seguito godettero dell’amnistia velocissima concessa da George Bush Senior), furono coinvolti in uno scandalo potente. Tramite l’articolo di un giornale libanese, si scoprì che fornivano armi sia all’Iran, prima indirettamente e poi direttamente, che all’Iraq di Saddam Hussein. Con gli ingenti proventi pecuniari della doppia fornitura di armamenti ai due paesi membri dell’Opec, gli Stati Uniti finanziarono azioni di guerriglia e terrorismo in Nicaragua, perché il presidente “cowboy” malvedeva, seppur apparentemente legalmente eletto, il governo sandinista in quanto filocomunista. Nella guerra Iran/Iraq persero la vita un milione e mezzo di esseri umani, in Centro America ci sono stati circa 30.000 morti.
Viene da domandarsi come fa oggi Martin Dempsey, joint Chiefs of Staff, la più alta carica militare negli Stati Uniti, a concludere un’intervista a proposito della massa di profughi che arrivano in Europa, affermando con innocenza a-storica: “Non so dove tutto questo andrà a finire. E quando non riesco a fare previsioni devo preoccuparmi. Stabilità e pace sul continente sono in gioco”.
Abbiamo sempre interpretato il tuo lavoro come una sabbiera “tomba in cui i bambini giocano allegramente” per tirare ancora a mezzo Smithson, in cui i granelli della Storia si mescolano a quelli delle storie, i granelli della cultura “alta” si mescolano al “vernacolare” dell’immensa e profondissima periferia nord americana. Abbiamo sempre interpretato il tuo lavoro come politico e anti/militarista, tutto il tuo percorso, ma stiamo pensando in particolare al tuo rimaneggiamento blasfemo e antipatriottico dei brit-american“Victory Gardens” della Seconda Guerra mondiale. Questa “primavera araba” sfiorita prima ancora di fiorire senza tenere conto nei nessi causali, trasformando in “Walking dystopias” il nostro prossimo, non è un “The Monument of The Passaic”, rovina di ciò che non è ancora, futuri abbandonati, utopie senza fondo?

A.O’N.: Queste sono idee ispirate dal tempo geologico contro lo spazio mentale, una incoerenza tra il senza tempo e il temporale. Per esempio nei nuovi disegni, le immagini di francobolli degli anni Quaranta e Sessanta si sovrappongono alle immagini delle storie di guerra di mio nonno e mio padre con un effetto di contrasto simultaneo e straniamento reciproco. Comunque di fatto per me si tratta di raccontare delle storie piuttosto che di pesante realismo psicologico.

ps: Nel 1973, in un’intervista fatta due mesi prima di morire con Alison Sky, Robert Smithson disse a proposito dell’entropia: “O.K. we'll begin with entropy. That's a subject that's preoccupied me for some time. On the whole I would say entropy contradicts the usual notion of a mechanistic world view. In other words it's a condition that's irreversible, it's condition that's moving towards a gradual equilibrium and it's suggested in many ways. Perhaps a nice succinct definition of entropy would be Humpty Dumpty. Like Humpty Dumpty sat on a wall, Humpty Dumpty had a great fall, all the king's horses and all the king's men couldn't put Humpty Dumpty back together again. There is a tendency to treat closed systems in such a way. One might even say that the current Watergate situation is an example of entropy. You have a closed system which eventually deteriorates and starts to break apart and there's no way that you can really piece it back together again. Another example might be the shattering of Marcel Duchamp Glass, and his attempt to put all the pieces back together again attempting to overcome entropy. Buckminister Fuller also has a notion of entropy as a kind of devil that he must fight against and recycle. (O.K. cominceremo con l'entropia. E' un soggetto che per un po' mi ha preoccupato. In generale direi che l'entropia contraddice l'abituale nozione di una concezione meccanicistica del mondo. In altre parole è una condizione che è irreversibile, è una condizione che muove verso un graduale equilibrio come è suggerito in diversi modi. Forse una bella definizione sintetica dell'entropia potrebbe essere Humpty Dumpty. Come Humpty Dumpty sedeva su un muro, Humpty Dumpty ha fatto una grande caduta, tutti i cavalli e gli uomini del re non potrebbero rimettere insieme Humpty Dumpty. C'è una tendenza a trattare i sistemi chiusi in un modo simile. Si potrebbe anche dire che l'attuale situazione di Watergate è un esempio di entropia. Abbiamo un sistema chiuso che alla fine si deteriora e comincia a andare a pezzi e non c'è modo di poterlo rimettere davvero assieme. Un altro esempio può essere la frantumazione del grande vetro di Marcel Duchamp e il suo suo tentativo di mettere di nuovo insieme i pezzi tentando di vincere l'entropia. Anche Buckminister Fuller ha una nozione di entropia come demone contro cui combattere e reciclare”.
La tua opera ha sussunto questa prospettiva della dissoluzione accelerata e irreversibile in cui il futuro sembra giacere dimenticato e obsoleto nei luoghi non storicizzati senza qualità, che sovvertono ogni principio di causalità e qualsivoglia sequenza cronologica e organizzazione semantica, sono rovine in sé che hanno la struttura processuale di un rito svuotato. Nei nonsites è impossibile contemplare la nozione di forma, come afferrare il presente. Ci parli della tua ossessione per la mise-en-scène: carnevali, zoo, parchi a tema, feste, celebrazioni, parate e dei monumenti temporanei o anti-monumenti che le informano?

A.O’N.: Nel 1967, l'artista Adrian Piper scriveva: “Solo ciò che è intuitivo è davvero illimitato”. Vedo tutta l'arte come un processo fondamentalmente intuitivo, indipendentemente da quanto indirettamente se ne trattasse in passato. In accordo con quest'idea, le “ossessioni” o come mi piace pensarle, le intuizioni, sorgono dalla mia precoce esposizione alle “mise-en-scènes” da bambina.

ps: Cosa presenterai da pinksummer?

A.O’N.: Sulle pareti ci saranno due nuove serie di disegni e stampe basate sulle esperienze di guerra di mio padre e di mio nonno. Tutti eseguiti nel 2015, il primo gruppo, intitolato “Metered Mail”, è una serie di stampe litografiche e di disegni ispirati a un libretto di cartoline illustrate spedito da mio nonno a mia nonna durante l'addestramento ai tempi della seconda guerra mondiale, che è stato conservato da mia nonna per più di 60 anni. Le immagini sono scelte, tagliate e incollate con i francobolli dell'epoca, sulla base dei ricordi che ho dei rapporti con i miei nonni e delle storie che mi sono state raccontate a proposito del coraggio e della resistenza del nonno prigioniero di guerra. Lui personalmente non ha mai parlato della guerra o del tempo passato in un campo di lavoro dopo che fu catturato nel 1944.
Per la serie di immagini "Vietnam or the American War", ho avuto la fortuna di ricevere da mio padre delle foto che scattò mentre era in Vietnam e in licenza negli Stati Uniti nel 1969 circa. Anche questo gruppo incorpora francobolli pubblicati nello stesso anno in cui le foto sono state scattate, ma la giustapposizione è molto più intuitiva perché ci furono pochi riferimenti al Vietnam o supporto pubblico durante quel “conflitto”. Ho scelto di disegnare la maggior parte delle immagini in entrambe le serie con i segni dei timbri della posta obliterata, perché tutte sono datate 1943 o 1969 e le linee ondulate dei contrassegni postali ben rappresentano le onde della memoria. (eccetto per Telegraph che ha il suo proprio sistema di trasmissione integrato nel disegno).
Sul pavimento ci sarà Deconstructing 13 Stripes e Rectangle #8, una scultura progettata e cucita in riferimento alla geometria della bandiera degli Stati Uniti. Ispirato dall'idea dei Victory Gardens, piantati nelle residenze private e nei parchi pubblici degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, la scultura è costruita con sacchi di patate (pane della vita) riciclati e riempiti di sabbia.
Infine, installata sospesa al muro sopra i disegni e aggettante nello spazio, c'è una serie di paraspruzzi da camion fatti di gomma di pneumatici riciclata. Questi paraspruzzi, sono stati incisi con il motivo del cretto di fango. Fungendo da surrogati di bandiere, questa serie prosegue la mia ricerca intorno alla descrizione di stati fossilizzati che si librano nel tempo e nello spazio.

La galleria è aperta dal martedì al sabato, dalle 15.00 alle 19.30.

Pinksummer Palazzo Ducale-Cortile Maggiore Piazza Matteotti 28r 16123 Genova Italy
t/f +39 010 2543762 [email protected]; pinksummer.com

AMY O’NEIL

Dura mater

Opening October 9th 2015, h 6.30 p.m. / end of the exhibition November 28th, 2015

Press release as an interview

pinksummer: “Dura-mater” is the title you gave to your second solo show at pinksummer. The Dura-mater (thick mother) is, together with the pia mater and the arachnoid mater, one of the three meningeal layers protecting the brain and the spinal cord. The Dura-mater, the most external of the three membranes, is some sort of tenacious and elastic ash/silver colored casing, that physically protects the spinal cord until the end of the sacral spine and, up in the cockpit of the nervous system, divides the right hemisphere of the brain from the left one through an extension called falx cerebri (brain sickle).
The name Dura-mater, indicating the most superficial meninx, takes back to Stephen of Antioch, who in 12th century integrally translated from Arabic to Latin the masterpiece of 10th century Islamic medicine, written by the Persian physiologist and psychologist Haly Abbas, a devout Muslim. The work originally titled “Kitab al-Maliki” became “Liber Regalis” in Latin because of its author dedication to the emir of that time (in Italian “Libro completo dell'arte medica”, in English “Royal Book of the Medical Art”). Stephen of Antioch named that thick meninx Dura-mater, for its function of connecting tissues, that can be assimilated to family bonds such as mother and son or daughter.
Essentially focused on memory, your work has the function to connect the tissues of great History to those of microhistory, regarding individuals and families. In so far, History looks like some kind of straight line formed by an infinite sequence of points, depending on each other and in turn limitlessly fragmentable. Your sensibility for time seems to recall the Deleuzian concept of Aion, coming from the classic pagan world, namely the stoic cosmogonic theory, and essentially different from the merely quantitative idea of Kronos. While Kronos is the time of our everyday life, a gap between past and future, Aion is some kind of past/future, where present is some kind of infinitesimal and therefore impossible limit. According to Aion's time perspective, present is elusive, you can find it in what is gone or in what has yet to come, present is always somehow avoided. History appears like a single event that differs in every point, that does not stop splitting and multiplying itself, some sort of weird and a little morbid eternity.
In a text titled “Memory and displacement in the work of Amy Or' Neill”, Bob Nikas wrote “Histories, like values, to are handed down from one generation to the next, and we inherit the fears and foibles of our parents and grandparents, as they too were handed down to them. History, as we've like to see, has to habit of repeating itself”.
We would like to ask you what did your parents and grandparents, and maybe Ronald Reagan too, the president with whom you grew up (we are joking a bit), inoculate you with in order to change your exquisitely optimistic attitude of Yankee origin. An attitude that of course belongs to you, but in form of a rind, a thick membrane, to peel off like that of a fruit that has ripen too much inside the basket in the kitchen and reveals the theatre of absence, dissolution, dystopia, a “ruin on the contrary”, to enter Robert Smithson's dimension of irreversible entropy. Why that title?

Amy O’Neill: Combining the functional and the symbolic is a core operating principal for processing most of my artwork. This is partially a result of the influences from the area where I grew up in Western Pennsylvania; that has a rich tradition of mixing seemingly different histories. For example, the high school where my father attended has the face of John F. Kennedy grafted onto the schools mascot, Indian Chief Monacatootha, in homage to the assassinated president. Collating middle-American stories and creating a landscape where memories unfold is a form of experimentation I take great pleasure in. Not unlike Mary Wollstonecraft Shelley’s character Victor Frankenstein in her novel “Frankenstein” or “The Modern Prometheus” .
Furthermore, I have an affinity with Shelley's positions as a proponent of the Enlightenment idea that society could evolve if political leaders utilized their powers responsibly; however, she also believed the Romantic ideal that misused power could devastate humanity.
Finally another functioning definition of Dura mater is that it surrounds and supports the dural sinuses that carries the blood from the brain to the heart. An apt metaphor for our complex and poetic positions as human beings.

ps: Speaking about Islam, Reagan and History, meant as a single fact constituted by thousands of smaller and bigger events, mutually connected and able to infinitely fragment themselves down to individual and collective scale, we are in a moment of time in which Europe is dealing the best she can with a Biblical exodus, a moment in which some people erect abstract and actual borders made from barbed wire as if it was reasonable to hide themselves behind their mother dress. In a recent article Zygmut Baumann defined the refugees “walking dystopias”, dystopias that by walking wake up ancestral fears. This remind us of 1978 Romero's movie “Zombie (Dawn of the Dead)”, in which he imagined United States invaded by living dead men who turned the alive ones into survivors while society was sinking into chaos. Well, considering all this, it came to our mind the “Iran - Contras Gate” affair: between 1985 and 1986, at the time of Iran/Iraq war, some high rank military officers of Reagan government (who later on enjoyed the immediate amnesty granted by George Bush Senior), were involved in a powerful scandal, generated when the article of a Libanese newspaper revealed that they were furnishing weapons to both Iran, in the beginning indirectly than directly, and Saddam Hussein. With the massive financial income coming from the double weapon supply provided to the two countries members of Opec, United States financed guerrilla and terrorism actions in Nicaragua, as the "cowboy” president did not look kindly upon Sandinista government, because, even though it was legally elected, it sympathized with communism. In the Iran/Iraq war one million of human beings lost their life, in Central America there have been approximately 30,000 dead.
And today we wonder how can Martin Dempsey, joint Chiefs of Staff, the highest military charge in the United States, conclude an interview about the masses of refugees arriving in Europe, by asserting with unhistorical innocence: “I do not know where all this is going to end up. And when I cannot predict the future I should start worrying. Stability and peace in the continent are at stake”.
We have always interpreted your work as a sandbox “a grave in which children play gladly”, to quote Smithson once again, where the grains of History mingle to those of stories, the grains of high culture mingle with the "vernacular" of the endless and deepest North American periphery. We have always interpreted your work as an engaged and antimilitarist kind, your entire research as such, but we are now thinking in particular at your blasphemous an unpatriotic reworking of Brit-American “Victory Gardens” of WW2. The “Arab spring”, withered before blooming without even considering the motives, has turned our neighbors into “Walking dystopias”. Aren't they “The Monument of The Passaic”, ruins of what is still to come, abandoned futures, bottomless utopias?

A.O’N.: These are ideas inspired by geological time versus mental space, a mismatch between the ageless and the temporal. For example in the new drawings, images of postal stamps from the 1940’s and the 1960’s, are collaged onto images of my grandfather’s and father’s war histories and appear to be at cross purposes. But in fact for me are more about storytelling rather than heavy psychological realism.

ps: In 1973, during an interview with Alison Sky made two months before his death, Robert Smithson said about entropy: “O.K. we'll begin with entropy. That's the subject that's preoccupied me for Time loads. On the whole they would say entropy contradicts the usual notion of the mechanistic world view. In other words it's the condition that's irreversible, it's condition that's moving towards the gradual equilibrium and it's suggested in many ways. Perhaps the nice succinct definition of entropy would be Humpty Dumpty. Like Humpty Dumpty sat on to wall, Humpty Dumpty had the great fall, all the king's horses and all the king's men couldn't put Humpty Dumpty back together again. There is the tendency to treat closed systems in such a way. One might even say that the current Watergate situation is an example of entropy. You have the closed system which eventually deteriorates and starts to break apart and there's no way that you can really piece it back together again. Another example might be the shattering of Marcel Duchamp Glass, and his attempt to put all the pieces back together again attempting to overcome entropy. Buckminister Fuller also has to notion of entropy as the kind of devil that he must fight against and recycle”.
Your work has subsumed the perspective of accelerated and irreversible dissolution in which the future seems to lie forgotten and obsolete in unhistoricized places with no quality, subverting every principle of chance and any chronological sequence and semantic organization, they are ruins per se with the processual structure of an emptied ritual. In the nonsites it is impossible to contemplate the notion of for, or to grasp the present. Would you tell us about your obsession for the mise-en-scènes and how do carnivals, zoo, thematic parks, festivities, celebrations, parades and of temporary monuments or anti-monuments inform them?

A.O’N.: In 1967, the artist Adrian Piper wrote: “Only the intuitive is truly unlimited. I see all art as basically an intuitive process, regardless of how obliquely it has been dealt with in the past.” So in agreement with that idea, these “obsessions” or as I like to think of them, intuitions spring from my first exposure to “mise-en-scènes” as a child.

ps: What will you present at pinksummer?

A.O’N.: On the walls will be two new series of drawings and prints based on my father’s and grandfather’s war experiences. All executed in 2015. The first grouping titled, “Metered Mail” is series of lithograph prints and drawings inspired by a cartoon postcard booklet sent from my grandfather to my grandmother while he was in basic training during WW2, and was saved by my grandmother for more than 60 years. The images are chosen, cropped and pasted with stamps from that era based on memories I have of interactions with my grandparents and stories told to me about my grandfather’s bravery and resilience as a POW. He personally never talked about the war or time spent on a work farm after he was captured in 1944.
For “Vietnam or the American War” series of drawings, I was fortunate to be given photographs by my father that he took while over in Vietnam and back on leave in the United States circa 1969. This group also incorporates postage stamps issued from the same year as the photos were taken but are much more intuitive in the juxtapositions as there was little reference or public support for Vietnam during that “conflict”. I chose to draw most of the images in both series with the markings of “metered” or processed mail because all date from the years 1943 or 1969 and the curvy lines of US postal marks aptly represent my idea of memory waves. (except for the drawing Telegraph which has its' own inherent transmitting system).
On the floor will be Deconstructing 13 Stripes and a Rectangle #8, a sculpture designed and sewn referencing the geometry of the United States Flag. Inspired by the idea of Victory Gardens, planted at private residences and public parks in the United States, during World War 2. The sculpture’s construction is recycled potato (bread of life) sacks filled with sand.
And finally installed above the drawings and suspended off the walls into the space is a series of mud flaps made from recycled tire rubber. These Mud-flaps, have been embossed with the pattern of cracked mud. Acting as surrogate flags, this series continues my interests in depicting fossilized states hovering in time and space.


The gallery is open from Tuesday to Saturday, 3.00 p.m.- 7.30 p.m.