Amart. L’antiquariato è a Milano 2026
Comunicato stampa
Torna dal 5 all’8 novembre AMART, la rassegna di antiquariato allestita al Museo della Permanente, a Milano. Per l’VIII edizione si danno appuntamento oltre 60 fra le gallerie più prestigiose del panorama internazionale, per presentare le tendenze del momento. Promossa dall’Associazione Antiquari Milanesi e da PROMO.TER Confcommercio Milano, la mostra si pone come crocevia per collezionisti, studiosi, appassionati di arte e antiquariato che nello storico palazzo della città meneghina, oltre alle tradizionali opere antiquarie, trovano anche moderno, design e arti decorative, riscoprendo le mille declinazioni dell’arte.
Ecco i pezzi forti su cui hanno puntato le principali gallerie.
EBANISTERIA RAFFINATA E SEICENTO PITTORICO DI GUSTO CLASSICO
Allemandi Fine Art, storica galleria di Milano, presenta un Secretaire di Giuseppe Maggiolini (1738 - 1813), ebanista della provincia milanese che si muove fra la tendenza tardobarocca e quella neoclassica, realizzando mobili in cui impiega una vasta varietà di legni, colori naturali, decorazioni a intarsio, su disegni dei maggiori artisti dell’epoca, come Giuseppe Levati e Andrea Appiani. I motivi ornamentali del secretaire sono giocati sulla simmetria, sulla leggerezza degli elementi chiari che si stagliano su fondo scuro, delineando composizioni eleganti, preziose, ricche di dettagli minuti. Che fanno del mobile un pezzo pregiato.
Una proposta pittorica che riporta al Seicento viene dalla meneghina Altomani & Sons, che espone una Madonna con bambino di Giovanni Battista Salvi detto Sassoferrato (1609 - 1685). Il pittore classicheggiante guarda a Raffaello, Reni, Domenichino, carpendone il purismo, integrato con una luce e una ricerca naturalistica che connotano uno stile armonico e ricco di rimandi. Maria si piega in avanti verso il piccolo dormiente, che ha postura di un putto classico, mollemente adagiato su un cuscino e su stoffe preziose. L’incarnato diafano delle figure spicca sullo sfondo scuro e viene incorniciato da pieghe profonde, incavate, descritte da una luminosità decisa e dolce ad un tempo.
Rimanda allo stesso secolo l’olio su tela esposto da Arcuti Fine Art di Torino: il dipinto è del fiorentino Simone Pignoni (1611 - 1698) che immortala Artemisia, figura mitologica legata alla guerra, ripresa con tinte vivaci e un azzurro oltremare che inonda il primo piano. La figura, in un lieve movimento di torsione della testa rispetto al busto, è ritratta con una venatura di naturalismo, con l’attenzione ai dettagli dell’abito, dell’acconciatura e degli orecchini. È di gusto archeologico il fondale scelto dall’artista che guarda a Tiziano e ai veneti del Cinquecento, dai quali mutua l’interesse per il colore che spesso accentua figure sensuali.
RITRATTI CELEBRATIVI IN PITTURA E SCULTURA
È un ritratto il pezzo forte di BKV Fine Art Milano, che sceglie un artista del calibro di Giacomo Ceruti (1698 - 1767), detto il Pitocchetto, perché pittore di “pitocchi”, ovvero poveri ed emarginati. Milanese poi trasferitosi a Brescia, l’artista si sposta a Venezia, Padova, Piacenza, diventando uno dei più importanti esponenti del Settecento italiano. Accanto ai numerosi ritratti di matrice sociale, Ceruti riprende anche borghesi o nobili, guardando sempre alla tradizione pittorica lombarda, con un riguardo particolare per Foppa, Moretto e Caravaggio. Il Ritratto di Giulio Gregorio Orsini, Sovrintendente Generale alla Milizia Urbana, tela del 1755, immortala l’uomo sul cavallo nero, nella sua funzione di guida: le due sagome del cavallo in movimento e del nobile si stagliano su un paesaggio appena tratteggiato e su un cielo illuminato.
Botticelli Antichità di Firenze punta invece su un raro Busto di San Carlo Borromeo scolpito nel marmo da Ercole Ferrata (1610 – 1686), particolarmente attivo nella capitale, dove guida una bottega da cui escono generazioni di artisti. Muovendo dall’esuberanza barocca, Ferrata si accosta al classicismo che connota la seconda metà del Seicento romano. San Carlo, la cui iconografia si afferma prima nella pittura e solo più tardi nella plastica, viene ripreso in abito religioso, con attenzione ai lineamenti: il naso piuttosto accentuato, la bocca serrata, la fronte alta e i capelli “cesellati”, riportano all’immagine sobria con cui è tradizionalmente raffigurato il santo.
ARCHITETTURA, NATURE MORTE E PAESAGGI
La galleria londinese Burzio propone due mensole italiane del primo periodo neoclassico, realizzate in legno di pioppo intagliato e laccato nei toni del crema. I due pezzi presentano un piano in legno modanato, che riproduce le caratteristiche del marmo Cipollino, una fascia decorata con cartigli a volute. Probabilmente eseguita da Ignazio Marchetti (1715 - 1800), scultore del legno nato a Parma, dove conduce la bottega ducale, la coppia è in ottimo stato di conservazione. Può inoltre essere stata scolpita su disegno di Ennemond Alexandre Petitot (1727 – 1801), architetto e disegnatore francese formatosi fra Lione e Parigi.
Al centro della mostra della Galleria D’Orlane – Dr. Gianluca Bocchi di Casalmaggiore, in provincia di Cremona, figura un olio su tela, la Natura morta con pesche, agrumi, ceramiche e piatto metallico in tralice di Cristoforo Munari (1667 – 1720), artista di Reggio Emilia che si forma alla scuola emiliana, per poi trasferirsi a Roma. Specializzato nelle nature morte, Munari esordisce con le cosiddette “cucine rustiche”, che riprendono selvaggina, salumi, formaggio della zona, utensili. Il pittore si avvicina quindi a uno stile più raffinato, con porcellane che diventano una sorta di firma, come accade nel dipinto in questione, connotato da luci intense, riflessi d’argento, dettagli vividi.
Cade sul paesaggio ottocentesco la scelta di Enrico Gallerie d’Arte Milano, con un olio di Emilio Longoni (1859 – 1932), pittore milanese che dopo gli studi accademici a Brera e un soggiorno napoletano si avvicina alla cerchia della Scapigliatura, coltivando interessi sociali. Legato al Divisionismo, Longoni firma paesaggi in cui i colori sono separati in piccole pennellate tratteggiate le une vicine alle altre. È in questo stile Alpe Varadega. Nebbie in montagna, che riprende la montagna della Val Camonica, attraverso un gioco ottico che dà il senso della nebbia, del suo sfumare graduale dal verde al cielo.
DALLE VEDUTE ALLE ARMI, LA PREZIOSITA’ LOMBARDA
Sempre di ambito lombardo il fiore all’occhiello della Galleria Carlo Orsi di Milano: la Veduta del Castello Sforzesco di Milano, di Scuola lombarda del XVII secolo, è un olio che restituisce con notevole ampiezza prospettica uno dei principali simboli del potere politico e militare della Milano seicentesca. L’impianto compositivo, con un rigoroso equilibrio tra architettura, paesaggio e figure, si inserisce nel filone della pittura di rappresentanza sviluppatasi quando la committenza ricorreva alla veduta urbana non solo per documentare la topografia, ma per celebrare il prestigio della città e la stabilità del governo. L’opera contribuisce alla costruzione di un’immagine idealizzata della capitale del Ducato di Milano sotto la dominazione spagnola.
Un’altra volta la Lombardia, per la precisione Brescia, sale sul palco della rassegna. Gallori Turchi di Firenze scommette su una coppia di rare pistole a pietra focaia a doppia canna girevole, con meccanismo d’innesco a pietra focaia, realizzate appunto a Brescia dal mastro azzaliniere Pietro Alzano nel corso della seconda metà del XVII secolo. L’armaiolo di origine bergamasca si specializza nelle armi da fuoco corte, decorate a trafori metallici. La coppia, che ha un confronto serrato con altri due pezzi al Victoria and Albert Museum, conta figure di mostri marini, che si intrecciano nei girali di ferro traforato. Dei grandi delfini sono inseriti in una fitta rete di girali tortili, come ad essere imprigionati per sempre in quell’attimo di forza usata mentre cercano di divincolarsi. Il tema dei mostri marini è infine presente sui grilletti. Le armi sono in ottimo stato di conservazione.
DAI MITI DEL ‘600 ALLE INCISIONI DI MORANDI, PASSANDO PER I SAMURAI
Ritorniamo nel Seicento con la Galleria Giamblanco di Torino, che opta per l’olio su tela Venere Marte e Cupido di Francesco Cairo (1607 - 1665), fra gli esponenti di spicco del Barocco lombardo.
In un ambiente in penombra, rischiarato solo in parte, Venere è vestita di un panno blu, mosso e lucente come il raso, che le copre solo le ginocchia; la dea si volge a osservare, quasi distratta, la lotta tra il piccolo Amore, in atto di scagliare una freccia, e Marte che, con aria atterrita, si protegge con lo scudo dal dardo pericoloso. La pelle diafana di Venere, sottolineata dal ricco panneggio, spicca in modo nitido in quest’opera inedita.
Cambia completamente lo scenario con Giuseppe Piva di Milano. Galleria specializzata in armi e armature autentiche di samurai, che espone un Dangae-dō tosei gusoku, del periodo Edo (1603 - 1868), ovvero un’armatura da samurai completa e originale in ogni suo elemento, con corazza a doppio stile XVIII secolo. Segni particolari? Elmo a forma di corna di cervo, maschera con espressione feroce in ferro laccato nero, corazza con doppia costruzione e para cosce. Le caratteristiche di alto livello di questa importante armatura riflettono lo status e la ricchezza del proprietario originale.
Un altro pezzo raro è Haira Taisho, del periodo Heian (794-1185), XII secolo. La figura ritta, in cipresso giapponese, riprende uno dei Dodici Guardiani Celesti, coloro che proteggono e preservano Yakushi Nyorai, il Buddha della medicina.
Porta nel XX secolo la milanese Salamon Fine Art con la sua Natura morta con la caffettiera, acquaforte originale firmata nel 1933 da Giorgio Morandi (1890 – 1964), protagonista del Novecento italiano. La caffettiera che dà il titolo a questo foglio è una presenza ricorrente in tutta la sua produzione: in cui ogni opera l’artista sposta leggermente gli oggetti, cambia l’angolo di luce, ridisegna gli spazi vuoti fra le forme, in una ricerca che si gioca nella variazione infinita dentro un perimetro dichiaratamente stretto. E il 1933 non è un anno qualunque nella grafica di Morandi, perché segna il punto più alto di una parabola tecnica che matura per tutti gli anni Venti; per lui l’incisione precede la pittura, come sperimentazione che anticipa soluzioni poi trasferite su tela.
POST – IMPRESSIONISMO, EBANISTERIA E ORIENTE PREZIOSO
La milanese Piva & C presenta un esemplare singolarmente prezioso di ebanisteria ferrarese, una Scrivania da centro del XVIII secolo in erica selvatica con intagli dorati. La sintesi fra la struttura di ascendenza romana e il gusto decorativo veneziano rimandano al clima culturale di Ferrara, dove i cardinali legati assicurano alla città un rapporto diretto con la capitale. La scrivania appartenne probabilmente a un esponente di alto rango dell’ambiente religioso: la distribuzione equilibrata degli ornamenti intagliati ne valorizza le forme, mentre pomelli, volute e lambrequin arricchiscono i fianchi, con una straordinaria finezza esecutiva.
Riporta invece alla cultura figurativa lombarda il dipinto scelto da Art Studio Pedrazzini di Milano, Neve a Milano del monzese Mosè Bianche (1840 – 1904). Nel gruppo dei grandi maestri lombardi post-romantici, l’autore si distingue come “dinamico, inseguitore dell’attimo fuggente”, perché dotato di una visione fulminea, capace di scrutare e penetrare a fondo particolarità figurative e cromatiche di un soggetto. L’olio in questione è una rapida sintesi che sembra colta da un obiettivo fotografico, con una pennellata aggiornata che dispone le forme su piani paralleli. Il dipinto degli anni ’80 del XIX secolo ritrae una via di Milano in zona Porta Ticinese che Mosè Bianchi riesce a far vivere con veloci tocchi di colore sintetizzando le caratteristiche del luogo.
Sono suggestioni orientali quelle a cui rimanda Mirco Cattai, specializzato negli antichi tappeti originari del Caucaso, dell’Azerbaigian, dell’Anatolia e della Persia nord-occidentale. Proprio di questo a ambito è il pezzo esposto ad Amart, un Ushak Lotto, che rientra nel filone dei manufatti pregiati della tradizione turca e proviene dall’Anatolia. Realizzato alla fine del XVI secolo, il tappeto è uno dei soli quattro esemplari esistenti al mondo e si contraddistingue, oltre che per la rarità assoluta, per l’alto livello estetico e storico. Il campo rosso ha un disegno ben bilanciato, simmetrico in entrambi gli assi; centralmente sono posti gli ottagoni mentre ai lati tre coppie di losanghe piene di colore giallo. Di grande effetto i vuoti blu-verdi degli arabeschi. Piccoli punti d’avorio, che guardano alle miniature di manoscritti, impreziosiscono l’insieme.
AVANGUARDIE E RICERCA: GRAFICA, PITTURA, PLASTICA
La M.F. Toninelli Art Moderne di Monaco espone un lavoro di Jean Arp (1886–1966), che ha attraversato le avanguardie del Novecento, sviluppando una scultura di forme organiche, alla ricerca della purezza formale, in un percorso che richiama quello della crescita, appunto, in natura. Con Seuils, l’opera presentata ad Amart, del 1960, Arp esplora il concetto di soglia, di passaggio fisico e simbolico fra forme, vuoto e nuovi panorami visivi. In uno dei due esemplari eseguiti, quello di Toninelli, la forma si apre al centro come una porta e lascia passare la luce e lo spazio della stanza: il vuoto diventa parte della scultura.
Nel 1916 a Zurigo l’artista è tra i fondatori del Dada al Cabaret Voltaire, e compone collage lasciando cadere pezzi di carta sul foglio per seguire “le leggi del caso”. Si avvicina quindi al Surrealismo e nel 1954 vince il Gran Premio per la scultura alla Biennale di Venezia.
C’è Giorgio de Chirico (1888–1978), al centro della mostra della Galleria Russo di Roma. Che espone un Paesaggio veneziano, dipinto nel 1933, ovvero nel periodo maturo: una cupola dorata e grigia si alza su un orizzonte basso, inquadrata dall’arco scuro di un ponte. Il taglio dal basso, quasi teatrale, conserva qualcosa della pittura metafisica ce connota gli anni precedenti.
Ai lavori enigmatici degli esordi, de Chirico fa seguire la Metafisica, con architetture essenziali, prospettive simboliche, atmosfere trascendenti. Il pittore d’origine greche, viene apprezzato in gioventù, a Parigi, da Apollinaire, fra i primi a scommettere su di lui. Il drammaturgo poi rinnega però l’appartenenza ai surrealisti di de Chirico, quando questi si discosta dalla pittura metafisica dei primi anni.
La parigina Galerie Traits Noirs & Co punta su Joan Miró (1893–1983), collezionato fra gli altri anche da Hemingway, che nel 1925 gli compra La Masia, il ritratto della fattoria di famiglia a Mont-roig, centro spagnolo situato in Catalogna, pagandolo a rate per regalarlo alla moglie. Fervido incisore a litografia, l’artista ha uno spiccato senso grafico, tanto che inventa il sole del logo turistico della Spagna, che ancora oggi accoglie chi arriva nel paese.
Nel pezzo a tecnica mista presente ad Amart, Femme Oiseau, una grande massa nera attraversa il foglio, accesa da triangoli rossi, blu e verdi stesi a pastello. Il segno corre libero tra scarabocchi e nuvole bianche: è il Miró maturo, che disegna con la velocità di un gesto infantile e la sicurezza di sessant'anni di mestiere.
IL ‘900 ITALIANO FRA VISIONE COSMOPOLITA E UNIVERSI IMMAGINARI
La Galleria Arte Cesaro di Padova sceglie Filippo de Pisis (1896–1956), che a Ferrara, durante la Grande Guerra, conosce Giorgio de Chirico e il fratello Alberto Savinio, un incontro che lo porta verso la pittura. Fuggito da Milano a seguito della distruzione della sua casa milanese, per sottrarsi ai bombardamenti, ripara a Venezia, dove soggiorna più volte e sempre per lunghi periodi. E proprio alla Serenissima è dedicata l’opera proposta nella rassegna di antiquariato Campo Santa Margherita, Venezia, del 1947. Il dipinto rappresenta un vivace e solare campo veneziano pieno di figure, tende e campanili sotto un cielo mosso. La pennellata è rapida e spezzata, con la tela che resta visibile tra un tocco e l'altro. Risultato? La città sembra dipinta mentre si muove.
La galleria di Reggio Emilia PHIDIAS ANTIQUES scommette su un artista del territorio come Antonio Ligabue (1899–1965), che sulle rive del Po dipinge tigri, leoni e leopardi mai visti dal vero, imitandone i versi per entrare nella scena. Viene quasi da pensare che Ligabue abbia letto Emilio Salgari: entrambi, attraverso la pittura e la scrittura, danno vita a mondi esotici e lontani dall’Italia, popolati da belve feroci e nature primordiali, con una forza quasi visionaria. Nell’Autoritratto con grata gialla il volto scavato, l'orecchio enorme e gli occhi arrossati rivelano uno sguardo sincero, schietto su di sé. Alle spalle del pittore, un fondo giallo attraversato da fitti segni geometrici blu e verdi fa vibrare la superficie.
FORME, SAGOME, OGGETTI SUBLIMATI NELLA SCULTURA
Ruota attorno a un profilo internazionale il pezzo forte della galleria milanese Marco Arosio, con Roberto Sebastian Matta (1911–2002), cileno di Santiago, che studia architettura e lavora nello studio di Le Corbusier a Parigi, finché Breton lo accoglie tra i surrealisti. A New York i quadri di Matta colpiscono il giovane Pollock e gli esponenti di spicco della nuova pittura americana, ma negli ultimi decenni l’artista sceglie l'Italia e si stabilisce a Tarquinia.
Il vaso in vetro blu, una scultura modellata a caldo, sale dalla sfera della base e si apre in due braccia, come un piccolo personaggio che alza le mani. Il filo scuro con i dischetti attraversa il corpo come un circuito e porta nel vetro le figure che Matta disegnava sulla tela.
La svizzera Gian Enzo Sperone presenta un lavoro di Bertozzi&Casoni, sodalizio formato da Giampaolo Bertozzi e Stefano Dal Monte Casoni, un duo che porta la ceramica verso un realismo così estremo, da rendere ambigua la distinzione tra realtà e finzione. Fondata a Imola nel 1980, la coppia artistica ha lavorato insieme fino alla morte di Casoni, nel 2023, usando il virtuosismo per farci riflettere sul tempo, sulla fragilità delle cose e sulle contraddizioni della società contemporanea. Composizione e Scomposizione, imponente ceramica smaltata del 2007, contiene un fitto e caotico intreccio di tubi idraulici, manopole, contenitori e oggetti di scarto che si rincorrono lungo la struttura. Rimanda a una sorta di macchina priva di una funzione pratica, riflettendo sul degrado della società contemporanea e sui rifiuti culturali.
GALLERIE AMART 2026
800/900 Art Studio, Allemandi Fine Art, Altomani & Sons, Antichità all’Oratorio, Antichità G.N. di Luciano Guagenti, Antichità Giglio, Antichità La Pieve, Arcuti Fine Art, Ars Antiqua, Art Studio Pedrazzini, Attilio Cecchetto Antiquario, Cathrine Bernava B&Facchini, BKV Fine Art, Botticelli , Burzio, Callisto Fine Arts, Capozzi Antichità, Carlo Orsi, Copetti Antiquari, Dalton Somaré, Denise e Beppe Berna, E.L.A. Antichità, Enrico Gallerie d’Arte M45 Marco Bertoli - Angelo Enrico, Fabio di Ruggiero, FineArt by Di Mano in Mano,Galerie Traits Noirs & Co, Galleria “Le Due Torri”, Galleria Arte Cesaro, Galleria d’Arte San Barnaba, Galleria D’Orlane – Dr Gianluca Bocchi, Galleria Giamblanco, Galleria Giampaolo Abbondio, Galleria Russo, Galleria Silva, Gallori Turchi, Gems and Antiques, Gian Enzo Sperone, Gilistra Arte Giapponese, Giuseppe Piva Japanese Art, GianLuca Leonide, Les Galeries du Luxembourg, Lorenza Salamon, M.F. Toninelli Art Moderne, Marco Arosio, Maison D'Art – Montecarlo, Mattarte, Milani Antichità, Mirco Cattai, Oreficeria Piccolo, Phidias Antiques, Piva&C, R.V. Art Gallery Studio, Raffaello Pernici – Best Ceramics, Romigioli, Santa Tecla, Scultura Italiana – Dario Mottola, Secol – Art di Masoero, Sine Tempore, Subert, Tornabuoni Arte – Arte Antica