Alyssa Moslander – Threshold
The Space presenta Threshold, prima mostra in Italia di Alyssa Moslander Sgro.
Comunicato stampa
La prima mostra in Italia dell’artista americana mette i suoi dipinti in relazione con un’installazione concepita da Shirin Ehya a partire da oggetti appartenenti alla propria storia. In un momento in cui Stati Uniti e Iran tornano a essere percepiti come mondi contrapposti, l’incontro tra un’artista americana e una designer di origine iraniana apre a Milano uno spazio intimo di ascolto, affidato alla pittura, agli oggetti e alla memoria.
Milano, settembre 2026 – Il 1 ottobre The Space presenta Threshold, prima mostra in Italia di Alyssa Moslander Sgro. L’artista americana è invitata da Shirin Ehya, fondatrice dello spazio, a costruire un progetto in cui i dipinti entrano in relazione con un’installazione realizzata da Ehya nella libreria esistente. Ne nasce un ambiente unitario, ma non risolto: un luogo in cui immagini e oggetti sembrano trattenere qualcosa che è accaduto e, nello stesso tempo, preparare ciò che deve ancora prendere forma.
Una soglia tra ciò che resta e ciò che cambia
Il titolo allude precisamente a questa condizione. La soglia è il punto in cui si è già lasciato qualcosa alle spalle senza essere ancora entrati altrove. Per Moslander Sgro è anche il luogo nel quale un nuovo inizio può esistere soltanto riconoscendo ciò che lo precede: persone, esperienze, identità e momenti scomparsi, ma non cancellati. La memoria, nella mostra, non è un deposito immobile. Si sposta, riaffiora, cambia consistenza.
La pittura come materia della memoria
La pittura di Moslander Sgro rende visibile questo movimento. Le forme emergono e si ritirano; pigmenti, cuciture, carte, tessuti, cenere e frammenti costruiscono superfici che portano i segni del tempo e dell’azione. Il corpo, la nascita, la fede, il conflitto e la possibilità di continuare attraversano il percorso senza comporsi in un racconto lineare. Sono presenze che ritornano, a volte appena riconoscibili, altre volte con una fisicità quasi disarmante.
Alcuni titoli suggeriscono la tensione che percorre la mostra. Pregnant Husband / Pregnant Wife sposta l’esperienza della gravidanza verso una responsabilità condivisa; State of the Union nasce da un rapporto affettivo e insieme critico con l’America. In No Boundaries 1 & 2 il ricordo di una Teheran trasformata apre una distanza tra ciò che era, ciò che è e ciò che avrebbe potuto essere. La grande River (So Long to Go) introduce invece un movimento più aperto: quello di un corso d’acqua che porta con sé il passato senza smettere di avanzare. Le opere non offrono risposte né illustrano una tesi; lasciano affiorare domande sul modo in cui la storia collettiva si deposita nelle vite individuali.
Un archivio personale
È a questa dimensione personale che Shirin Ehya risponde. Per Threshold apre il proprio archivio privato e seleziona oggetti trovati, ereditati, raccolti o consumati dall’uso, insieme a lettere, fotografie e frammenti conservati nel tempo. Non sono pezzi di design, né opere disponibili per la vendita. Il loro valore risiede nella relazione con chi li ha custoditi e nelle storie che possono evocare senza raccontarle interamente.
Disposti nella libreria di The Space, questi elementi formano una costellazione più che una collezione. L’installazione non commenta i quadri e non ne fornisce una chiave di lettura: introduce un’altra temperatura, più domestica e silenziosa. Un oggetto usurato può rispondere a una superficie dipinta; una fotografia può rendere più acuta un’assenza; una traccia privata può assumere, accanto a un’opera, un significato inatteso. Lo spazio diventa così parte del lavoro, non semplice contenitore.
Un incontro che non chiede traduzione
Il rapporto tra Alyssa Moslander Sgro e Shirin Ehya si costruisce in questa prossimità e, nel presente, acquista una risonanza particolare. Un’artista americana e una creativa di origine iraniana si incontrano senza fare delle rispettive provenienze il soggetto esplicito della mostra. Le loro culture restano una presenza profonda, percepibile soprattutto nel modo in cui entrambe guardano alla memoria, alla perdita, alla responsabilità e alla possibilità di ricominciare. Ciò che le unisce non è una dichiarazione programmatica, ma un gesto di fiducia: consentire all’altra di avvicinarsi a una parte autentica della propria esperienza.
Threshold assume così la forma di una composizione a due mani, intima ma mai confessionale. Pittura e oggetti mantengono la propria autonomia e, proprio per questo, producono uno spazio ulteriore: sospeso tra presenza e assenza, frattura e continuità. La mostra invita a sostare lì, davanti a ciò che resta, prima che acquisti un nome definitivo.