Alessandra Chemollo – La punta dell’iceberg

Informazioni Evento

Luogo
SPAZIO LAVI'
Vicolo Malgrado, 3, Bologna, BO, Italia
(Clicca qui per la mappa)
Date
Dal al

31 gen-14 feb 2026

lun – sab 17.30 – 19.30
ven 6 febbraio 15.30 – 19.30
sab 7 febbraio 16.00 – 24.00
dom 8 febbraio 15.30 – 19.30

Vernissage
31/01/2026

ore 17,30

Artisti
Alessandra Chemollo
Generi
fotografia, personale

Riapre lo spazio nella nuova sede di vicolo Malgrado 3/D con la mostra fotografica di Alessandra Chemollo.

Comunicato stampa

a cura di Carlo Birrozzi

Condivido con Alessandra Chemollo gli studi in architettura, e come Alessandra ho esercitato poco la professione. Io ho fatto diversi mestieri girando attorno all’architettura, Alessandra ha scelto la fotografia. Siamo nati anche negli stessi anni e questo dato anagrafico ci ha consentito di incontrare, più a lei che a me in verità in una scuola prestigiosa come lo IUAV, i grandi nomi della progettazione architettonica e della critica in Italia. Né internet, né altre strumentazioni tecnologiche hanno accompagnato la nostra formazione: ore passate nelle biblioteche a sfogliare riviste e libri, questa erano le opportunità offerte agli architetti della nostra generazione. Non erano ancora arrivati, nella metà degli anni Ottanta, neanche i voli low cost, che hanno rivoluzionato il modo di viaggiare e consentito di spostarsi facilmente per vedere da vicino le proposte più innovative. Non è un rimpianto, ma una costatazione utile ad inquadrare una precisa condizione che ha caratterizzato intere generazioni di professionisti fino ad anni recenti. Una rivista si comperava per i saggi critici e un’altra per la qualità e quantità delle foto. La fotografia è stata il mezzo su cui ci siamo formati, abbiamo conosciuto l’architettura: da quella antica a quella di ultima generazione. Un buon servizio fotografico aveva ed ha il valore di un saggio critico, svela e rileva le intenzioni del progettista. Spesso va anche oltre perché l’opera realizzata ha sempre qualcosa di diverso, di più o di meno e comunque di imprevedibile rispetto al progetto, perché non tutto si può controllare. I fotografi ci hanno consentito di essere sul posto, di vedere, di conoscere.

L’esperienza al gabinetto fotografico mi ha portato a contatto con lo stile dei fotografi del GFN che senza infingimenti, evitando l’effetto cartolina, rappresentavano i monumenti nel loro immediato contesto lasciando emergere semplicemente la realtà, lontani dalle modalità in voga presso molti studi coevi. Diversi gli obiettivi, diversi i risultati: le inquadrature erano studiate per far comprendere l’opera. Ho in mente la campagna di Giovanni Gargiolli sul Tempio Dorico di Segesta, inquadrato da fuori secondo la veduta di scorcio, la preferita dagli architetti greci, e poi dall’interno per riprendere il paesaggio. Si vede la ricerca del punto di vista migliore nel lento percorso di avvicinamento provenendo dal basso, lo stesso che i pellegrini compivano percorrendo la via sacra.

Alessandra ci ha raccontato molto bene i suoi metodi di ripresa, frutto di un tempo lungo di osservazione. Non tutto si palesa sempre a prima vista, qualcosa si intuisce ma altro si assimila lentamente con lo studio. Anche in questo caso non è l’immagine ad effetto che viene ricercata, ma una chiave di lettura dell’opera che ne sveli le qualità.

Nella sua ricerca studia i progetti di architettura per rivelarne la genesi, le ragioni e le opportunità attraverso la fotografia. Lo fa con l’allestimento di palazzo Abatellis di Carlo Scarpa di cui sono presentate in mostra tre immagini. Due rappresentano alcuni dei capolavori più noti della collezione: il busto di Eleonora di Aragona e l’Annunciata di Antonello da Messina. Nella loro collocazione nel percorso museale, Scarpa fa due scelte diverse: il busto è reso perno dell’allestimento, inquadrato da una infilata di porte mentre all’altra riserva una posizione più intima. Le immagini in mostra sono riprese da punti di vista inusuali che rivelano la lunga frequentazione dei luoghi da parte della fotografa per comprendere a fondo le intenzioni del progettista. Nella vista di scorcio del capolavoro di Antonello sembra volere sfuggire allo sguardo della Vergine, scelta impossibile perché l’angelo che le sta parlando è proprio accanto a chi guarda: si tratta dell’unico caso in cui non si è spettatori di un mistero ma vi si è immersi. Il busto di Laurana è inquadrato di spalle per porsi dalla parte della scultura quasi ad invertire il punto di vista più noto, quello che tutti conosciamo.

Si rimane impigliati nel gioco di sguardi anche all’interno del giardino della Scarzuola di Tommaso Buzzi che nasconde una parte del giardino dietro una finestra a forma di occhio. Si è guardati mentre si cerca di scoprire qualcosa di riservato.

Solo davanti al luogo sacro Alessandra sembra fermarsi sulla soglia, così nella cripta di Vals progettata da Dom Hans Van Der Laan, quasi bloccata dalla austerità del luogo che richiede raccoglimento, o davanti la porta della cappella di Alvaro Siza a Marco de Canaveses, in cui la dimensione fuori scala dei battenti segna il passaggio verso il tempo della grazia.

Per questa mostra sono state selezionate fotografie di lavori passati, una scelta rappresentativa di momenti, incontri importanti con luoghi e persone. Ancora una differenza tra me e Alessandra: io non ho conservato niente della mia attività né immagini né testi. È bello invece potere disporre di un vasto archivio che ci restituisce sguardi e pensieri ormai passati, una immagine di noi stessi non più quotidiana e familiare. Poter guardare il nostro passato, riflettere sul percorso compiuto serve a riposizionarsi con consapevolezza a gestire il futuro con maggiore equilibrio. Lo facciamo in ICCD invitando artisti in residenza che studiano e selezionano parti dell’archivio offrendo visioni sempre diverse dalle nostre e inaspettate. Nuove prospettive di senso. Abbiamo lavorato molto in questi anni sull’importanza degli archivi e su quelli dei fotografi in particolare. Studiando quello dell’istituto si legge in controluce il maturare della consapevolezza del valore del patrimonio culturale e l’affermarsi della fotografia come linguaggio autonomo. L’archivio di un professionista mostra le fasi della vita, della professione, gli incontri e i viaggi che hanno fatto cambiare prospettiva, che hanno indotto al ripensamento o portato conferme. Il rapporto con l’archivio è un esercizio profondo, l’occasione per tornare sulle posizioni assunte in passato, cercare le ragioni del proprio lavoro, costituisce una imperdibile occasione di incontro con sé stessi. È un altro noi che ci aspetta ogni mattina ricordando tutto della nostra vita, e, mentre i materiali sfidano il tempo restando uguali, noi cambiamo, e, insieme a noi, anche il rapporto che instauriamo con le cose. Ecco che lo scarto tra l’io di oggi e quello di allora apre la possibilità di ripensamenti e nuove prospettive di senso.

Tutte le mostre implicano un esercizio e uno studio attento, ma ancora di più quando si mettono a confronto momenti diversi della carriera utilizzando poche immagini. In questo caso si vuole stimolare l’interesse dei visitatori proprio sul guardare, sulla fotografia, sul fotografico direbbe una nota teorica della fotografia, mentre l’oggetto dello scatto è un pretesto e resta relegato in secondo piano. Mi piacerebbe sapere su quante scelte effettuate in passato Alessandra si riconosca ancora oggi o in quanti casi tornerebbe sul posto per cambiare luce, inquadratura, obiettivo. Intanto immagino che le fotografie selezionate siano un punto di partenza per l’autrice, rappresentino scelte sulle quali è disposta a confrontarsi ancora con il pubblico.

Tornare nell’archivio è come ritrovare la strada recuperando i sassolini che hai lasciato. E se non li hai lasciati rubi quelli di Alessandra Chemollo, come ho sempre fatto studiando le sue foto.