7even su 7even

Mestre - 13/11/2015 : 13/12/2015

Gli artisti di 7even su 7even dopo la project room di settembre, tornano al Fringe Art.foodesign con una selezione delle opere prodotte durante la settimana di residenza.

Informazioni

Comunicato stampa

Altolab e Decifra


in collaborazione con

Galleria Alessio Moitre



presentano

7even su 7even





venerdì 13 novembre 2015

ore 18,00

Fringe Art.Foodesign

via Miranese 173/d Mestre Venezia



Gli artisti di 7even su 7even dopo la project room di settembre, tornano al Fringe Art.foodesign con una selezione delle opere prodotte durante la settimana di residenza



7even su 7even, progetto di residenza di Altolab e Decifra quest’anno ha ospitato gli artisti Marzio Zorio, Anna Ippolito e Artsiom Parchynski che vivendo gli spazi di Banchina Molini hanno realizzato i loro progetti frutto del percorso operativo svolto durante un anno di lavoro con le due associazioni e che continuerà fino a primavera per la mostra a Torino in collaborazione con Galleria Alessio Moitre.

Il workshop di quest’anno, dopo le edizioni precedenti dal titolo A come Allucinazione, B come Bu- gia e C...come la prima volta, diventa D come Dedalo...
Dedalo è sinonimo di labirinto, dal nome dell’architetto ed inventore che realizzò il Labirinto di Cnosso: i nostri artisti quest’anno hanno intrapreso insieme un percorso che li porterà a perdersi ognuno per la propria via a caccia di risposte, pensieri, idee, progetti che li aiuteranno a ritrovare la strada che li riporterà a casa. Il percorso parte da Torino per arrivare a Venezia per poi ritornare a Torino, un viaggio fisico e metafisico alla scoperta di persone, luoghi e del proprio carattere da raccontare nell’opera d’arte.

Dedalo era un grande inventore, creò le ali di cera per fuggire dal suo labirinto: fu intrappolato dal suo stesso genio e sempre il suo estro lo salvò; l’artista è in grado di creare a suo discapito imprese estremamente complesse, nelle quali rimane imbrigliato e sempre dibattendosi per la sua liber- tà riesce a trovare nuove soluzioni e nuove vie da intraprendere alla continua scoperta dell’infinito.

Fringe Art.foodesign è una nuova realtà mestrina dal sapore internazionale. Fringe si presenta come i Cafè des Art dei primi del novecento in un ambiente contemporaneo e high tech, dove si sperimentano oltre alle arti figurative anche l’arte culinaria, una combinazione che rende Fringe unico grazie alle creazioni di alta cucina dello Chef Walter Naimo e all’esperienza della curatrice e direttore di sala Cristina Maiorano.











Artsiom Parchynski, Polotsk (Bielorussia)1985
Il bisogno di rappresentazione è strettamente collegato alla comunicazione: dalla grafica alla parola l’uomo ha trovato modi fantastici per esaudire la propria necessità di descrivere ciò che lo circonda per catturarne i misteri e scoprirne le caratteristiche elaborando una nuova realtà, traduzione mentale di ciò che il suo occhio scopre. Il più grande mistero però è sempre stata la rappresentazione della propria immagine: fino all’invenzione dello specchio! era addirittura quasi impossibile auto identificarsi se non in riflessi deformanti e poco veritieri. Oggi, nella società dell’immagine, abbiamo mille modi per osservare noi stessi,! addirittura con strumenti di precisione dalla finissima risoluzione che riprendono a 360 gradi la nostra figura, mettendo in evidenza anche il più piccolo particolare ma la nostra! percezione rimane comunque falsata dal nostro Io.
La ricerca di Parchynski è volta all’abbandono della rappresentazione concettuale e testuale! dell’opera per concentrarsi sulla pura figurazione scultorea e sull’esaltazione della materia e dei materiali che oltre a formare la struttura vera e propria del lavoro ne descrivono! la tessitura e la sua narrazione. L’autoreferenzialità dei ritratti scultorei dell’artista
gioca tra presenza e assenza, tra vuoti e pieni, pesantezza e evanescenza, caratteristiche! descritte dalla centralità della scelta dei materiali e dalle coordinate spaziali: l’ambiente diventa! l’interlocutore principale delle opere di Parchynski che dialogano con lo spazio abitandone i luoghi, vivendone le stanze, nell’attesa che il tempo agisca sulla fragilità dei materiali che ne determinano a volte la data di scadenza e a volte l’eternità ma sempre la maturazione e il cambiamento, sottolineando le singole identità nella continua ricerca del Se.

Marzio Zorio, Torino 1985
Yves Klein mirava alla cancellazione dei mezzi e delle forme tradizionali dell'arte e alla sua! evoluzione verso l’immateriale, la sua ricerca era volta al concetto stesso di immaterialità, tanto da applicarlo anche alla pittura.
La ricerca di Marzio Zorio sfrutta il medium immateriale per eccellenza, il suono, per dare forma ad una sensazione, quella uditiva, attraverso l’uso della tecnologia, sia essa complessa e di altissimo livello che primitiva e legata all’uso di elementi semplici a cui l’artista conferisce dignità impiegando le loro naturali caratteristiche plastiche e fisiche nella costruzione! di uno strumento capace di generare suoni; le sue installazioni sono il frutto di un calcolo attento effettuato con la massima precisione e misura, disegnate con un’ estetica che come il suono, ha una propria timbrica, un impronta dal gusto molto razionale e minimalista. Non ci sono fronzoli nelle opere dell’artista, gli elementi diventano funzionali sia all’uso che allo spazio, non ci sono sporcature o sbavature, tutto è perfettamente conness e ad uso del meccanismo stesso, linee regolari, pulite a tratti dure e violente che sottolineano la tensione delle corde pizzicate, della vibrazione degli elementi tesi a comporre uno spazio buono ad accogliere e propagare al meglio le onde sonore.
Marzio crea gli strumenti della sua personalissima orchestra in modo che chiunque possa! essere un musicista e comporre la propria esperienza sonora accettando l’invito dell’artista a giocare con le sue creazioni. Il fruitore può essere spettatore o artefice della propria! esperienza in base alla relazione che l’artista sceglie che l’opera abbia con l’audience e!
con lo spazio stesso: un teatro dove palco e platea sono condivisi.

Anna Ippolito, Torino 1984
Crescere è un verbo che descrive un azione in divenire, è un verbo che segna un cambiamento:! gli elementi dell’universo sono regolati dalla crescita, dall’evoluzione, dal moto perpetuo, meccanismo infinito che scatena continue nuove reazioni di causa ed effetto: la! sorgente di un fiume parte da una piccola goccia per poi andare a creare laghi, corsi d’acqua, mari, cascate ma anche disastri, inondazioni, stragi....
L’opera di Anna Ippolito è perennemente ad un bivio, ad una svolta che dipende dalla scelta che l’artista compie all’interno di percorsi circoscritti: cicli che seguono la via dell’esistenza dalla nascita alla morte. Iniziare, percorrere ed arrivare ad una fine per poi ricominciare un ciclo differente: questo è il modus operandi con cui l’artista agisce sui materiali per attuare il proprio esperimento e la propria ricerca, non a caso le tematiche affrontate! dall’artista sono riconducibili ai moti della natura, alle rivoluzioni dell’universo e all’esperienza! della vita dove l’uomo e le sue scelte sono al centro, punto di vista e protagoniste del miracolo ontologico dell’ assoluto che accade, sempre, inesorabile, continuamente. Il metodo di Ippolito non lascia nulla al caso, anzi l’artista premedita l’andamento di momenti! dettati altrimenti dalla pura casualità, organizzando i tempi dei percorsi attraverso l’osservazione, la progettazione e la raccolta di campioni per ogni fase temporale che segna una traccia nel percorso di vita, dalle orbite lunari ai mesi di gestazione. Una ricerca controllata! anche nei suoi processi estetici e formali, l’artista chiude i suoi lavori con ordine ed eleganza: l’opera è visiva e quindi l’autore ha cura che le sue forme ne descrivano grazia e appetibilità.