108 – La forma e l’ignoto

Lugano - 12/02/2015 : 21/03/2015

In occasione della sua seconda mostra personale in Svizzera, l’artista di Alessandria presenta una serie di lavori inediti che sintetizzano al meglio il frutto più recente del suo pluriennale lavoro sulla forma.

Informazioni

  • Luogo: EGO GALLERY
  • Indirizzo: Via Luigi Canonica 9 CH - 6901 - Lugano
  • Quando: dal 12/02/2015 - al 21/03/2015
  • Vernissage: 12/02/2015 ore 17,30
  • Autori: 108
  • Curatori: Giacomo Grandini, Valeria Donnarumma
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: Gio-Ve: 14:00-19:00 Sa: 10:00-18:00 O su appuntamento
  • Biglietti: ingresso libero

Comunicato stampa

Il sodalizio tra ego gallery e Guido Bisagni, in arte 108, si consolida una volta di più attraverso l’esposizione La forma e l’ignoto. In occasione della sua seconda mostra personale in Svizzera, l’artista di Alessandria presenta una serie di lavori inediti che sintetizzano al meglio il frutto più recente del suo pluriennale lavoro sulla forma.

Per la speciale occasione, le tele e i disegni di 108 sono messi in dialogo con alcune opere originali di tre padrini d’eccezione: Wassily Kandinsky, Jean Arp e Imre Reiner

Grazie alla collaborazione di un importante collezionista svizzero, lo spettatore potrà così assaporare uno spaccato della ricerca sui colori e sulle forme che certo non nasce con Guido Bisagni ma di cui lui è fiero e degno erede.

Il lavoro di 108 si concentra infatti da molti anni sui possibili sviluppi dell’astrattismo; l’artista è stato in grado di sviluppare i concetti di avanguardia mettendoli in relazione con il contesto artistico contemporaneo. Se ciò è visibile nei lavori realizzati in studio, è ancor più evidente in quelli realizzati nello spazio pubblico, dove è ormai considerato un importante precursore: in un momento in cui la Street Art nasceva concentrandosi sulla figurazione, 108 ha preso la strada dell’arte astratta, aprendo così la via a molti street artist, che, dall’Europa agli Stati Uniti, hanno sviluppato sulla sua scia il proprio lavoro urbano raggiungendo un notevole successo internazionale.


108, nato e cresciuto nella provincia italiana, ha iniziato da molto giovane a fare arte pubblica, e, pur essendo uno dei precursori di questo modo di fare arte, è sempre rimasto lontano da ciò che le mode, soprattutto americane, osannano oggi come Street Art. Paragonabile per certi aspetti ad un monaco moderno, la sua ricerca è sempre stata intima e lontana dal mondo pop: immergersi profondamente e completamente nella creazione artistica permette a 108 di trovare rifugio in un luogo tutto personale, dove spazio e tempo non sono condizionamenti ma variabili controllabili attraverso la creazione. La sintesi nelle sue personalissime forme contrasta in maniera forte e quasi fondamentalistica con l’arte contemporanea attuale, che al fine di compiacere il pubblico o la critica, è spesso fatta di fronzoli e giochetti. Insomma, 108 riempie di significato intenso il mondo superficiale dei “mi piace” di oggi.


Per capire un po’ meglio il lavoro di 108, gli abbiamo posto qualche domanda sulle sue influenze e sulla sua ricerca:

Come inizia la tua vita nel mondo dell’arte?
Ho iniziato a disegnare da piccolo, ma non solo, ho sempre avuto una vera passione per tutto quello che era manuale. Sono stato influenzato in questo principalmente da mia mamma che prima della mia nascita dipingeva e da mio nonno materno che ha sempre creato plastici e lavorato il legno. Da bambino la mia passione erano i dinosauri e I treni e li disegnavo in continuazione, sognando di diventare un fumettista o un illustratore. Nei primi anni '90 mi avvicinai ai graffiti, scoperti tramite lo skateboard, e mi dedicai ad essi, per molto tempo nella forma più classica, fino a scoprire che il mio interesse reale erano le forme pure ed i colori.


La ricerca artistica su forma e colore ha avuto però un’importanza chiave già agli inizi del ‘900…
Sono cosciente di essere in ritardo di un secolo, ma ho deciso di prendere questi artisti come punti fermi nel mio lavoro per due ragioni: credo che quel periodo storico sia stato, non solo per l'astrattismo, il punto più estremo a cui le avanguardie si siano spinte e quindi cercando una mia via personale all'astrattismo ho deciso di rimuovere (quasi) tutto quello che è venuto dopo e partire da li. La seconda ragione è che io per anni ho elaborato la mia ricerca sui muri e in ambito pubblico e che per molto tempo sono stato quasi un “outsider” in quell'ambiente, portando l'astrattismo dove regnavano il figurativo più “illustrativo” e le immagini più pop e superficiali e dove nessuno aveva portato una ricerca paragonabile alla mia.

Com’è nato l’innamoramento per KANDINSKY?
Nel 1997 pensai di dedicarmi al design così mi sono iscritto alla facoltà di architettura del politecnico di Milano con indirizzo design, dove anni dopo mi sono laureato dottore. Il primo anno in occasione di un esame di comunicazione visiva venni a contatto con il Bauhaus e con le avanguardie di inizio '900. La lettura de “Lo spirituale nell'arte” di Kandisky è stato probabilmente l'avvenimento più importante per il mio percorso artistico, dal quale non ho mai più potuto distaccarmi. In quel momento decisi di prendere più seriamente quello che stavo facendo e quindi di smettere di riprodurre lettere e a volte figure in uno stile che avevo più o meno già visto e di cercare un percorso che fosse solo mio e personale. E' impossibile descrivere tutta l'influenza di Kandinsky che si trova nel mio lavoro, molto è del tutto inconscio.

Decisi quindi di prendere le forme come forme e i colori come colori, e soprattutto di sperimentare per vedere quello che succedeva. Ho cercato molte volte di trovare la “forma perfetta”, ma non ci sono mai riuscito con un processo razionale e questo Kandisky l'ha descritto molto meglio di me:

“...mai ho potuto usare forme precedenti per vie logiche, ma solo quelle che un interno impulso faceva nascere in me. Mai ho potuto “combinare” una forma: ogni forma voluta mi ripugnava. Quelle di cui mi sono servito nascevano spontaneamente...” (da “Sguardi sul passato”, SE edizioni).

Anch'io poi ho sempre avuto una grande ammirazione per l'arte popolare, e per le forme d'arte più spontanee come l'art brut o i pittori naif. Amo molto le imperfezioni e mi piace che si veda “la pittura”. Pur dipingendo campiture piatte e forme semplici, mi piace che esse non risultino del tutto perfette, anzi mi piace che si vedano le pennellate e il segno del pittore.


Anche nella musica ci sono dei punti di contatto…
Un altro punto importante in comune con il grande artista russo è vedere le correlazioni tra pittura e musica. Io ho sempre lavorato anche con i suoni e la parte che mi ha sempre affascinato, come descritto appunto nello “Spirituale nell'arte” è che la musica è un’arte sempre astratta.
Ci sono molti punti in comune con Kandinsky nel mio lavoro, non solo perché è da lì che ho deciso di partire ed è considerato il punto d'inizio dell'arte astratta. Ci sono molte cose che ho scoperto negli anni. La parte più importante comunque, oltre all'abbandono della figurazione è il rapporto che c'è nel mio lavoro tra ARTI e MAGIA o spiritualità, che per me sono indivisibili. L'arte deve avere una valenza spirituale se no è illustrazione, un abbellimento. Io oltre allla pittura sono un appassionato di antropologia, e ho studiato lo sciamanesimo sia documentandomi su quello che esiste ancora oggi, sia su quello che esisteva in Europa prima del cristianesimo. Non sapevo che Kandinsky prima di diventare un pittore, pensò di diventare un antropologo e passò diverse settimane nelle zone più remote della russia in cui vivevano le popolazioni dei Komi, per uno studio etnografico. Li venne a contatto con le loro forme d'arte e con gli ultimi sciamani e così decise di diventare un artista. Questa cosa, mi ha colpito profondamente.
Potrei parlare quindi del cerchio o delle forme molli, ma mi fermo dicendo che Kandisky è l'artista più importante per me, non solo a livello pittorico.

E invece ARP?
Potrei nominare molti altri artisti che mi hanno pesantemente influenzato, ma sicuramente il secondo è Arp. Da una parte le sue forme semplici e libere mi sono incredibilmente famigliari e mi hanno sempre dato un senso di pace e di tranquillità. L’arte di Arp è fondamentale per tutto il mio lavoro, e non solo esteticamente, ma per tutta quella che è la parte, ancora una volta, magica ed ignota. Ad un certo punto, come reazione estrema a quello che avevo fatto fino a quel momento, cercai di perdere (oltre alle lettere e alla figurazione) tutta la parte “razionalmente estetica”. Ma non solo, volevo liberare il più possibile lo spirito creativo e quindi, riavvicinandomi ad una visione dell'arte spirituale e sciamanica, abbandonare la razionalità e la ragione. Ed è stato così che ho iniziato con le “forme gialle”. Avevo questo rotolo di pellicola gialla adesiva ed iniziai a tagliarlo in modo automatico in forme completamente molli e irrazionali e mi ritrovai, anche se con un risultato più grezzo, incredibilmente vicino alle forme di Arp, ma non solo. L'idea di mettere queste forme per le strade era data da un tentativo di comunicare alle persone “normali” al di fuori degli spazi e dei tempi dedicate all'arte, quanto in realtà, tutti gli schemi sociali che si seguono giornalmente siano privi di senso. O almeno di dare un attimo di tregua, o di risveglio, a quei pochi che camminando per qualche secondo, vedevano le mie forme prive di logica e cercando di dargli un senso uscivano dal “loop” quotidiano. 
Un’ultima cosa, più materiale, è che per Arp, come nel caso di Kandinsky, ogni volta mi metto a lavorare con un materiale senza pensare (sia colore o argilla) mi ritrovo incredibilmente vicino alle forme di questo artista, proprio come sensazione estetica.

E di Imre Reiner cosa ci puoi dire?
Reiner è stato un artista che ho conosciuto più tardi. L'uso del nero ad esempio, specialmente la china su carta, o il tratto più rigido, mi hanno portato in molti casi ad allontanarmi dalle forme molli e più leggere di Arp e Kandinsky. Non credo che si tratti soltanto di una scelta estetica, o dell'influenza del pennino, ma di una cosa più personale e ancora una volta inconscia. Alcuni pensieri e viaggi interiori non sempre portano da qualche parte. A volte si rigirano su se stessi e vanno a finire in ambienti bui. Qui tornano fuori altre influenze, dalle antiche incisioni alla calligrafia ad inchiostro o ai paesaggi, che, anche se hanno perso la parte figurativa, creano panorami cupi. Una delle cose che mi ha più colpito nella pittura di Reiner e in particolare in alcune carte, è questo gusto per alcune forme senza armonia, che pur essendo astratte sembrano grottesche e in questo modo, almeno per me, vivono.