Cosa è rimasto della Roma degli Anni ’70? Un libro sulla relazione tra Capitale e spazio pubblico
Foto, copertine, archivi, tabelle, mappe, brochure, illustrazioni, cartoline, ritagli di giornale, polemiche, annuari dei vigili urbani, memorie cittadine degli Anni Settanta. E ancora le immagini di Enrico Blasi, immagini dell’ICCD e dell’archivio Cederna ed altri materiali compongono "ROMA VIETATA, viaggio nella città raggiungibile", libro scritto e curato da Stefano Ciavatta con l’architetto Luca Galofaro. L’autore lo racconta per Artribune
1) Negli Anni ’50 il giovane fotografo Federico Garolla fu il primo a portare le modelle degli atelier romani nelle strade all’alba, cercando il contrasto tra sogno e realtà in mezzo alla città deserta. Vent’anni dopo, il giovane fotografo Enrico Blasi, per illustrare un libro di agile divulgazione sulla storia delle piazze del centro storico (Le piazze di Roma, Cesare Jannoni Sebastianini, Schwarz & Meyer, 1972), non s’alzò mai all’alba. Le piazze andavano bene così come erano vissute nel pieno di un giorno capitolino, cioè piene di macchine nei relativi parcheggi. Non c’era neanche bisogno di eliminare le lamiere in post-produzione, la macchina era parte integrante del paesaggio.
E pazienza se il curatore del libro – senza però fare mai il minimo accenno alle automobili – vagheggiava invece una nostalgia per la “serena austerità” delle piazze, e invitava a ritrovare nei vicoli “una silenziosa immagine d’altri tempi, un angolo di quieta e sensibile gioia del gusto, fuori dal tempo”. Ma quand’è che una città è davvero fuori dal suo tempo, per di più in silenzio? Quand’è che decide di non farsi più raggiungere e consumare dai suoi stessi abitanti? Quand’è che si trova immersa “in una composta, cristallina solennità”? Forse quando è abbandonata, non abitata, e allora le cubature la fanno così da padrone da non schiacciare l’intrusione umana, o quando è votata alla solitudine data dalle fratture della Storia, dalla perdita della centralità, etc.
Che poi, da anni, questa presunta “composta, cristallina solennità” è cancellata e rimossa dal palinsesto social in cui non va più in onda la città ordinaria e secolare, diacronica e stratificata, sgarrupata e familiare delle foto di Blasi, ma il mito straordinario di essa, la fabbrica incessante di una Roma fillerina e acido ialuronica che cambia colori ai palazzi, ai vicoli, alle mura, persino ai tramonti, che smonta le differenze e le uniforma, e che promette l’atterraggio a trentacinque milioni di visitatori annui dentro una Roma artificiale che non è mai esistita, convinti di muoversi in un fondale sterilizzato, sradicato dalla comunità degli abitanti.
Le fotografie di Blasi e “l’altra Roma”
2) Invece, dentro quel libro commerciale uscito in mezzo ai colossi del genere (Portoghesi, Quaroni, D’Onofrio, Brizzi), le foto di Blasi raccontavano una città reale, non rarefatta, un’altra Roma, datata 1972, dove ogni piazza e slargo era raggiungibile in auto dall’abitante di una città che stava imparando a diventare metropoli. Non si trattava dell’accesso al “museo a cielo aperto” ma alla città viva, al sistema urbano contemporaneo fatto di abitanti e lavoratori, luoghi di lavoro e case di parenti e amici: un livello urbano più profondo della semplice presenza di locali dove incontrarsi.
Fa impressione la foto di piazza di Pietra con i parcheggi a spina, oggi un salotto pedonale; la piazza della vecchia sede della Borsa, dove spiccano imponenti le undici colonne dell’antico tempio di Adriano. Questa accessibilità al massimo grado – arrivare a ridosso della pietra dell’Urbe – era mancanza di pudore, incoscienza, o fiducia eccessiva nella città che ha resistito a tutto?
Le foto di Blasi, altre foto dell’ICCD e dell’archivio Cederna ed altri materiali compongono “ROMA VIETATA, viaggio nella città raggiungibile” (Humboldt Books), libro scritto e curato insieme all’architetto Luca Galofaro. È un viaggio nella città Anni ’70, accessibile ovunque in auto, prima della Ztl, dei parcometri, degli anelli ferroviari, dell’utopia della smart city e dei 30 km/h. Da piazza del Campidoglio a piazza San Pietro, Roma era un’immensa distesa lasciata aperta, disponibile, non ancora impaurita dal proprio splendore, non ancora chiusa nelle maglie delle tutele e dei Beni Culturali. Le piazze non erano solo scenografie, ma spazi d’uso quotidiano, luoghi attraversati, occupati e vissuti. Raggiungere il cuore della città era un diritto, un bisogno, una faccenda naturale e familiare, mai una colpa. Questa disponibilità era vissuta come un’estensione dello spazio della vita quotidiana anche della Roma nuova: un arcipelago sparpagliato in ogni dove ma che — nonostante lo smantellamento nel tempo della grande rete tranviaria, il declino delle linee di autobus e la cronica inadeguatezza delle metropolitane — ha provato a cercarsi e toccarsi di nuovo, ricongiungersi, unirsi, farsi città, questa città. È questo elastico mobile e confidenziale che ha prodotto fin qui la cultura metropolitana romana.
Il libro “Roma Vietata” di Ciavatta e Galofaro
3) Dentro Roma Vietata è stato frullato di tutto: foto, copertine, archivi, tabelle, mappe, brochure, illustrazioni, cartoline, ritagli di giornale, polemiche, annuari dei vigili urbani, memorie cittadine. Tutto il possibile per raccontare la confidenza del romano con una città ancora viva, necessaria e disponibile, e non vuota e arresa ai turisti. Non è una ricerca nostalgica ma un promemoria sull’attitudine a sbatterci addosso che ha unito la città nei decenni in cui è diventata metropoli. Del resto, nessuno desidera Roma, muoversi a Roma, raggiungere Roma, più di chi ci vive.
Il contrasto tra le immagini del libro e il presente della mobilità cittadina racconta due modi opposti di stare dentro la città.
Pur tra tutte quelle lamiere, ti veniva incontro una città più vissuta che consumata, impossibile da esaurire in 15 minuti o da ridurre negli scenari perfetti ma irreali dei percorsi prestabiliti. Arrivare, sostare, ma anche andarsene era un diritto concreto. Oggi sei solo un visitatore in transito, obbligato a muoverti dove la città decide. Anche la casualità del parcheggio conteneva una caccia al tesoro: ogni piazza, vicolo o via secondaria diventava un’occasione per scoprire la città, una scoperta non per questo minore.
Viabilità a Roma: (in) sostenibilità dello spazio pubblico
4) Sono passati duemila anni, eppure entrare a Roma è ancora il grande tema. Ma in quale Roma? I romani possono ancora entrare a Roma? E in che maniera? Sta cambiando il rapporto con la città. Demonizzare il passato è inutile. Allo stesso tempo, Roma Vietata racconta una condizione in cui la Capitale si scopre molto meno eccezionale di quanto creda, e molto più vicina al destino di tante altre grandi città europee e americane. È la dimensione dell’utopia losangelina di Reyner Banham, coordinata che calza perfettamente per Roma, ricorda Galofaro in Roma Vietata. Per il cittadino globale, ultimo arrivato e che tale vuole restare perché gli fa comodo, le metropoli sono dei giganteschi taxi da cui scendere e salire. Ma per noi che ci siamo dentro? Quanto la metropoli è ancora dei cittadini?
Perché viverci significa sapere che la Roma moderna genera un legame ossessivo con lo spazio urbano, un’attitudine viscerale, biologica, nel popolare la città. Di non lasciarla più immobile e sola: una considerazione che tocca la genealogia più profonda del vivere e appartenere all’Urbe: il rifiuto della sua solitudine.
Per il resto del mondo, invece, è uno dei luoghi più riconoscibili del pianeta, un archetipo stesso della città e un caso estremo di stratificazione. Ed è proprio in questo doppio binario che il libro smette di essere una faccenda puramente locale: usata ovunque come riferimento culturale universale, la parabola di Roma diventa una storia esemplare su come una grande capitale globale abbia cambiato, e forse compromesso, la sua relazione più profonda con lo spazio pubblico.
Stefano Ciavatta
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