In tempo di quarantena, può essere una buona idea ripercorrere la storia degli interni domestici e dell’interior design come professione. Seguendo, per esempio, il percorso tracciato da una mostra che abbiamo visitato, subito prima dell’emergenza Coronavirus, al Vitra Design Museum di Weil am Rhein.

In una delle scene più memorabili del film Mon Oncle di Jacques Tati, premio Oscar per il miglior film straniero nel 1958, una vicina subisce un “giro turistico” di Villa Arpel e si lascia sfuggire una smorfia quando viene fatta accomodare, si fa per dire, su un divano verde dalle linee rigorose, decisamente à la page ma scarsamente ergonomico. La dimora modernista dove la sorella di Monsieur Hulot vive con il marito e il figlio Gérard è la vera protagonista della pellicola: sembra avere come scopo principale la rappresentazione, a scapito della funzionalità e del comfort dei suoi abitanti, e fornisce lo spunto per una godibilissima satira che prende di mira al tempo stesso i codici della vita moderna e l’infatuazione della Francia del dopoguerra per l’efficienza e la tecnologia.
In una celebre fotografia in bianco e nero, scattata il 24 luglio 1959, Richard Nixon e Nikita Krusciov discutono i meriti dei rispettivi sistemi economici all’interno di una cucina. Accessoriato con elettrodomestici moderni, l’ambiente faceva parte di una casa prefabbricata costruita per l’Esposizione Nazionale Americana al Parco Soloniki di Mosca e incarnava uno stile di vita, quello della middle class statunitense e, per estensione, di tutti i cittadini dei Paesi a ovest della Cortina di ferro. Sfondo di film come Vinyl o Poor Little Rich Girl e di molti ritratti fotografici di Andy Warhol, la Factory – lo studio dell’artista a Manhattan, decorato dall’amico Billy Name e rivestito internamente di stagnola – è senz’altro il più fotografato tra i primi loft e si è imposto come emblema di un nuovo (all’epoca, all’inizio degli Anni Sessanta) stile di vita, lontano dalle convenzioni borghesi.
Nel 2015, l’architetto Arno Brandlhuber inaugura la sua Antivilla, un’ex fabbrica sulle rive del lago Krampnitz, nei dintorni di Berlino, trasformata in atelier d’artista, con una sorta di happening ispirato a una scena del film Themroc (1973) di Claude Faraldo, in cui Michel Piccoli regredisce allo stadio primitivo e demolisce il muro della stanza nella quale si è barricato con un atto liberatorio. La performance ha lo scopo di aprire a martellate le finestre della villa, che somigliano piuttosto a brecce irregolari nella facciata ed esprimono un rifiuto nei confronti – lo si legge nel testo di una intervista rilasciata dall’architetto ad Arch+ – “del modello segregante della città moderna”. Questi quattro esempi, reali o di fiction, geograficamente e cronologicamente disparati, sono tutti parte del percorso della mostra Home Stories: 100 Years, 20 Visionary Interiors, inaugurata a febbraio al Vitra Design Museum di Weil am Rhein, e hanno un minimo comune denominatore: rappresentano altrettante occasioni in cui l’ambiente domestico diventa manifesto sociale, si erge a rappresentazione di uno stile di vita.

Richard Nixon & Nikita Khrushchev discutono nella casa prefabbricata X-61 (Splitnik) all'American National Exhibition a Mosca, Russia, 1959 © picture alliance - AP Images
Richard Nixon & Nikita Khrushchev discutono nella casa prefabbricata X-61 (Splitnik) all’American National Exhibition a Mosca, Russia, 1959 © picture alliance – AP Images

LA MOSTRA E L’ATTUALITÀ

La mostra, un percorso in ordine cronologico inverso attraverso venti progetti di interior emblematici curato da Jochen Eisenbrand e Anna-Mea Hoffmann e costruito in modo da permettere una lettura della storia sociale dell’ultimo secolo a partire proprio dall’abitare, è chiusa al pubblico a tempo indeterminato come quasi tutto in Europa. Perché parlarne allora? In primo luogo, perché sembra il momento giusto per riflettere sullo spazio domestico e sulla sua evoluzione nel tempo. Già da qualche anno l’idea della casa come mezzo di espressione del sé appare rinforzata grazie ai media tradizionali (pensiamo, per esempio, al successo di certe trasmissioni televisive basate sull’home staging) e ai social media. Abbiamo assistito a una proliferazione di interni a forte impatto emotivo, nati per essere fotografati e condivisi, con il numero di like o di cuoricini come indicatore della desiderabilità non solo di una serie di pezzi di arredamento o del modo in cui questi occupano uno spazio ma dello stile di vita del proprietario. Se la rappresentazione era già un elemento importante per molti interni contemporanei, lo diventa a maggior ragione in tempo di quarantena, quando lo spazio domestico è l’unica cosa che rimane da mostrare agli altri.
In secondo luogo, se la crisi che stiamo vivendo dovesse modificare in maniera permanente le nostre abitudini, architetti e designer avranno un ruolo fondamentale nell’immaginare le case di domani. Come è successo agli albori della modernità, e forse ritrovando un po’ della spinta propulsiva di quegli anni, dovranno creare il mobilio e gli oggetti adatti per permettere alle persone di interagire in modo nuovo. In diversi Paesi, per esempio, ci si sta già attrezzando per rendere meno rischiosa la vita in condominio in tempo di pandemia: in Belgio, un’azienda pioniera della stampa in 3D, Materialise, ha creato un ingegnoso apriporta che elimina il contatto diretto con la maniglia, mentre in Cina si stanno testando diversi sistemi per evitare ai passeggeri di toccare i pulsanti dell’ascensore, dal comando vocale agli ologrammi. Infine, il percorso tracciato da Home Stories attraverso cent’anni di storia dell’abitare può essere seguito anche senza visitare fisicamente la mostra, per esempio attraverso l’ottimo catalogo oppure documentandosi in maniera più autonoma.

Finn Juhl House, Ordrup, Danimarca, 1941. Photo Henrik Sorensen Photography, 2013
Finn Juhl House, Ordrup, Danimarca, 1941. Photo Henrik Sorensen Photography, 2013

LA STORIA DEGLI INTERNI DOMESTICI OCCIDENTALI

In che modo, quindi, è nato l’interno domestico così come lo conosciamo, per lo meno in Occidente? I primi due decenni presi in esame, dal 1920 al 1940 (gli ultimi in realtà, nell’ordine cronologico inverso dell’esposizione), vedono l’arredamento di interni diventare una vera e propria professione, accessibile in certi casi anche alle donne, con figure come l’americana Elsie De Wolfe, e l’emergere di idee che rimangono attuali a un secolo di distanza come l’open space o la cucina funzionale. Un esempio di grande spazio interno non strutturato di quasi 300 metri quadri, in grado di adattarsi a esigenze diverse, si trova nella Villa Tugendhat progettata da Mies van der Rohe tra il 1928 e il 1930 a Brno, mentre la “cucina di Francoforte” di Margarete Schütte-Lihotzky, con i suoi piani d’appoggio continui e i suoi elettrodomestici, porta all’interno della casa la ricerca dell’efficienza che allora si esprimeva soprattutto in fabbrica e continua a ispirarci. Nel ventennio successivo, quello della guerra e della ricostruzione postbellica, molto prima del successo planetario di Ikea, lo stile nordico comincia a imporsi come ispirazione, grazie al lavoro di architetti come Finn Juhl (memorabile è, per esempio, la sua residenza a Ordrup) e il confine tra interno ed esterno si fa più sfumato. Un’icona di questo periodo è la Casa de Vidro di Lina Bo Bardi, un parallelepipedo di vetro di ispirazione razionalista immerso nel verde. Tra il 1960 e il 1980, si registrano, oltre ai primi loft, tentativi di venire a patti con una sempre maggiore densità abitativa ‒ come la Nakagin Capsule Tower di Kisho Kurokawa, megastruttura modulare composta da cellule abitative standard ‒ e progetti sperimentali che mettono in questione le basi stesse dell’abitare, come quelli nati dal sodalizio tra l’architetto francese Claude Parent e il filosofo Paul Virilio. La teoria della fonction oblique, che trova espressione per esempio nella Maison Parent di Neuilly-sur-Seine, alla periferia di Parigi, sconfessa l’ortogonalità dell’edificio standard, che impigrisce l’uomo costringendolo all’interno di forme preconfezionate, per abbracciare una serie di piani inclinati ai quali il corpo umano deve adattarsi di volta in volta, in maniera dinamica. Gli sperimentali Anni Settanta sconfinano negli Ottanta di Memphis, in cui i mobili smettono di essere un’eredità da tramandare attraverso le generazioni e diventano beni di consumo a tutti gli effetti e supporti per l’espressione del sé. Il resto è storia recente: il boom di Ikea, prima, e di Airbnb, poi, la standardizzazione crescente negli interni domestici di tutto il mondo, l’ecologia, la gentrificazione dei centri urbani, la crescita esponenziale dei prezzi delle case nella maggior parte delle grandi città e la spinta a rinnovare edifici esistenti piuttosto che costruirne di nuovi. Quale sarà la prossima tappa?

Giulia Marani

https://www.design-museum.de/en

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Giulia Marani
Giornalista pubblicista, vive a Milano. Scrive per riviste italiane e straniere e si occupa della promozione di progetti editoriali e culturali. Dopo la laurea in Comunicazione alla Statale di Milano si specializza in editoria a Paris X-Nanterre. La passione per l’universo del progetto nasce proprio a Parigi, dove lavora nella redazione della rivista Architectures à vivre (dal 2007 al 2012) e partecipa al lancio di EcologiK, la prima rivista francese dedicata alla progettazione ecoresponsabile. Collabora con Artribune dal 2013 e coordina le pagine dedicate al design da gennaio 2019.