Il British Museum dedica una mostra all’esploratore settecentesco, riunendo una serie di preziosi cimeli raccolti durante i suoi viaggi.

Captain Cook torna a casa. A duecentocinquanta anni dalla prima spedizione nel Pacifico, l’esploratore ritorna nella sua patria con alcuni degli oggetti riportati indietro dai suoi viaggi. Lo ricordano i diretti discendenti delle popolazioni, che hanno avuto per primi un contatto con il capitano proprio in quelle zone, e lo ricorda il British Museum, che oggi gli dedica una rassegna, nell´ottica di riscoprire con nuovi occhi gli effetti derivati dai suoi viaggi in quei territori.
Le flotte navali del Vecchio continente hanno sempre puntato le loro vele verso nuove terre, guidate da uno spirito conquistatore, che non si è mai tirato indietro nel sottrarre ciò che alcune delle culture più conservatrici hanno custodito per secoli e, in altri casi, per millenni. Nemmeno l’Oceano Pacifico seppe resistere all’influenza inglese, sebbene la rivolta degli hawaiani pose fine alla presenza degli stranieri e alla stessa vita di Captain Cook.

LA MOSTRA AL BRITISH

Il British Museum ha recentemente acquisito otto opere provenienti dai luoghi di cui il navigatore ha solcato i mari e le mostra per la prima volta in occasione di questa esposizione. I pezzi appena rilevati sono allestiti insieme ad alcuni cimeli provenienti dai viaggi dell’esploratore, così da creare un dialogo tra gli artefatti e ricostruire con le immagini il racconto trascritto nei diari del navigatore duecentocinquanta anni fa. In tutto ottantotto oggetti e immagini, oltre che quattordici lavori di arte contemporanea.
La mostra è divisa in sette sezioni, ognuna delle quali fa riferimento ai luoghi che James Cook visitò durante i suoi viaggi: Australia, Aotearoa Nuova Zelanda, Nuova Caledonia, Hawaii, Vanuatu, Tahiti e naturalmente Gran Bretagna come luogo di partenza e al contempo ritorno. L’approccio a ognuna delle isole fu diverso e diversa è la memoria che ne è stata tramandata degli incontri con Cook. Alcune illustrazioni del Diciottesimo secolo ornano sui lati le pareti dello spazio espositivo e narrano le vicende della terza e ultima spedizione. Tra le immagini anche la coloratissima camicia, cosiddetta “Camicia Aloha”, prodotta negli Anni Settanta e acquisita per l’occasione dal British Museum, la cui texture è composta dalle vivaci stampe dell’epoca in una sorta di coraggioso collage.

Michel Tuffery, Cookie in the Cook Islands, M.N.Z.M., Aotearoa New Zealand, 2008. Courtesy of the artist. Image © The Trustees of the British Museum
Michel Tuffery, Cookie in the Cook Islands, M.N.Z.M., Aotearoa New Zealand, 2008. Courtesy of the artist. Image © The Trustees of the British Museum

GLI ARTISTI

I lavori di artisti della tradizione Maori entrano ora a far parte della collezione del museo, come Taking Possession, Lono di Lisa Reihana, che mette in primo piano i soggetti di quella che fu la grande colonizzazione ai tempi della presenza inglese nelle isole. Nella stessa direzione, il fotografo aborigeno Michael Cook denuncia attraverso il ritratto #12 della serie Civilised i danni della civilizzazione europea subita dai suoi avi, addirittura prima di Cook, quando le isole australiane furono raggiunte dalla compagnia bretone guidata da William Dampier. Ad arricchire la lista delle opere in rassegna anche Name Changer di Steve Gibbs, Captn Cook in Australia del fotografo aborigeno Simon Gende, Cookie in the Cook Islands di Michel Tuffery.

INCONTRI FRA CULTURE

Le figure che conservano ostinatamente i propri tratti occidentali con le proprie uniformi delineano certamente un atteggiamento altamente nocivo per le culture aborigene delle isole del Pacifico. Dall’altro lato la grande curiosità europea, con la sua cultura onnivora, ha potuto difficilmente abbandonare il carattere attraente ed esotico di ciò che veniva riportato indietro dai viaggi di Cook, facendolo per questo eroe di un nuovo mondo. Come afferma Julie Adams, la curatrice della collezione Oceania del British Museum, la nostra civiltà non può che ringraziare gli uomini che hanno speso la loro vita esplorando, alla ricerca di qualcosa che all’epoca difficilmente poteva apparire scrutabile all’orizzonte dell’immaginazione.
I diari che oggi tutti leggiamo, con brama e ambizione, sulle spedizioni dell’Endeavour, della Resolution, dell’Adventure e della Discovery, mostrano come ci sia una grossa discrepanza tra i racconti delle parti che si schierano sui due fronti opposti. La mostra conserva tutto il suo buon intento di rivalutare la presenza bretone nelle isole del Pacifico, seppure le opere degli artisti discendenti dei popoli che hanno incontrato le flotte del Capitano portino ancora una volta alla luce le gravi conseguenze derivate, come avviene molto spesso, dall’incontro di due culture molto diverse tra loro, nel tempo e nello spazio.

Nicola Violano

Londra // fino al 4 agosto 2019
Reimagining Captain Cook
BRITISH MUSEUM
Great Russell Street
www.britishmuseum.org

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Nicola Violano
Nicola Violano (1989), laurea in architettura con massima votazione e tesi sui territori di cava e le strategie di rifunzionalizzazione di un comparto lapideo. Opera nell’ambito della progettazione architettonica e contribuisce alla didattica dei corsi di Composizione architettonica presso l’Università degli Studi G. d’Annunzio di Chieti-Pescara. Partecipa a numerosi workshop, tra cui OC International Summer School, le varie edizioni di Marmomacc-Stone Academy tenute in sedi differenti, Favelas con vista e altri. Espone alla Biennale di Venezia (2012) con un progetto sulle stratificazioni di Corinto, al Medi Stone Expo di Bari (2013) curando con Erika Pisa, Domenico Potenza e Marco Ragone la mostra su “Angelo Mangiarotti e la pietra di Apricena”, al MAC-Museo d’Arte Contemporanea di Lissone con il progetto Trita-Sapori selezionato per il Premio Lissone Design. Tra Italia e Germania, collabora con diverse testate, quali Artribune, Domus, Architettura di pietra, Archeologia Viva, AZ marmi e WOOmezzometroquadro, di cui è cofondatore. Oggetto delle ricerche attuali, guida anche per il lavoro condotto con Erika Pisa sull’installazione a Milano-Expo 2015 e i prodotti disegnati per alcune collezioni di design, è la temporaneità dall’archetipo.

LEAVE A REPLY