Grandi architetti coinvolti, una lungimirante visione pubblica e investitori privati. Sono questi gli ingredienti del processo di sviluppo ancora in corso che dagli Anni Novanta interessa la Regione della Ruhr in Germania. Attraverso la cultura e l’attenzione all’ambiente.

Dalla terrazza della Zollverein si scorge l’intero panorama circostante. Sovrasta Essen, una città “multicentro” che si snoda tra zone commerciali e quartieri del divertimento. Ma anche gli agglomerati di caseggiati più o meno popolati nati intorno alla grande industria del carbone. Da lontano boccheggia l’ultima ciminiera rimasta in vita nella Ruhr, dove – ancora per poco – si produce carbone. Chiuderà infatti entro la fine del 2018. E soprattutto si scorge quella che è chiaramente la rivincita di un ecosistema completamente modificato dal carbone e che oggi si sta letteralmente “mangiando” le scorie di un passato ingombrante. Colline prima inesistenti create dai depositi di carbone, ormai ricoperte di alberi e piante delle più disparate specie, provenienti da tutto il mondo, cresciute in maniera spontanea in quello che oggi si può definire un sito green. Ciò che ha infatti interessato la Ruhr è stato un intero processo di riconversione innanzitutto ambientale del territorio: galeotta anche la crisi dell’industria del carbone che, a partire dalla seconda metà del XX secolo, ha interessato l’intera regione. La reazione a un crollo che poteva essere fatale è stata sorprendente: ed ecco perché la Ruhr ha deciso di puntare sull’ambiente e sulla cultura. A partire dalla Zollverein, un magnifico edificio Bauhaus che si snoda su oltre cento ettari.

LA STORIA DELLA ZOLLVEREIN

La Zollverein è stata fondata nel 1847 da Franz Haniel ed è il simbolo – si legge nella bella pubblicazione omonima edita da Hermann Marth con la Fondazione Zollverein– dell’inizio e della fine dell’epoca industriale. Trasformata da Fritz Schupp e Martin Kremmer in architettura modernista, divenne nel lasso di poco tempo un complesso altamente funzionante, il centro della vita nell’area circostante. La miniera venne successivamente chiusa nel 1986. Nello stesso anno la Regione della Nord Reno-Westphalia acquistò il complesso. Parti importanti degli edifici assunsero lo status di monumenti. Tra il 1988 e il 1989 la contea lanciò l’International Architecture Exhibition Emscher Park (IBA), un programma per il futuro dell’area a nord della Ruhr, un piano per gestire la crisi strutturale che la zona stava affrontando con la chiusura delle miniere e i cambiamenti dell’economia internazionale. Tra gli obiettivi dell’IBA lo sviluppo economico attraverso progetti di pianificazione urbana, sociale, culturale ed ecologica. Fu solo nel 2001 che l’intera Zollverein venne inclusa nella lista dei siti patrimonio dell’Unesco. Il primo passo era stato fatto, ora diventava fondamentale ripensare lo spazio e ricostruire intorno una comunità. La vita circostante era fino ad allora stata dettata dai tempi e dalle routine della miniera. Nel giorno di Natale del 1986 non ci furono né proteste né celebrazioni.

Zollverein. Photo Jochen Tack
Zollverein. Photo Jochen Tack

LA RIQUALIFICAZIONE

Sempre nel 2001 comincia il processo di riqualificazione dell’edificio, grazie al lavoro degli architetti Rem Koolhaas (OMA) e Heinrich Böll. L’idea alla base era: “conservazione attraverso il riuso”.
Nel 2006 si aggiunge la bellissima Zollverein School of Design progettata dallo studio SANAA, un edificio cubico che si sposa perfettamente con il contesto circostante (è il primo progetto in Europa dei giapponesi Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa ed è anche il primo edificio a essere completato nell’intero masterplan). Nel 2017 si aggiunge la nuova sede della Folkwang University of the Arts con circa cinquecento studenti.
A partire dal 2010 cominciano a nascere i musei che oggi compongono l’intero panorama di opportunità di visita per gli 1.5 milioni di persone provenienti da tutto il mondo che ogni anno affollano la Zollverein, accompagnati dal caratteristico color arancione che simula quello delle braci accese.

I MUSEI

C’è il Ruhr Museum, ad esempio, collocato nell’ex edificio per lo stoccaggio e la distribuzione del carbon fossile. Luogo perfetto per raccontare la storia della Ruhr e del sito nelle sue molteplici declinazioni, fino a oggi. Qui il visitatore può tracciare in maniera molto chiara la mappa cronologica dei cambiamenti che hanno interessato la zona e, allo stesso tempo, quella dell’evoluzione che ha portato la Zollverein a essere il luogo che oggi è. Ma da qui parte anche l’itinerario nell’area monumentale della miniera, seguendo i percorsi dei minatori e il loro lavoro, battendo i binari e passando da un edificio all’altro tramite la suggestiva “seggiovia”, se così la si può definire. Il complesso ospita anche il Red Dot Museum, il museo dedicato al design contemporaneo con oltre duemila pezzi in esposizione e il bellissimo Pact Zollverein. Quest’ultimo è un attivissimo e palpitante centro dedicato alle arti performative situato nell’edificio che ospitava le docce dei minatori (ancora oggi si possono vedere molto bene gli spazi per l’allocamento del sapone e gli spogliatoi, tutto perfettamente conservato). Il Pact Zollverein, diretto da Stefan Hilterhaus, fondato nel 2002, offre, oltre a un eccellente cartellone di spettacoli e iniziative, anche un programma di residenze per artisti a livello internazionale. Nel 2018 l’istituzione è diventata co-organizzatrice della biennale Dance Platform.

Zollverein. Photo Jochen Tack
Zollverein. Photo Jochen Tack

L’ARTE DELLA ZOLLVEREIN

Ma l’intero sito pullula di opportunità culturali: ci sono installazioni disseminate un po’ ovunque di artisti del calibro dei coniugi Kabakov, o la piscina pensata da Dirk Paschke, nata come un progetto partecipativo, poi diventata parte integrante del complesso, completamente gratuita e aperta a tutti. E ancora laboratori, corsi tenuti da artisti, negozi (l’ultimo acquisto è un brand di moda che produce abbigliamento con i tessuti usati dai minatori per produrre i propri vestiti), laboratori di ceramica e presto un co-working. Una vera e propria factory creativa che si completa con il bellissimo ristorante Casino Zollverein, tra i più amati a Essen, che ha mantenuto nella sua struttura le “antiche” vestigia del complesso minerario, in un mix affascinante. E non mancano i matrimoni all’ombra della caratteristica torre che saluta i visitatori all’ingresso, il cinema all’aperto (tutto in chiave mineraria), né i festival o gli eventi che contaminano il parco delle attività cittadine e regionali, in un luogo pensato per essere vivo e parte vibrante della comunità, tanto che nel 2010 è stato tra i più propulsivi nell’anno in cui la Regione Ruhr fu Capitale Europea della Cultura, conservando di quella esperienza tutto lo smalto.
La nomina ha fortemente influenzato lo sviluppo e molti processi di costruzione della Zollverein, che ha peraltro ospitato l’evento di apertura di Ruhr 2010. È in quell’anno che l’area diventa una forte attrazione turistica quantificando ben 2,5 milioni di visitatori. Oggi la Zollverein è così attrattiva che anche gli investitori privati credono nel futuro dell’area.
Tra il 2016 e il 2017 sono stati effettuati investimenti privati per circa 190 milioni di euro. L’area è ancora in movimento e ci sono tanti progetti di sviluppo: ad esempio quello che riguarda l’ex Fabbrica del Sale, che sarà riaperta nel 2020, o quello che vedrà presto sorgere un hotel. Un’ultima nota: la riconversione non ha riguardato solo gli immobili, ma anche i lavoratori. Sono tantissime oggi le persone impiegate a vario titolo nella Zollverein. Tra queste anche alcuni minatori superstiti e ancora in gamba, eccellenti guide per una splendida visita.

Santa Nastro

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AutoriRem Koolhaas, Kazuyo Sejima
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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.