Contemporary Muslim Fashions al de Young Museum di San Francisco

Burka, headwrap, hijab, abaya: da abiti controversi, ad elementi fashion. Una mostra svela – è il caso di dirlo – il mondo ancora poco conosciuto della moda musulmana: dalla tradizione del vestire “pudico”, al lancio di Vogue Arabia…

Halima Aden wears Melinda Looi,(b. 1973, Malaysia) for Melinda Looi (est. 2012, Malaysia). Photography by Sebastian Kim

Eversiva, rivoluzionaria, all’avanguardia, o specchio del suo tempo, la moda offre spesso – ed è un paradosso perfettamente insito nella sua condizione effimera – chiavi di lettura inaspettate dei fenomeni culturali e sociali: in questo senso la mostra che inaugura al de Young Museum di San Francisco dedicata alla moda musulmana, più che come una sfida va letta come una inedita ricognizione.
Contemporary Muslim Fashions– al plurale, perché l’Islam è una fede multiculturale e l’abbigliamento “prescritto” dai principi religiosi, s’adatta anche ai costumi e alle tradizioni locali – indaga il mondo della moda nei paesi musulmani – dai paesi arabi, all’estremo oriente –  andando a scardinare, prima di tutto, quella generica idea di “costrizione” che abbraccia, agli occhi occidentali, la pratica del vestire “pudico”.

LA MODA CONTRO I PREGIUDIZI

“C’è chi crede che non ci sia alcuna moda tra le donne musulmane, ma è vero il contrario, con comunità di moda moderne, vivaci e straordinarie, in particolare in molti Paesi a maggioranza musulmana”spiega Max Hollein, Direttore e CEO dei Musei delle Belle Arti di San Francisco: per molti, anzi, un abbigliamento tradizionale, eppure perfettamente attuale nei tagli, nei dettagli e nei tessuti, assume la valenza di uno sdoganamento dei pregiudizi anti-musulmani, mostrando un’immagine positiva – lontana dall’idea di mortificazione che accompagna, soprattutto, il vestiario femminile.
Curata da Jill D’Alessandro e Laura Camerlengo con la consulenza dell’esperta in cultural studies Reina Lewis, la mostra del de Young affonda le sue radici negli anni Cinquanta del secolo scorso, quando i clienti musulmani d’élite frequentavano le maison parigine e gli stilisti adattavano i modelli alle necessità dei nuovi compratori; racconta – con un’ampia sezione fotografica – le contestazioni femminili all’imposizione del velo, in Iran nel 1979 attraverso gli scatti di Hengameh Golestan; accosta oggetti – come il primo hijab sportivo creato da Nike – e opere d’arte come il poster Greater Than Fear di Shepard Fairey, dove una donna indossa provocatoriamente un velo stelle e strisce.

UNA NICCHIA DA SCOPRIRE

Lo spaccato che emerge è quello di una nicchia inaspettatamente vivace, che se da un lato – per il potere d’acquisto della sua fascia più elitaria – ha invogliato gli stilisti occidentali a ideare collezioni ad hoc (ad esempio quella recentemente presentata da Dolce&Gabbana), dall’altro ha stimolato la formazione e il successo di una nuova generazione di stilisti attivi a livello locale o di base all’estero. In mostra sono presenti: Faiza Bouguessa, Chadore Fyunkaa rappresentare l’area del Medio Oriente,Itang Yunasz, Dian Pelangi, Bernard Chandran per l’area del sud est asiatico; Céline Semaan Vernon di Slow Factory e Saiqa Majeed di Saiqa London sono invece un esempio di fashion designer che operano negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Infine dopo l’alta moda, un’incursione nel fast fashion, come quello proposto da Sarah Elenany e Barjis Chohan.

Maria Cristina Bastante

https://deyoung.famsf.org

 

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