È morto Daniele Kihlgren. Il visionario che per primo trasformò un paesino abbandonato in un albergo diffuso 

L'imprenditore di origini svedesi che aveva dato forma all'albergo diffuso Sextantio nel borgo abbandonato di Santo Stefano di Sessanio in Abruzzo è scomparso il 7 ottobre 2026 a Roma a seguito di una polmonite. Il ricordo di Luisa Taliento


La prima volta che ho incontrato Daniele Kihlgren è stato a Santo Stefano di Sessanio, all’apertura di Sextantio più di 20 anni fa. Era arrivato in moto e aveva l’aria di uno che aveva vissuto sempre in quel posto. Del resto l’aveva scelto dopo essere arrivato quasi per caso in quel borgo abruzzese allora quasi sconosciuto, segnato dall’abbandono e dallo spopolamento, e aveva deciso di scommetterci. La sua idea era chiara fin dall’inizio, non voleva trasformarlo in una destinazione turistica, ma fare esattamente il contrario: lasciare che fosse il paese, con le sue pietre, le sue case, i suoi oggetti e le sue imperfezioni, a dettare le regole dell’ospitalità.

È morto Daniele Kihlgren. Il visionario che per primo trasformò un paesino abbandonato in un albergo diffuso 
Sextantio, Santo Stefano di Sessanio

Sextantio e il pensiero lungimirante di Daniele Kihlgren

Nel suo progetto di recupero non aveva aggiunto alcun volume edilizio, aveva utilizzato materiali locali, conservato le tracce delle precedenti destinazioni d’uso. Una stalla poteva diventare una reception, una casa contadina una camera, gli oggetti della vita quotidiana entrare a far parte dell’esperienza degli ospiti. Anche l’artigianato, la biancheria, i prodotti della cucina diventavano parte di un sistema che non separava l’albergo dal paese. Per quegli anni era un’idea rivoluzionaria: aveva capito che il valore era già lì, bisognava solo riconoscerlo. Ventidue anni fa, da visionario, aveva anticipato e di parecchio molte delle parole con cui oggi parliamo di turismo: rigenerazione, sostenibilità, autenticità, valorizzazione dei territori, recupero del patrimonio. Negli anni successivi ho avuto modo di risentirlo per altre interviste, seguendo i progetti che via via si moltiplicavano. Diceva sempre: “Sono divorato dalla curiosità”. E questa è forse la cosa che ricordo più chiaramente: la sua idea non sembrava mai conclusa.

È morto Daniele Kihlgren. Il visionario che per primo trasformò un paesino abbandonato in un albergo diffuso 
Albergo Diffuso Le Grotte della Civita, Matera

Non adattare il luogo al turismo, ma adattare il turismo al luogo

A Matera, nei Sassi, quella ricerca trovò un’altra forma. Le Grotte della Civita restituivano all’ospitalità un patrimonio che per decenni era stato associato alla povertà e all’arretratezza, senza cancellarne la memoria. Le grotte, la roccia, le strutture preesistenti, la chiesa rupestre diventavano parte di un progetto nel quale il visitatore non veniva portato dentro un albergo, ma dentro un luogo. Anche qui la scommessa era la stessa: non adattare il luogo al turismo, ma adattare il turismo al luogo. Forse è questo il lascito più importante di Daniele: avere dimostrato che il patrimonio cosiddetto minore può diventare una risorsa senza smettere di essere patrimonio. Che un paese abbandonato non è necessariamente un paese morto. Che anche una casa povera, una stalla, una grotta, un oggetto della vita quotidiana possono avere un valore, se qualcuno riesce a guardarli prima che vengano cancellati. Un pensiero che, negli anni, ha continuato a cambiare scala.

È morto Daniele Kihlgren. Il visionario che per primo trasformò un paesino abbandonato in un albergo diffuso 
Le capanne di Sextantio nel lago Kivu, al confine tra Congo e Ruanda

Daniele Kihlgren e una nuova idea di impresa

Dall’Appennino abruzzese (dove ultimamente aveva rilanciato con uno straordinario progetto di ristorazione in mano al cuoco Dino Como) ai Sassi di Matera, fino ai progetti sviluppati in Africa, dove alla dimensione dell’ospitalità si è aggiunta quella sociale, portandolo sempre più lontano dalla figura dell’investitore e verso quella di un imprenditore capace di mettere l’impresa al servizio di un’idea. Daniele era nato nel 1966 in una famiglia italo-svedese dell’alta borghesia milanese, che aveva costruito il proprio patrimonio nel settore del cemento. Una storia familiare legata alla costruzione, dunque, mentre lui aveva scelto una strada quasi opposta: recuperare invece di edificare, partire da ciò che esisteva già, cercare il valore nelle architetture e nei paesaggi che il tempo e l’abbandono stavano cancellando. E forse è per questo che oggi, pensando ai suoi occhi chiari, torno con la memoria a quel paese sulla collina, alle sue pietre e alle montagne intorno. Perché i luoghi, prima di diventare destinazioni, sono case, strade, paesaggi, memorie. E se si vuole che continuino a vivere, forse bisogna prima di tutto imparare a guardarli. I funerali si terranno lunedi 11 ottobre a Milano, in San Babila. Grazie Daniele.

Luisa Taliento

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Luisa Taliento

Luisa Taliento

Primo viaggio: Milano-Istanbul, in pullman. Da allora ha sempre amato girare il mondo. Dopo la laurea in Lettere moderne, conseguita presso l’Università degli Studi di Milano, con una tesi dal titolo: “La stampa socialista negli Stati Uniti” si è diplomata…

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