L’Europa e l’eterna fuga dallo stato delle cose presenti 

Con il suo bagaglio di storia cultura e filosofia, l’Europa oggi, pur distinguendosi per una straordinaria capacità di analisi, vive una situazione di stallo, che traducendosi in incapacità decisionale non solo le impedisce di stare nel presente ma rischia di renderla succube delle decisioni altrui...

L’Europa appare oggi marginale non per mancanza di storia o visione, ma per una difficoltà più profonda: l’incapacità di stare nel presente.  

È come se il tempo dell’azione le risultasse sempre eccedente, moralmente rischioso, strutturalmente destabilizzante. L’eccesso di storia che l’Europa porta con sé – colonialismi, guerre civili, totalitarismi, genocidi – non si è tradotto in una maggiore capacità decisionale, ma in una prudenza paralizzante. Il presente, che chiede scelte tragiche, irreversibili e spesso ambigue, viene così trasformato in un problema di gestione, rinvio, procedura. In questo senso risuona, quasi in filigrana, l’intuizione di Milan Kundera: una civiltà che, per non affondare sotto il peso della propria storia, impara a voltarsi dall’altra parte. L’Europa guarda indietro per interrogare la propria colpa e guarda avanti per rassicurarsi con scenari e strategie, ma fatica a sostenere lo sguardo sul presente, che è sempre conflitto, esposizione, responsabilità. Da Srebrenica alla guerra in Ucraina, dalla sfida tecnologica alla pressione economica globale, l’Unione riconosce la gravità degli eventi spesso solo quando sono già diventati passato. Le rare eccezioni — la risposta comune alla pandemia o il “whatever it takes” contro la speculazione sull’euro — confermano la regola: solo quando il presente irrompe come emergenza assoluta, l’Europa riesce ad abitarlo. Per il resto, delega il tempo dell’azione ad altri attori, rinunciando così a un ruolo centrale non per debolezza, ma per eccesso di rimozione

Il presente come tempo “debole” nella filosofia europea 

La tradizione europea ha costruito la propria grandezza pensando il tempo, ma raramente abitandolo. Il presente è stato quasi sempre concepito come un passaggio: o un ritorno a un’origine, o un anticipo di una fine. 

Dal mondo greco-latino in poi, il classicismo ha assegnato al passato una funzione normativa. Il tempo originario – l’età dell’armonia, della forma, della misura – diventa il criterio con cui giudicare il presente. Il presente, in questa prospettiva, non è il luogo della creazione, ma della decadenza o dell’imitazione imperfetta. Agire nel presente significa quindi correggere, restaurare, riportare in asse, non rischiare l’inedito. Questa postura ha generato una civiltà di straordinaria profondità culturale, ma anche una diffidenza strutturale verso il nuovo come evento

Con il cristianesimo, il tempo europeo si polarizza ulteriormente, il senso non sta nel presente, ma nella fine. Il presente diventa attesa, prova, attraversamento. Non è il luogo della pienezza, ma della preparazione. 

L’Europa e la difficoltà di “stare” nel presente 

La salvezza non avviene qui, ma alla fine dei tempi. Questa struttura escatologica sopravvive anche nella modernità secolarizzata: nel progressismo illuminista, nella filosofia della storia, fino alla sua forma più potente, il marxismo. 

In Karl Marx, la redenzione non è più ultraterrena, ma storica. Tuttavia, il presente resta strumentale, vale in funzione di ciò che prepara. Il risultato è una civiltà che pensa il futuro come compimento, ma il presente come mezzo, mai come fine. 

Con Georg Wilhelm Friedrich Hegel, questa logica raggiunge la sua massima sofisticazione. Il presente, nell’idealismo, è reale solo in quanto momento di un processo. Ciò che accade ora ha senso perché sarà compreso dopo, nella totalità del percorso. Il celebre motivo secondo cui “la filosofia arriva sempre al crepuscolo” legittima una postura fondamentale: capire il presente è possibile solo quando è già passato

Questo produce una cultura della razionalizzazione ex post, non della decisione nel tempo dell’incertezza. 

Una straordinaria capacità di analisi ma una difficoltà di decidere: il peso della storia in Europa 

Classicismo, escatologia e idealismo convergono in un punto decisivo: il presente non è mai il luogo del senso pieno, o è già stato (passato normativo), o sarà (futuro redentivo), o è solo un momento necessario di una totalità più ampia. In tutti i casi, il presente è insufficiente

Quando questa struttura temporale si traduce in istituzioni e governance, accade ciò che vediamo oggi in Europa: una straordinaria capacità di analisi, una raffinata coscienza storica, ma una difficoltà cronica a decidere quando il senso non è garantito. Che sia questa la ragione di una scena artistica e culturale che sembra aver abbandonato il continente? 

Agire nel presente significa assumere la possibilità dell’errore, della colpa, dell’irreversibilità. 
La tradizione europea, avendo sempre collocato il senso altrove, tende a rimandare l’atto. L’Europa non volta lo sguardo per superficialità, bensì perché la propria filosofia l’ha educata a pensare il presente come qualcosa che non può ancora essere giudicato

Domenico Ioppolo 

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Domenico Ioppolo

Domenico Ioppolo

Domenico Ioppolo è Amministratore Delegato di Campus e direttore del Milano Marketing Festival. È stato Managing Director Emea di Nielsen Media, Ad di WMC, Initiave Media e Classpi. Ha insegnato in Università italiane e straniere, pubblicando diversi contributi su media e marketing,…

Scopri di più