Arte e design a 140 chilometri orari. La rivoluzione dei caschi alle Olimpiadi di Milano Cortina 2026

Superfici in movimento che raccontano identità, simboli e storie personali. Un’estetica effimera, attivata dal corpo dell’atleta e destinata a scomparire nel gesto sportivo. Ecco come comunicano i caschi delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026

Oggetti tecnici, concepiti per proteggere le teste che sfrecciano ad alte velocità, si trasformano in piccole tele mobili, raccontando storie, identità, simbolismi e, persino, testimonianze di guerra. Un casco di skeleton o di hockey non è una semplice superficie. Ha dimensioni compatte, circa 25–30 centimetri di altezza per 20–25 cm di larghezza, una forma bombata, curve e spazi dinamici che lo rendono affine alla scultura e alla pittura tridimensionale. Il casco olimpico è diventato così un’opera d’arte, ma molto particolare, per tutta una serie di motivi. A partire dal fatto che non è mai ferma, non è da contemplare come in un museo, ma attraversa lo spazio in pochi secondi, moltiplicata dalle telecamere, consumata dall’uso, talvolta neutralizzata dal regolamento. 

Milano Cortina 2026, Skeleton individual Men, KIM Jisoo. Crediti: 2026 International Olympic Committee, Kohjiro Kinno
Milano Cortina 2026, Skeleton individual Men, KIM Jisoo. Crediti: 2026 International Olympic Committee, Kohjiro Kinno

La mano invisibile dell’artista dietro ai caschi olimpici 

Dietro un casco “artistico” c’è un processo elaborato: pittura diretta su fibra di carbonio o policarbonato dopo carteggiatura e primerizzazione; airbrush stratificato, per evitare spessori che alterino aerodinamica e peso; acrilici ad alta resistenza, vernici automotive, sigillate con trasparenti protettivi; assenza quasi totale di pennellata visibile, salvo nei casi volutamente figurativi; vincoli cromatici e iconografici imposti dalle federazioni e dal CIO. Il fatto che i nomi degli artisti non siano quasi mai citati non è un vuoto informativo, ma un dato culturale. Tranne il caso di Iryna Prots, artista indipendente che ha firmato il casco dello skeletonista ucraino Vladyslav Heraskevych, che riproduce sulla superficie i ritratti di oltre venti atleti e tecnici ucraini caduti nella guerra iniziata nel 2022, non ci sono altri artisti riconosciuti.  

Arte e design sui caschi di Milano Cortina 2026 

Spesso la grafica è frutto di collaborazioni con designer professionisti o studi di grafica sportiva, come nel caso di Federica Brignone, che ha deciso di scendere con il famoso casco-tigre disegnato per lei da MartiDesign. L’autorialità, quindi, resta assorbita dall’atleta, che diventa il “corpo firmante” dell’opera. L’artista scompare, l’immagine resta. S’intrecciano colori, simboli nazionali, riferimenti popolari, cartoon, linee geometriche minimaliste, che raccontano la storia di chi sta gareggiando e ciò che vuole comunicare.  

Il casco come strumento di comunicazione 

Dal tradizionale talchum, la danza con maschere facciali, dell’atleta sudcoreano Kim Jisoo,  all’occhio blu e verde di Kellie Delka, l’unica atleta che rappresenta Porto Rico; dal disegno in bianco e nero del canadese Josip Brusic, che raffigura un paio di occhi avvolti da nuvole di fumo e, naturalmente, una foglia d’acero sul mento, a Valentina Margaglio che ha unito i colori italiani alle geometrie ispirate ai tessuti della Costa d’Avorio di cui si vestiva la madre; fino all’inconfondibile rapace dell’hockeista Connor Hellebuyck, della squadra maschile a stelle e strisce. Opere che non si lasciano mai fissare, instabili per natura, consumate dalla velocità, affidate a un gesto che dura pochi secondi. Un’arte che non chiede di essere conservata, ma attraversata.

Luisa Taliento 

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Luisa Taliento

Luisa Taliento

Primo viaggio: Milano-Istanbul, in pullman. Da allora ha sempre amato girare il mondo. Dopo la laurea in Lettere moderne, conseguita presso l’Università degli Studi di Milano, con una tesi dal titolo: “La stampa socialista negli Stati Uniti” si è diplomata…

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