Lo spettatore (ap)pagato

Gilles Deleuze ricorda che, a un congresso di psicoanalisi, Felix Guattari propose che anche gli analizzati venissero pagati. La questione era rompere con una concezione che associava l’idea di servizio o di lavoro solo a colui che dirige la relazione…

Spettatore

Si trattava di allargare la nozione di “divisione sociale del lavoro” anche alla sfera che non le è direttamente associata. Senza i pazienti la psicoanalisi non si effettua, non “produce” guarigione. Anche Godard – ricorda ancora Deleuze – fece un’affermazione analoga: perché non pagare chi guarda la televisione? D’altra parte, è attraverso essa che la pubblicità buca il desiderio annettendoselo ed estorce il consumo allo spettatore. Non è la stessa cosa per l’arte? Dal momento che ha perso la sua funzione simbolica e religiosa, e poiché il suo ruolo implica quello dello spettatore (emancipato), perché non pagarlo?
Guardare è un’attività socialmente rilevante, nella misura in cui l’occhio è costantemente sollecitato. Perché solo l’artista deve essere riconosciuto (anche economicamente) con la sua opera da esporre, da sottoporre allo sguardo dello spettatore, e non riconoscere anche i diritti di quest’ultimo? Il punto è che la nozione di “forza lavoro” è vittima del realismo della produzione in un mondo in cui l’oggetto della produzione è sempre più vaporizzato e la funzione dell’occhio diviene una delle forze produttive della circolazione delle immagini, le quali fanno sì che l’artista e il sistema che lo sostiene possano ancora capitalizzare il ruolo dello spettatore, sfruttandone la funzione. Anziché riconoscere in esso un attore insostituibile per la vita delle immagini, lo si relega al ruolo passivo di consumatore di feticci culturali.

Gilles Deleuze
Gilles Deleuze

Lo spettatore è un lavoratore, inconsapevole di esserlo. Partecipa dell’“intelligenza collettiva”: produce circolazione dell’immaginario come le griffe indossate dai corpi. Non è forse l’audience che stabilisce la riuscita di una mostra? In fondo, l’offerta dell’artista è analoga a quella dello psicoanalista: uno offre la relazione con l’inconscio, l’altro con l’immaginario. Ma, a differenza dell’analista, l’artista allo spettatore chiede un impegno. Pretende un lavoro dello sguardo che è un “lavoro vivo”, come diceva Marx per gli operai delle fabbriche. Da qui anche lo sfruttamento dello spettatore quando non vi è nulla da vedere e da capire.

Marcello Faletra
saggista e redattore di cyberzone

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #15

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Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.