Il divenire delle mostre

Scritte dall’azione di critici e teorici dell’arte, le mostre temporanee – e la storia a loro dedicata – si presentano come la parte più intrigante del discorso artistico. Che ha segnato e disegnato, nel Novecento, il mondo dell’arte e della critica.

Les Magiciens de la Terre - 1989

La mostra temporanea, almeno fino agli anni ‘80 del XX secolo [1], è percepita come un saggio visivo, una palestra (per critici e artisti) o un paesaggio effimero che si forma. E nel formarsi costruisce un sentiero metodologico, critico e teorico [2], che evidenzia il dibattito nato sotto il segno della fine dei grandi racconti [3] e mira a fare il punto sui mutamenti, i cambi di rotta, i criteri allestitivi che hanno condizionato, da Aperto ’80 a oggi, il mondo dell’arte e della critica.
Ora, al di là dei grandi problemi che causano le mostre di successo, dove quello che conta sono i visitatori o la rassegna stampa di turno, vale la pena evidenziare l’esistenza di un corpus allestitivo intelligente e cosciente che mira ancora a costruire un vivace discorso teorico [4].
La mostra come costruzione di un’idea, come apertura preferenziale di dibattiti sui problemi più scottanti della contemporaneità o come organizzazione di un pensiero che dalla teoria muove verso l’arte per generare formule di ulteriore riflessione, non è spirata con i grandi racconti. Ha saputo reinventarsi, piuttosto, per leggere i territori di un presente quanto mai ambiguo, pernicioso e pericoloso.

Sensation - 1997-99

Difatti alcune mostre, tra gli anni ‘90 del Novecento e il primo decennio del XXI secolo, hanno caratterizzato la nuova scena della critica d’arte e dell’estetica interrogandosi su un sistema sfrangiato dalla megalopoli e dai meccanismi relazionali, dalle correnti dominanti dell’economia e dalla flessibility del lavoro, dai flussi di un paesaggio ibrido, carico di differenze e, nel contempo, paradossalmente omologante.
All’interno di questo paesaggio, la storia recente delle mostre temporanee d’arte contemporanea si presenta non solo coinvolta in un calderone di eventi nati per deliziare un pubblico medializzato, ma anche, a me pare, aperta a costruire laboratori utili a leggere il mondo della vita. Si tratta di “mostre pilota” [5] la cui forza riflessiva salta il fosso della mostromania dilagante e del mostrificio imperante, per aprire nuovi dibattiti critici, teorici, filosofici, socio-antropologici.

Mimmo Paladino - La montagna di sale - Piazza Plebiscito, Napoli

Da Magiciens de la Terre (1989) a Post-Human (1992-93), che evidenziano le problematiche del multiculturalismo e del modello organico, dalle manovre sull’arte e l’abitare [6] messe in campo, a Piazza Plebiscito, con La montagna di sale di Mimmo Paladino a Identità e Alterità (1995). Per giungere, poi, a Sensation (1997-99) e L’Art Biotech (2003), che interrogano le “metafore biologiche” (J. Hauser) e i profondi cambiamenti di un’arte che non si rappresenta ma si presenta per modulare un approccio creativo teso a ritessere le trame del Dna. A Sogni e Conflitti. La dittatura dello spettatore (2003) e Punti Cardinali dell’Arte (2003). O alle più recenti Eurasia. Dissolvenze geografiche dell’arte (2008), 11 Settembre (2009) e Exhibition/Exhibition (2010-11). Le stanze della critica e della teoria hanno ragionato sugli scenari che, dagli anni ‘90 del Novecento, si estendono e si reinventano nel primo decennio del XXI secolo per trovare ulteriori strade, nuove vie di pensiero e costruzione teorica [7]. Contrade di pensiero, queste, che dai territori dell’arte si sono riversate in quelli della critica e della teoria, ponendo le basi riflessive non solo per il mondo dell’arte, ma anche per quello dell’intera umanità.

[1] Per una puntuale panoramica sulla storia delle mostre si veda almeno F. Pirani, Che cos’è una mostra d’arte, Carocci, Roma 2010.
[2] Cfr. F. Ferrari, Lo spazio critico, luca sossella editore, Roma 2004.
[3] Cfr. J.-F. Lyotard, La condition postmoderne, Les Editions de Minuit, Paris 1979.
[4] Cfr. J.-C., Ammann, L’esposizione come strumento critico, in E. Mucci e P. L. Tazzi (a cura di), Teoria e pratica della critica d’arte, Feltrinelli, Milano 1979, pp. 165-180.
[5] A. Vettese, Ma questo è un quadro, Carocci, Roma 2005, p. 33.
[6] Cfr. A. Trimarco, L’arte e l’abitare, Editoriale Modo, Milano 2001.
[7] Cfr. S. Zuliani, Effetto museo, Bruno Mondadori, Milano 2009.

Antonello Tolve

Articolo pubblicato su Artribine Magazine #3

 

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Antonello Tolve
Antonello Tolve (Melfi, 1977) è titolare di Pedagogia e Didattica dell’Arte all’Accademia Albertina di Torino. Ph.D in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico artistica (Università di Salerno), è stato visiting professor in diverse università come la Mimar Sinan Güzel Sanatlar Üniversitesi, la Beǐjin̄g Yuy̌ań Daxué, l’Universitatea de Arta si Design de Cluj-Napoca e la Universidad Central de Venezuela. Critico d’arte e curatore, è stato commissario in diverse giurie internazionali. Tra i suoi libri si ricordano “Gillo Dorfles. Arte e critica d’arte nel secondo Novecento” (La Città del Sole, 2011), “ABOrigine. L’arte della critica d’arte” (PostmediaBooks, 2012), “Ubiquità. Arte e critica d’arte nell’epoca del policentrismo planetario” (Quodlibet, 2013), “La linea socratica dell’arte contemporanea. Antropologia Pedagogia Creatività” (Quodlibet, 2016), “Istruzione e catastrofe. pedagogia e didattica dell’arte nell’epoca dell’analfabetismo strumentale” (Kappabit, 2019), “Me, myself and I. Arte e vetrinizzazione sociale ovvero il mondo magico del selfie” (Castelvecchi, 2019), “Atmosfera. Atteggiamenti climatici nell’arte d’oggi” (Mimesis, 2019). Ha curato con Stefania Zuliani il volume di Filiberto Menna, “Cronache dagli anni settanta. Arte e critica d'arte 1970-1980” (Quodlibet, 2017) e, con S. Brunetti, “Il sistema degli artisti. Collezione, conservazione, cura e didattica nella pratica artistica contemporanea” (Mimesis, 2019). Dal 2018 e Direttore della sede romana della Fondazione Filiberto e Bianca Menna e dal 2014 è curatore della Gaba.Mc – Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Macerata.