L’eclissi della fotografia in Italia. Il curatore Filippo Maggia racconta la crisi in questa intervista

Curatore, critico ed editor, Filippo Maggia da oltre trent’anni svolge un ruolo centrale nello sviluppo e nella promozione della fotografia contemporanea in Italia e in ambito internazionale

Negli ultimi due decenni il linguaggio fotografico ha attraversato una trasformazione profonda, al punto da rendere sempre più necessario distinguere la fotografia dal più ampio e indistinto universo delle immagini. L’esplosione della produzione visiva, alimentata dal digitale e dai social media, ha contribuito a una progressiva perdita di centralità della fotografia come pratica consapevole, fondata su una visione, su un tempo di elaborazione e su una responsabilità culturale. In questo scenario, la diffusione massiva delle immagini ha spesso generato un livellamento verso il basso, colpendo tanto la formazione quanto il sistema espositivo, editoriale e il mercato.

Lo stato della fotografia in Italia

Paradossalmente, questa crisi del linguaggio si manifesta in Italia in concomitanza con un rinnovato sostegno istituzionale alla fotografia, che tuttavia fatica a tradursi in una produzione all’altezza delle risorse messe a disposizione. Tra autoreferenzialità dei contenuti, impoverimento formale e perdita di un approccio critico sul presente, la fotografia sembra attraversare una fase di eclissi più che di esaurimento. È a partire da questa condizione di sospensione e di transizione che si inserisce il dialogo con Filippo Maggia, una delle voci più autorevoli nel dibattito contemporaneo sulla fotografia, chiamato a riflettere sulle trasformazioni in atto, sulle responsabilità della formazione e sulle possibili direzioni future del linguaggio fotografico.

Chi è Filippo Maggia

Maggia, infatti, curatore, critico ed editor, da oltre trent’anni svolge un ruolo centrale nello sviluppo e nella promozione della fotografia contemporanea in Italia e in ambito internazionale. Tra i vari e numerosi incarichi, dal 1993 al 2005 è stato curatore per la fotografia presso la Galleria Civica di Modena e dal 1998 è curatore per la fotografia della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino. Ha lavorato presso la Fondazione Sella e la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, mentre dal 2019 è Head of Projects dell’Archivio Gabriele Basilico di Milano. Parallelamente ha svolto un’intensa attività editoriale per Baldini&Castoldi, Skira, e collabora attualmente con Silvana Editoriale. L’insegnamento e la formazione, tuttavia, sono sempre stati al centro della sua attività, costituendone l’asse portante: ha insegnato allo IED di Torino, all’Accademia di Belle Arti di Catania, ha diretto il Master di alta formazione sull’immagine contemporanea di Modena dal 2007 al 2018 e oggi è professore a contratto presso l’Università Iuav di Venezia. Collabora con Radio 3 RAI e Il Sole 24 Ore, è stato Visiting Professor al Royal College of Art di Londra, ha ricevuto due borse di studio da Japan Foundation e ha collaborato con Sky Arte HD. Dai primi anni Novanta ha curato oltre 100 mostre, tra personali e collettive, dedicate ad alcuni tra i più importanti autori della fotografia internazionale.

L’intervista al curatore Filippo Maggia

In questo periodo sei molto impegnato all’estero. Su cosa stai lavorando?
In questo momento sto preparando una mostra con tre artisti nepalesi che inaugurerà a giugno alla Fondazione Ugo Da Como. Da Kathmandu, dove arriverò verso metà febbraio dopo aver inaugurato un’importante mostra di artisti giapponesi contemporanei a Trieste, andrò a New Delhi, dove sto lavorando a un’altra mostra per la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Guarene, prevista per settembre 2026, con tre artisti indiani, una bengalese, un messicano/peruviano, una kuwaitiana/portoricana e un nepalese. Poi forse proseguirò per Kochi, dove è in corso la Biennale che ha inaugurato a metà dicembre, diretta da NIkhil Chopra, un bravissimo artista con cui avevo lavorato dieci anni fa.

Entriamo nel merito: dove sta andando la fotografia oggi?
Questa è una domanda che mi viene fatta spesso, soprattutto nell’ultimo anno. Prima di tutto bisogna chiedersi: cos’è oggi la fotografia? Io credo che oggi la fotografia sia un ibrido. Non a caso, in un mio saggio recente per il volume dei trent’anni della Fondazione Sandretto, ho parlato di eclissi della fotografia. Non una crisi nel senso di fine o decadenza, ma un’eclissi come passaggio, un momento di oscuramento temporaneo in cui non è chiaro cosa stia succedendo. Dai primi Anni Duemila, con l’avvento del digitale e poi dei social media, prima Flickr, poi Instagram, la produzione di immagini è esplosa in modo esponenziale. E ora parliamo di immagini, non più di fotografia.

Qual è la differenza fondamentale?
Oggi molti giovani artisti usano la fotografia, ma nella stragrande maggioranza dei casi non la conoscono: né teoricamente, né storicamente, né tecnicamente. Sanno manipolare immagini, post-produrle, adattarle e farle convivere con altri media. La fotografia, invece, significa studio -del soggetto, del luogo, della situazione-, attesa, contemplazione, rapporto con il tempo e con la luce, costruzione dell’immagine prima ancora che tecnica. Di questa fondamentale differenza negli ultimi 10/15 anni mi è capitato sovente di parlarne con artisti come Hiroshi Sugimoto o Axel Hütte che ancora vivono la fotografia anzitutto come un processo mentale, un’intensa esperienza creativa. Il digitale ha completamente cambiato questo approccio: si fanno cinquanta scatti e “poi qualcosa viene fuori”. È un procedimento radicalmente diverso.

La decolonizzazione culturale dell’Occidente

Questo vale soprattutto per l’Occidente?
Sì. In Occidente c’è stata una dispersione di approcci durata almeno quindici anni. Al contrario, nel cosiddetto Global South sta avvenendo un ritorno molto forte al senso profondo della fotografia, penso ad esempio al Pathshala South Asia Media Institute fondato a Dacca, in Bangladesh, a fine anni Novanta da Shahidul Alam, figura assoluta di riferimento della fotografia internazionale, oltre che curatore, scrittore, blogger e, non ultimo, attivista. Qui non esistono quasi più corsi di fotografia “pura”: banco ottico, camera oscura, progetto fotografico. Esistono corsi di mixed media, che insegnano sostanzialmente a utilizzare le immagini, anche quelle in movimento, ma vanno poco in profondità. Il risultato è che non si forma più il fotografo. 

Anche i contenuti sembrano cambiare.
Assolutamente. Molti giovani artisti utilizzano la fotografia in modo fortemente autoreferenziale: ambito familiare, autobiografia, corpo, cerchia ristretta di affetti. È un fenomeno generazionale e occidentale. Intanto fuori ci sono questioni fondamentali da indagare: precarietà del lavoro giovanile, rapporti relazionali spesso avvelenati, diseguaglianze sociali sempre più evidenti, migrazioni e integrazioni, insomma, trasformazioni sociali profonde. Dal Sud del mondo, invece, arriva oggi la produzione più interessante. Africa, India, Sud-est asiatico, America Latina. Lì la fotografia è tornata a essere uno strumento centrale per raccontare, discutere, prendere posizione, manifestare. Molti artisti, non a caso, lavorano in collettivi. Il confronto è alla base del processo creativo. Non esiste più l’artista isolato: ci sono filosofi, scienziati politici, antropologi, architetti, ingegneri che arrivano all’arte per necessità espressiva e politica.

E quindi non guardano più all’Occidente come modello?
No. Siamo in una fase avanzata di decolonizzazione culturale. L’Occidente non è più il riferimento. Nel subcontinente indiano, per esempio, esiste ormai un mercato interno forte, gallerie con standing internazionale, biennali, centri di pensiero autonomi. Non hanno più bisogno di noi. E il mercato lo ha capito prima di tutti.

La situazione in Italia e l’importanza di una formazione adeguata

In Italia c’è consapevolezza di questo spostamento?
Poca, a livello istituzionale, specialmente se guardiamo all’offerta espositiva. Alcuni operatori e alcune testate sono attente, ma non esiste una visione strutturata. Si continua a puntare su mostre blockbuster, pacchetti preconfezionati, nomi sicuri per la biglietteria. Manca la volontà di aprirsi e guardare cosa avviene altrove, favorire il confronto, scoprire nuovi linguaggi espressivi e suscitare ragionamenti altri. Paradossalmente ciò accade in un momento in cui lo Stato italiano, attraverso i bandi della DGCC, sostiene la fotografia più di trent’anni fa, ma mancano gli autori, per le cause dette poc’anzi.

C’è ancora spazio per ripartire?
Sì, ma, lo ribadisco, occorre ripensare la formazione, e servono visione, continuità e garanzie di medio-lungo periodo. Servono luoghi dove si insegni fotografia davvero e luoghi dove si discuta di immagini, di linguaggio visivo, di responsabilità culturale dell’immagine. Meno festival e più confronto internazionale. Instagram non è produzione culturale, è comunicazione e condivisione di contenuti, informazioni, e in questo senso va benissimo, ma quanto alle immagini, spesso sono un mero esercizio narcisistico. E proprio perché le nuove generazioni comunicano attraverso immagini, dobbiamo chiederci che valore ha l’immagine e come usarla in modo consapevole. Soprattutto oggi, in un periodo storico – almeno per l’occidente – di decadentismo culturale che sempre più velocemente sta scivolando verso l’oscurantismo.

Caterina Angelucci

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Caterina Angelucci

Caterina Angelucci

Caterina Angelucci (Urbino, 1995) vive e lavora a Milano. È laureata in Lettere Moderne con specializzazione magistrale in Archeologia e Storia dell’arte. Oltre a svolgere attività di curatela indipendente in Italia e all'estero, dal 2018 lavora come giornalista per testate…

Scopri di più