I dimenticati dell’arte. Vita, scatti e parole della fotografa Carla Cerati
Avvicinatasi quasi per caso al mondo della fotografia, con le sue immagini Carla Cerati ha raccontato la società italiana del Novecento: dal jet set milanese al disagio nelle carceri italiane, dai ritratti dei volti noti della cultura ai reportage sugli Anni di Piombo. Ma oltre agli scatti c’è di più: è stata anche scrittrice
Ha fotografato i pazzi nei manicomi, ma anche le feste e i cocktail della Milano da bere, con immagini passate alla storia. Carla Cerati (Bergamo, 1926 – Milano, 2016) arriva alla fotografia quasi per caso. Nasce a Bergamo da una famiglia borghese: da ragazza desidera dedicarsi alla scultura e si iscrive all’Accademia di Brera, ma a causa delle pressioni familiari abbandona gli studi a ventun anni per sposarsi e inizia a lavorare come sarta, prima a Legnano e in seguito a Milano, dove si trasferisce con il marito nel 1952. In quegli anni Cerati inizia a scattare le prime fotografie ai suoi figli e agli amici di famiglia: il padre si accorge del suo talento e le vende una Rollei professionale, che Carla paga a rate, mentre comincia ad interessarsi al mondo del teatro.
L’inizio della carriera di fotografa di Carla Cerati
Nel 1960 riesce a fotografare le prove dello spettacolo Niente per amore di Franco Enriquez al Teatro Manzoni a Milano: il gradimento e la stima del regista la portano ad avviare una professione che esercita documentando le trasformazioni del capoluogo lombardo, dai giovani agli intellettuali, dagli attori come Valeria Moriconi ai poeti come Eugenio Montale. Volti che vengono pubblicati su L’Illustrazione Italiana, Vie Nuove e L’Espresso. Carla ama anche i reportage, come quello che illustra il viaggio in macchina da Milano alla Sicilia nel 1965 con la cartella fotografica Nove Paesaggi Italiani, presentata da Renato Guttuso, che scrive: “Si guardino queste foto, lentamente e a lungo: vedremo crescere queste immagini, rivelarsi sempre di più”.

I grandi della cultura e dell’arte ritratti da Carla Cerati
Cerati ritrae i grandi protagonisti dello spettacolo dell’epoca, da Giorgio Strehler a Eduardo de Filippo, da Carmelo Bene a Monica Vitti. Viene folgorata dal Living Theatre e dal 1967 comincia a seguire le loro performance in tutta Italia e anche all’estero. Frequenta la Libreria Einaudi a Milano, dove il suo obiettivo restituisce i volti e i gesti di Gillo Dorfles, Umberto Eco, Salvatore Quasimodo, Lamberto Vitali, Elio Vittorini. Per L’Espresso riprende Pierpaolo Pasolini alla Buchmesse di Francoforte nel 1974, Laura Betti al Festival del cinema di Venezia nel 1968, Andy Warhol alla Galleria Apollinaire di Milano nel 1974.
Gli scatti nei manicomi italiani
Nel 1968 incontra Franco Basaglia e comincia a realizzare con lui e Gianni Berengo Gardin un reportage per documentare la situazione dei manicomi italiani. “Basaglia voleva fare un libro fotografico sulle istituzioni negate. Le cose però – racconta Cerati – andavano troppo per le lunghe perché nelle caserme è difficile entrare, nelle carceri impossibile, allora abbiamo deciso di farlo solo sui manicomi”. Nasce così il libro Morire di Classe, curato da Basaglia con sua moglie Franca e pubblicato nel 1969 da Einaudi. “Morire di classe – scrive Primo Levi – documentava la situazione manicomiale degli internati di alcuni ospedali psichiatrici dove due grandi fotografi, Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, coinvolti nell’impresa avevano avuto il permesso di entrare e fotografare. Prima di allora non era possibile farlo, per non ledere – si diceva – la dignità dei malati. Sono immagini dure di donne e di uomini prigionieri, incarcerati, legati, puniti, umiliati «ridotti a sofferenza e bisogno»”.

Oltre la fotografia: Carla Cerati scrittrice
Negli anni successivi Cerati si dedica da una parte a raccontare, con un filo di ironia, il mondo della cafè society milanese con Mondo Cocktail (1974), e dall’altra riprende gli episodi più drammatici degli Anni di Piombo, dal Processo Luigi Calabresi – Lotta Continua ai funerali di Giangiacomo Feltrinelli. Nel 1973 abbina alla fotografia la scrittura e pubblica il suo primo romanzo Un amore fraterno, seguito da Un matrimonio perfetto (1975), La condizione sentimentale (1977), La cattiva figlia (1990) e La perdita di Diego (1992), finalista al Premio Strega.
Ludovico Pratesi
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