Gerd Danigel, fotografo autodidatta, ha documentato per anni la vita quotidiana nella DDR, seguendo le vite degli Ost-Berliner fino al disfacimento del Paese. Tra incontri con la Stasi, ricordi e delusioni, lo sfortunato fotografo resta sconosciuto ai più e si mantiene oggi vendendo ai turisti al mercatino delle pulci stampe e scatti che per qualità e sensibilità sarebbero potuti diventare iconici.

Per Gerd Danigel (Berlino, 1959) tutto comincia quando prende in prestito dalla sorella più grande una Penti, una macchina fotografica compatta e dorata prodotta nella Germania dell’Est, e si rende conto che scattare una fotografia gli permette di raccontare il suo mondo senza dover spendere ore a disegnarlo con matite e pastelli su un foglio. “Il rullino era grande la metà di uno normale e per farlo girare dovevi premere con una piccola matita d’oro su di un lato. Era piccola così”.
Unisce indici e pollici per costruire un minuscolo rettangolo immaginario in aria. Alle sue spalle – come ci si aspetterebbe a casa di ogni fotografo – c’è una parete tappezzata di fotografie. Ma non sono le stesse che vende ogni domenica, da dieci anni a questa parte, al mercatino di Boxhagener Platz. Sono foto di famiglia, foto ricordo di vacanze, recite a scuola, nipoti e nipotini in vestiti da Carnevale, una foto in bianco e nero degli Anni Sessanta che lo ritrae bambino.
Sin da piccolo mi piaceva disegnare e fotografare… Negli Anni Settanta la mia famiglia abitava a Mitte e proprio di fronte casa nostra c’era l’ambasciata della Germania Ovest. Io armeggiavo spesso con la macchina fotografica alla finestra, finché un giorno vennero a bussare a casa due agenti della Stasi. Dissero a mia madre di farmi smettere di fotografare l’Ovest, altrimenti i miei genitori avrebbe passato dei guai. Io avevo dieci o dodici anni al massimo…”.
Per me invece comincia tutto con questa sua foto trovata su Google Immagini. Ritrae un gruppetto di bambini a Marzahn, il quartiere di Berlino Est dove è cresciuta negli Anni Ottanta la mia compagna Line. Siccome sono una che ama mettersi nei pantaloni degli altri decido di approfondire, nel tentativo di scoprire qualcosa in più – con uno sguardo, un po’ svogliatamente – sulla vita dei bambini dell’epoca in Allee der Kosmonauten. (Un inverno fa sono salita al 22esimo piano di un Plattenbau della zona e mi è mancato il fiato).

Gerd Danigel, Marzahn, 1977
Gerd Danigel, Marzahn, 1977

TUTTA LA STORIA DI GERD DANIGEL

Con un paio di clic arrivo al suo sito personale, che è in sostanza un archivio senza fondo di immagini: fotografie di vita quotidiana, di berlinesi (bambini e anziani soprattutto), di manifestazioni, piazze, vetrine di negozi e macellerie. Dalla fine degli Anni Settanta a oggi.
La sua biografia è breve e amara, e me ne accorgo nonostante la tremenda traduzione di Google Translate su cui devo fare affidamento. La riassumo così: avrei voluto fare il grafico e invece sono diventato un tecnico del gas. Questo è quello che mi racconta nel suo appartamento a Pankow, un Altbau con finestre ampie e legno rossastro a terra:
Finita la scuola dissi che la mia passione era il disegno. Loro guardarono la mia pagella… Avevo cinque in educazione fisica, non era abbastanza. Decisero per me che professione avrei fatto da grande e mi mandarono a imparare il mestiere. Le cose andavano così a quel tempo”.
Più di una volta, durante la nostra conversazione, si lascia sfuggire espressioni di questo tipo. È la vita, le cose vanno così, che ci vuoi fare? Mi ricorda – forse per i fitti baffi bianchi e gli occhi un po’ acquosi – mio nonno Babi, che fece la guerra e seppellì tre mogli prima di salutarci tutti a novantaquattro anni.

Autoritratto di Gerd Danigel negli anni ‘80
Autoritratto di Gerd Danigel negli anni ‘80

Mentre lavora come tecnico del gas, nel tempo libero si dedica a studiare i grandi fotografi. Poi, intorno ai venticinque anni, trova lavoro in un laboratorio, da una signora “veramente vecchia” che stampa enormi manifesti per i cinema e i teatri. Tocca a lui arrotolarli nella vasca da bagno. La paga è dignitosa e gli permette di investire qualche risparmio in attrezzatura fotografica. Nel fine settimana e fuori dall’orario di lavoro continua a fotografare la sua Berlino.
Non ho mai avuto un soggetto prediletto”. A questa mia domanda non ha la risposta pronta, ci pensa un po’ su mentre si versa in un bicchiere del succo d’uva. “Più che altro quando vedo qualcosa di interessante il mio primo desiderio è di condividere quell’immagine. Penso: questa scena la deve vedere anche qualcun altro! Sì. Ecco perché faccio le foto, è per questa ragione qui”.

Gerd Danigel, Prenzlauer Berg, 1980
Gerd Danigel, Prenzlauer Berg, 1980

Non sono invece della stessa opinione i funzionari della Stasi. Danigel viene contattato ben due volte nello stesso anno, il 1981. La prima, in seguito a una manifestazione della Libera Gioventù Tedesca. Danigel partecipa a una parata dei ragazzini della FDJ a Potsdam e li fotografa a fine giornata, seduti per terra a chiacchierare, con le bandiere abbandonate disordinatamente ai loro piedi e i foulard blu e rossi slacciati, appallottolati in tasca. “Queste sono cose che non vogliamo vedere” gli dice un uomo che va a fargli visita qualche giorno dopo al lavoro.
La seconda volta viene invece invitato a presentarsi negli uffici della Ditta. Una settimana prima ha fotografato alcuni bambini che giocavano con la neve su una piccola altura a Prenzlauer Berg, dove più o meno sorge oggi il Mauerpark (e dove si faceva, finché non è arrivata la pandemia, il karaoke). Sullo sfondo della foto si intravedeva il muro, in primo piano i bambini con le slitte, i guanti di lana. Gli agenti gli dissero che se avesse fotografato un’altra volta il muro gli avrebbero dato una multa di 800 marchi. Poi aggiunsero: “E se qualcuno nei prossimi giorni prova a scappare sappiamo bene a chi rivolgerci”. (Danigel ci tiene a precisare che in entrambe le situazioni gli agenti furono molto gentili.)

Gerd Danigel, Porta di Brandeburgo, 1989. La fotografia più venduta di Gerd Danigel ai turisti.
Gerd Danigel, Porta di Brandeburgo, 1989. La fotografia più venduta di Gerd Danigel ai turisti

PRIMA E DOPO LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO

Una piccola svolta arriva per lui nel 1985, quando un amico del circolo di fotografia del quartiere gli cede per ragioni di salute il suo posto di lavoro presso l’Institutes für Kulturbauten della DDR. Danigel si occuperà in quegli anni di fotografare e documentare tutti gli edifici culturali della Germania dell’Est: teatri, cinema, auditorium e biblioteche. Non è il lavoro dei suoi sogni ma si guadagna da vivere con la sua passione. Per quattro anni.
Poco dopo la caduta del muro sono venuti alcuni uomini negli uffici dell’istituto, hanno parcheggiato sotto il mio ufficio un cassonetto dell’immondizia e da lì hanno buttato tutto il materiale, letteralmente dalla finestra. Il mio lavoro di anni. […] Il mio capo mise poi in vendita tutta l’attrezzatura tecnica, ogni pezzo per 1 marco. Ho tenuto giusto una macchina fotografica e qualche lente. Niente di più… I negativi di quelle foto li ho conservati a casa per dieci anni, poi qualcuno è venuto e li ha comprati per 2000 marchi”.
Non ricorda chi fosse?
Non saprei. Avevo bisogno di soldi in quel periodo”.
Dopo la caduta del muro Danigel non riesce più a trovare un lavoro fisso. Fa dei lavoretti saltuari, riesce a vendere qualche foto, un centinaio gli vengono sottratte da un uomo che sostiene di lavorare per conto di una biblioteca, e di quelle foto perde i diritti. A metà degli Anni Novanta è il momento della fotografia digitale. Dal racconto di Danigel si intuisce la sua fatica nel tentativo di rimanere al passo con i tempi. La storia gli “accade” addosso come un temporale.

Gerd Danigel, 1986
Gerd Danigel, 1986

Sono cose che capitano”, dice di nuovo.

Gerd Danigel, 1988
Gerd Danigel, 1988

La nostra conversazione giunge a un punto morto, ci siamo arenati in una palude di malinconia. Il fotografo ha le sue ragioni. Io, per risollevare l’umore, azzardo qualche debole commento su cosa ci aspetterà dopo il Corona-zeit. Magari c’è qualche novità positiva all’orizzonte, dico, mentre mi rigiro tra le mani le sue belle fotografie.
(Dei bambini giocano per le strade di Prenzlauer Berg, tre donne su una panchina nemmeno ci provano a sorridere in camera, Alexander Platz – com’era un tempo – e il suo cowboy.)

Gerd Danigel
Gerd Danigel

Mi intristiscono questi scatti che in pochi conoscono e che vengono venduti la domenica – per 15 euro l’uno – al mercatino. Mentre già penso a quello che vorrò scrivere, mi accorgo che degli Anni Novanta Danigel non mi ha raccontato poi molto. Mi resta impressa l’immagine delle sue fotografie lanciate dalla finestra che scivolano come una cascata dentro il cassonetto.
Foto di teatri e cinema vuoti. Poi immagino alcuni dei suoi soggetti, mentre qualcuno gli cambia all’improvviso lo sfondo, mentre qualcuno gli abbatte i monumenti in secondo piano, gli strappa la carta da parati alle spalle. Per qualche istante restiamo in silenzio. Sfoglio il suo libro e ricapito sui bambini di Marzahn.
Line si rivolge a lui: “Io sono cresciuta lì, ed era proprio così: c’era sempre un mucchio di fango, perché continuavano a costruire… Noi bambini ci giocavamo in mezzo”. Oggi Marzahn è un quartiere dormitorio, principalmente noto per la presenza di neonazi e la difficile convivenza con gli immigrati stranieri. “Negli Anni Ottanta era un privilegio ottenere un appartamento lì, con il riscaldamento elettrico e l’acqua calda”.
Il dialogo non può che continuare fra loro, tra compaesani.

Gerd Danigel, Social distancing in Germania (1989, pre Corona zeit)
Gerd Danigel, Social distancing in Germania (1989, pre Corona zeit)

Giulia Ottaviano

www.gerd-danigel.de

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Giulia Ottaviano
Giulia Ottaviano è nata a Padova nel 1987 e lavora a Berlino come autrice freelance. Ha studiato alla Scuola Holden di Torino e si è laureata in Lettere Moderne all’Università degli Studi di Milano, specializzandosi poi nell’ambito dell’insegnamento dell’italiano agli stranieri. È cresciuta tra Roma, Catania e Milano e ha vissuto e lavorato a Londra, Torino, Lussemburgo e Bangalore. Ha fatto l’insegnante di italiano e la tutor alle scuole superiori, la barista, la business developer, l’ufficio stampa, la traduttrice e la libraia. Ha guidato per 5000 km una Moto Ape in India, ma non ha mai avuto il coraggio di fare la babysitter. Ha pubblicato un romanzo (L’amore quando tutto crolla, Rizzoli) e una raccolta di storie siciliane insieme con suo padre (I luoghi e le storie più strane della Sicilia, Newton Compton). Nel 2019 ha scritto l’adattamento teatrale della Bella e la bestia per il Teatro Stabile di Torino con Alba Maria Porto. Con Line Kuehl ha prodotto l’installazione video “3 Women in a Triptych” per il Piccolo Museo del Diario. Alcuni suoi racconti brevi e contributi sono apparsi su giornali e riviste letterarie.