Fotosintesi prende il nome dal processo di trasformazione delle piante che ci consente di avere ossigeno, e quindi di continuare a vivere attraverso la luce. Per Artribune è una rubrica di interviste che vuole raccontare, attraverso la voce di chi l’ha realizzato, un cambiamento in atto: quello dell’immagine donna per mezzo dell’immagine fotografica. Una mappa di storie per restituire una visione sfaccettata, volutamente non definitiva, dell’identità femminile nel suo farsi.

Un manichino di stoffa cucito a mano con braccia multiple e tentacolari, decorato da merletti e lustrini, fa da sfondo alla nostra conversazione con Mari Katayama (1987), reduce dal successo di Paris Photo. La storia di questa fotografa giapponese poco più che trentenne è quella di una trasformazione e di una riappropriazione di sé che ha per oggetto la mutazione, la relazione tra umano e artificiale, la ricerca d’identità.
Tutto parte da una ferita del corpo, mutilato da una rara malattia degenerativa che la colpisce fin da bambina, deformandole gli arti e che la porta, a soli nove anni, alla decisione estrema di farsi amputare le gambe. “La scelta era tra tenere le gambe e restare a vita su una sedia a rotelle, o perderle, ma poter camminare: ho scelto di camminare”, racconta.
È il mondo di un’adolescente, che vuole essere come tutti gli altri, che si riempie all’improvviso di strani oggetti con cui avere a che fare: protesi, scarpe, viti e ingranaggi da imparare a montare, a indossare e ad amare come una nuova parte di sé: di fronte alla difficoltà e alla sofferenza, dove molti si fermano, Mari Katayama compie un percorso di riscatto con la forza di un’immaginazione straordinaria, visionaria e potente.
Senza pudore e senza occultamenti, il suo lavoro parte proprio dal lato fisico, ricucendo e ricreando con le sue stesse mani una nuova corporeità: e sono i suoi ‘oggetti’ di stoffa, cuciti in forma di gambe, braccia, manichini sviscerati e impreziositi di conchiglie, perline, tessuti o riproduzioni a grandezza naturale del suo corpo mutilato, della sua mano di due sole dita, che ricorda le chele di un granchio.

LA STORIA

Nel 2009, quando si fotografa per la prima volta, ha indosso solo un corsetto, gambe intessute di lustrini d’oro e di pizzo e un paio di scarpe bianche col tacco: white legs ricorda l’iconografia simbolica di una sposa, preziosa e sensuale, che si ricongiunge al suo corpo, al desiderio di femminilità che, tra le suture del cucito, percorrerà d’ora in poi tutto il suo lavoro.
Le sue mancanze diventano il centro della sua riflessione, rielaborate e mai nascoste, la fotografia l’immagine di sé, il suo modo di essere nel mondo, tanto che, dice, “vivere e creare sono la stessa cosa per me”. Nella sua stanza, tra peluche e lucine, va in scena il suo personale racconto di sé in cui indossa parrucche colorate, tulle, tacchi alti: da In my room a High Heels trasforma protesi, suture e amputazioni in una dimensione fantastica e onirica. Ha la passione per i tacchi alti, emblema della femminilità, e non si arrende alle scarpe ortopediche, basse e nere, previste per le sue gambe artificiali: ordina nuove protesi negli Stati Uniti per cui fa adattare scarpe col tacco e di nuovo impara a camminare realizzando dei video tutorial che diventano vere e proprie performance. Nel 2017 supera ancora una volta i limiti del suo corpo con l’esperienza della maternità, che inevitabilmente segna un giro di boa nel suo percorso umano e creativo: “L’amore incondizionato di mia figlia mi ha insegnato ad amarmi” ‒ dice “anche se ancora non riesco ad accettarmi del tutto”.

Mari Katayama, White legs, 2012
Mari Katayama, White legs, 2012

LE OPERE

Nei suoi più recenti lavori, con la trilogia Shadow puppet, Bystander e On the way home c’è un nuovo modo di guardare se stessa e il suo corpo, un orizzonte più ampio e disteso, a tratti giocoso, come negli scatti di Shadow puppet in cui trasforma la sagoma della sua mano deforme nel becco gentile di un cigno, giocando alle ombre cinesi. Esce dal chiuso della sua stanza e si sdraia di fronte all’oceano (Bystander) sulla riva delle acque malate dell’isola di Naoshima, un posto ad altissimo tasso di inquinamento ambientale, per rinascere dal mare come una nuova creatura mitologica, con la mano di granchio e le gambe da sirena, ibrida e mutante come i nostri tempi, venere imperfetta per un mondo imperfetto. On the way home documenta le tappe del suo viaggio di ritorno verso casa, lungo un itinerario simbolico che tocca l’oceano e le montagne ma è prima di tutto un ritorno verso se stessa, verso il suo corpo così com’è, e la profonda accettazione della bellezza della vita con le sue limitazioni e le sue ferite, che ha imparato ad amare, oltre ogni limite.

L’INTERVISTA A MARI KATAYAMA

Come nasce la tua relazione con la fotografia?
A 14 anni ho creato un sito dove postavo le foto degli oggetti che realizzavo. Le persone però non capivano cosa fossero e quindi ho iniziato a chiedere a mia sorella di fotografarmi accanto a questi oggetti per spiegarne l’uso. Così le persone hanno iniziato a chiedermi di fare da modello. La prima foto che ho fatto è iniziata in questo modo molto semplice: da lì ho sentito l’esigenza di imparare a fotografare, perché la foto fosse parte del mio processo creativo e non di quello di un fotografo estraneo.

Le immagini che crei sembrano a volte surreali oppure oniriche e insieme di scioccante crudezza. Quanto c’è di vero nella tua realtà?
Nelle mie foto tutto è vero: la mia stanza è realmente la mia stanza e tutti gli oggetti sono creati da me. La fotografia è realizzata solo con la luce naturale: sistemo tutti gli oggetti e poi mi posiziono nel frame. Tutto è vero ma tutto è realizzato per creare quest’immagine, compresa me stessa. Quindi io sono nella foto, ma non sono io.

Nel tuo lavoro si intrecciano molti temi: la relazione con il corpo, il confine tra artificiale e fisico, l’identità, la femminilità. Cos’è per te la bellezza?
Credo che la bellezza sia qualcosa di personale, diversa per ognuno di noi. In quello che faccio non cerco la bellezza, ognuno di noi vede le cose in modo diverso. Inizialmente nel mio lavoro ero integrata dagli oggetti e mi nascondevo, ora, dalla nascita di mia figlia in poi, ho iniziato a far foto al mio corpo in modo differente, sto cercando di affrontare me stessa, di svelarmi.
L’amore incondizionato di mia figlia mi ha insegnato ad amarmi, anche se ancora non riesco ad accettarmi del tutto.

Mari Katayama, You are mine, 2014
Mari Katayama, You are mine, 2014

Hai detto che il tuo lavoro è un processo di disintossicazione dai tuoi stessi pensieri attraverso cui puoi purificarti per ricominciare. In un certo senso potremmo dire che è un modo di liberarti: cosa significa la libertà per te?
La libertà è il processo creativo. Tutto quello che metto nelle foto riflette quello che sento. La foto riflette la ricerca di un sentimento universale. Mentre lavoro mi sento felice e mi sento libera. Questa è la mia libertà.

Attualmente è in corso la tua prima personale negli Stati Uniti, al Museo di Arte dell’Università del Michigan, che include il tuo nuovo progetto In the water e installazioni di più larga scala. Cosa sta cambiando?
Le dimensioni sono aumentate principalmente per evitare che mia figlia potesse ingerire le piccole parti! [Ride, N.d.R.]. La nascita di mia figlia è stata un turning point nella mia vita, da lì molte cose sono cambiate. Quando sono rimasta incinta ho iniziato a riflettere sul tema ambientale, ho fotografato la miniera di Ashio, le cui acque contaminate arrivano fino alla mia città natale e il caso dell’acqua contaminata di Flint, in Michigan. Mi sono chiesta cosa potevo fare come artista, ho sentito che in qualsiasi caso il corpo sarebbe stato il punto di partenza. Gli abitanti di quei luoghi li amano, a dispetto degli incidenti e delle condizioni in cui sono. Così come mia figlia ama le mie gambe così come sono. Ho usato il mio corpo messo a nudo con le sue limitazioni per riflettere sul fatto che non possiamo fare a meno di amare la vita, con tutti i suoi limiti.

Se potessi esprimere un desiderio per il futuro, quale sarebbe?
Poter cantare! Cantavo prima e vorrei tornare a farlo. Conosci le mie canzoni? Sono su YouTube, ascoltami!

Emilia Jacobacci

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Emilia Jacobacci
Emilia Jacobacci è una storica dell’arte, laureata alla Sapienza di Roma con una tesi sul progetto del MAXXI. Si è poi specializzata in Management dei beni culturali alla Scuola Normale di Pisa e a Milano in Comunicazione multimediale. Scrive di arte contemporanea dal 2001, collaborando con numerose testate tra cui Exibart, Tema celeste, Il Giornale dell’Arte, Flash Art, Arte e Critica. Ha collaborato con il MLAC – Museo Laboratorio dell’Università di Roma La Sapienza e scritto saggi e contributi critici per la collana ArtisticaMENTE e Luxflux-prototype. Per Artribune scrive dal 2012 e attualmente ha ideato e cura la rubrica di interviste di fotografia “Fotosintesi”.