Van Dyck l’europeo. Grande mostra a Genova per celebrare il geniale maestro di Anversa
L’esposizione, ben articolata, ricostruisce la vita e la storia dell’artista che fu allievo di Rubens, il viaggio in Italia (con qualche scoperta inedita), la vita di corte e la pittura religiosa meno nota per l’artista
Con quella faccia un po’ così, tra il bullo e il bravo ragazzo, il bell’Antonio accoglie i visitatori nell’anticamera della mostra, al palazzo Ducale di Genova. È il suo primo autoritratto, un piccolo quadro dipinto all’età di quindici anni, indizio di un talento precoce: la pennellata di biacca che con un gesto insieme semplice e sapiente disegna il colletto.
Anton van Dyck (pronunciatelo come vi pare, Deik alla fiamminga, Daik all’inglese, Dick all’italiana: autorizzano le curatrici) si esercita allora nella bottega di Hendrick van Balen, decano dei pittori di Anversa, la città dov’è nato, nel 1599. Suo padre è un mercante di tessuti. In casa pochi libri, in compenso tante stoffe preziose e variopinte, che Anton ricorderà quando si troverà a ritrarre, con formidabile padronanza tecnica, e acuta sensibilità psicologica, gli elegantissimi signori, le dame e i rampolli di buona famiglia in posa per lui nei salotti e nelle corti d’Europa.

Chi è Anton van Dyck
Lasciato van Balen, passa nella squadra di Rubens, che lo riconoscerà suo migliore allievo. Ha solo diciotto anni quando viene accolto nella gilda di San Luca, la corporazione dei pittori. E ventuno quando realizza due dei capolavori in mostra: un fragile, sorprendente, modernissimo Nudo di vecchio (sarebbe piaciuto a Lucien Freud) e un superbo Ritratto equestre di Carlo V, imperatore di Spagna (quanto è bello il cavallo bianco andaluso). Anversa comincia a stargli stretta. Anton parte per un lungo tour europeo. Due altre città segneranno il suo destino, la sua spettacolare ascesa nel gotha della pittura europea: Genova, che ne consacrerà la fama di ritrattista (e anche di tombeur), esibita nei palazzi di una nobiltà di censo, mercantile e finanziaria, povera di sangue blu ma ricchissima di denaro; e Londra, dove coronerà una favolosa carriera come primo pittore alla corte del re Carlo I d’Inghilterra, che lo nomina baronetto e lo paga come un principe.

La mostra a Genova
“Van Dyck l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova a Londra” è il titolo della mostra, a cura di Anna Orlando e Katljne Van der Stighelen. Esposizioni su Van Dyck se ne sono viste diverse negli ultimi decenni: nella stessa Genova, che ama specchiarsi nel suo glorioso passato barocco, a Milano, a Torino. Questa, nelle ambizioni delle curatrici, affiancate da un folto gruppo di studiosi internazionali, promette novità. Schiera un buon numero di opere, una sessantina, prestate da alcuni dei più importanti musei internazionali e italiani, tra cui Louvre, Prado, Thyssen, National Gallery di Londra, Uffizi, Brera, Galleria Sabauda Torino. Ricostruisce le tappe del viaggio in Italia (1621-1627), aggiornandone, alla luce di nuove ricerche, la mappa e la cronologia. Genova resta centrale, ma si scopre che la prima tappa non fu la Superba, come si era sempre saputo, bensì Roma, con soggiorni a Venezia, Padova, Mantova, Milano, Torino, Palermo (da dove arriva la Santa Santa Rosalia che intercede per la fine della peste), Napoli. La mostra, inoltre, corregge l’identità di alcuni dei personaggi ritratti. Propone un inedito, un Ecce Homo da collezione privata europea, pronto per essere discusso dagli esperti. E riscopre, di Van Dyck, la pittura religiosa, finora poco nota al pubblico, e poco esplorata dalla critica, eppure capace di suscitare intense emozioni. Infine, sceglie un allestimento alternativo a quello più tradizionale: non cronologico, ma tematico, mescolando in una stessa sala opere di analoghi soggetti dipinte in epoche diverse (l’impianto cronologico, più chiaro e lineare – da Anversa all’Italia a Londra – viene invece adottato nell’impaginazione del catalogo, edito in italiano da Allemandi, in inglese da Hannibal Books).
Le opere in mostra a Genova
La prima sala offre, in quattro quadri, una sintetica antologia delle capacità del pittore su vari fronti, iconografici e stilistici, e in differenti stagioni: dagli anni giovanili, Sansone e Dalila, alla maturità inglese, il Ritratto di Lady Vanetia Digby, passando per Le tre età dell’uomo e Chronos che taglia le ali di Amore. D’ora in poi il percorso procede a soggetto. Maestro e allievo, per cominciare. Benché in pittura le loro strade si separino presto, più esuberante, “più colorato e chiassoso” l’approccio del maestro, più misurato, “più sussurrato” quello dell’allievo (i “gesti calmi” lodati da Proust), il ruolo di Rubens resta decisivo. Precede Anton di qualche anno a Genova, facendogli da apripista presso le grandi famiglie. E dipingendo capolavori che lasciano il segno nella cultura locale, aggiornandola alla nuova sensibilità barocca. Come la Circoncisione nella chiesa del Gesù (andate a vederla, la chiesa è a due passi dal palazzo Ducale). In mostra il confronto tra i due è affidato alla doppia versione del Ritratto dell’infante di Spagna in abito da suora. Di cui Rubens esegue uno studio, Van Dyck un grande quadro.
Un altro ritratto, del marchese Ambrogio Spinola, introduce la sezione dedicata a “Difesa della patria, ritratti in arme, tempo di guerre”. Scontri politici e religiosi infiammano l’Europa del Seicento. Nel mestiere delle armi, il generale Spinola è uno specialista. Il condottiero più famoso del suo tempo. Un’autentica celebrity. Combatte al servizio della corona spagnola. Conquisterà anche Velasquez e Rubens.
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I bambini di Van Dyck
Perfino i bambini venivano ritratti in arme. Tiene una spada uno dei tre fanciulli protagonisti del quadro scelto per la copertina del catalogo, tra i più celebri di Van Dyck, cui le curatrici, con filologico puntiglio, in base a nuovi documenti, hanno cambiato la carta d’identità: dalla famiglia Balbi ai Giustiniani Longo. Comunque si chiamino, sono stupendi. Alessandro, nove anni, Vincenzo, sette, e Francesco Maria, tre, posano impettiti come adulti lungo i gradini di un’ampia scala, inquadrati da colonne scenografiche, a destra una tenda, a sinistra un albero. In basso due uccelli neri, colore della morte, malinconica memoria della prematura scomparsa di un quarto fratellino. Dipinto a Genova nel 1626, acquistato nell’Ottocento da un collezionista inglese, il quadro torna a casa per la prima volta dopo 400 anni, in prestito dalla National Gallery di Londra.
Un’altra sala è dedicata alla famiglia, “valore fondativo delle società del tempo” (a Genova lo è ancora oggi). Van Dyck si esercita sul tema in diversi formati. Marito e moglie a volte sono protagonisti di due quadri distinti e affiancati, è il caso dei coniugi borghesi di Anversa Jacob de Vitte e signora, altre volte condividono la stessa tela: Carlo I d’Inghilterra con la regina Enrichetta Maria. C’è anche una coppia di fratelli. Sono Luca e Corneliis de Wael, pittori fiamminghi di casa a Genova, che con le Fiandre aveva stretti rapporti commerciali e culturali. Ospitano Van Dyck, lo introducono nella bella società, uno di loro sarà anche il suo agente italiano.
Le donne secondo Van Dyck
Ed eccoci al cospetto dei meravigliosi ritratti femminili. L’abito nero di Luigia Cattaneo Gentile, cupo dress code imposto dal suo status di vedova, contrasta con l’azzurro indossato da una bella signora inglese, Lady Van Dyck, all’anagrafe Mary Ruthven. Anton l’ha conosciuta alla corte inglese, dov’era dama d’onore della regina. Prima di lei, frequentava una cortigiana. Re Carlo in persona gli suggerisce il matrimonio con Mary. Assicurerà alla coppia una pensione annuale di 100 sterline, abbastanza per mantenere una bella casa, cinque servitori, musici, cavalli e carrozze.
Il girocollo di perle di Lady Van Dyck evoca purezza e nobiltà, le foglie di quercia tra i capelli alludono alla fermezza. Il rosario in mano è un segno di fedeltà alla chiesa cattolica.
Sorprende per eleganza e ricchezza anche un’altra genovese, Maria Chiavari Durazzo. Indossa un abito ricamato in oro. A proposito di ori, così scriveva nel suo diario di viaggio un alto prelato romano di passaggio a Genova ai primi del Seicento, al seguito del cardinale Pietro Aldobrandini: “In pochi altri luoghi d’Italia si potrebbe mostrare uguale munificenza, poiché in pochissimi si trovano gli ori, i fili d’argento, le gioie, i drappi e ricche suppellettili che si vedono qui…ma soprattutto l’abbondanza del denaro contante”. Denaro frutto di commerci, e soprattutto di interessi sui prestiti alla Corona Spagnola. Sono gli stessi storici spagnoli a battezzare quel periodo, tra metà XVI e metà XVII secolo, “el siglo de los genoveses”.

La pittura religiosa in Van Dyck
La mostra si congeda con la sezione dedicata alla pittura religiosa. Ecco l’inedito Ecce Homo, una Madonna con bambino, un Sant’Antonio da Padova, un San Sebastiano. Il colpo di teatro conclusivo è nella Cappella del Doge, scintillante scrigno barocco. Qui campeggia, nell’imponenza dei suoi tre metri abbondanti per due, la Crocefissione di San Michele di Pagana, dipinta da Van Dyck per la parrocchiale del pittoresco borgo della riviera ligure di levante, tra Rapallo e Santa Margherita, oggi crocevia di mondanità balneare, allora piccolo paese di pescatori lontano dalle rotte turistiche. La vide un giorno, e ne fu commosso, Alberto Savinio. Al cospetto di Cristo in croce stanno il committente, Francesco Orero, che col fratello Bernardo esercitava il mestiere di “aromataro” (commerciante di spezie) e i due santi loro protettori, Francesco d’Assisi e Bernardo di Chiaravalle. La scena è avvolta in un chiaroscuro che ne accentua la drammaticità. Van Dyck evoca qui l’eclissi solare di cui parla il vangelo di Luca: “Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e fece buio su tutta la terra”.
Il buio nella vita di Van Dyck, uomo di temperamento passionale ma di salute fragile, cala il 9 dicembre 1641, a Londra, all’età di 42 anni, otto giorni dopo la nascita della prima figlia. Un poeta suo contemporaneo, Edmund Waller, lo ricorderà così (To Van Dyck): “Strange! That thy hand should not inspire / the beauty only, but the fire: / not the form alone, and grace / but act and power of a face”. (Strano, che la tua mano sappia infondere / non solo bellezza, ma anche fuoco / non solo forma e grazia / ma azione e forza a un volto”).
Armando Besio
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