Bernini e i Barberini: com’è la grande mostra a Roma
Alle Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Roma, una mostra che indaga il rapporto tra il celebre Gian Lorenzo Bernini e la famiglia Barberini. Un trionfo della scultura barocca, che coinvolge anche il padre e gli assistenti del Bernini
La mostra delle Gallerie Nazionali d’Arte Antica prosegue l’indagine sul mecenatismo dei Barberini, e in particolare dell’esponente più illustre del casato, papa Urbano VIII, riallacciandosi alla rassegna di tre anni fa, L’immagine sovrana: ma se allora l’accento era posto sulla figura del pontefice, questa volta il protagonista è il suo artista preferito, il suo novello Michelangelo, Gian Lorenzo Bernini (Napoli, 1598 – Roma, 1680). Del grande scultore, ma anche di suoi sommi colleghi, viene radunato un nucleo di opere notevole per ampiezza e qualità: in questo senso la mostra richiama alla mente anche un’altra fortunata rassegna romana degli ultimi anni, la monografica su Bernini allestita a Villa Borghese nel 2017-2018, e forse ancor di più, per il gran numero di busti esposti, la meravigliosa esposizione I marmi vivi del Museo del Bargello (2009). La rassegna odierna si lascia apprezzare per la chiarezza con cui è imbastito il percorso espositivo e soprattutto perché propone diversi pezzi (alcuni di collezione privata) poco (o mai) visti e molto interessanti.

Bernini a Roma. Di padre in figlio
La sala più bella e spettacolare è la prima, dove si affronta con una selezione molto azzeccata di opere il tema della formazione di Gian Lorenzo e il suo rapporto col padre Pietro, mettendo nel contempo in evidenza il ruolo che Maffeo Barberini ebbe, già prima di diventare papa, nella fase iniziale della carriera dell’artista. Tra i primi marmi che si incontrano, il bel gruppo di Pietro Bernini raffigurante Adamo ed Eva, opera del Louvre proveniente da Le Mans. Nelle pose contorte dei corpi e nel loro complesso intreccio risulta evidente come Pietro, ancora nei primi Anni Venti del Seicento, sia ben radicato nella tradizione manierista di Giambologna e compagni. In altre opere lo scultore mostra invece di confrontarsi con le prime creazioni autonome dello sbalorditivo figlio (che a sua volta, com’è naturale, trova nel magistero del padre un ineludibile termine di confronto). Opera emblematica del dialogo tra i due è il San Sebastiano dal paesino francese di Jouy-en-Josas, importante recente ritrovamento di Maichol Clemente, che ha proposto un’attribuzione al giovane Gian Lorenzo. Ottima idea quella di portarlo in mostra, dove il Sebastiano transalpino dialoga innanzitutto con quello del Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid che gli languisce accanto (opera sicura di Gian Lorenzo, commissionata da Maffeo Barberini nel 1617), nonché con le altre sculture esposte nella sala. Venuta meno, come evidenzia lo stesso Clemente nella puntuale scheda del catalogo, la possibilità di identificare il San Sebastiano di Jouy-en-Josas con quello scolpito da Gian Lorenzo per gli Aldobrandini nel 1618, la scultura sembra piuttosto da riferire a Pietro. Al di là delle differenze con il San Sebastiano di Madrid (nel trattamento della superficie del marmo, nella posa naturale contrapposta a quella ‘manierata’ del Sebastiano francese), è il confronto con le opere di Bernini senior che sembra parlare in favore dell’autografia di Pietro. Il riferimento è soprattutto all’Adamo ed Eva, e in particolare alla figura di Adamo, in cui ritroviamo diverse caratteristiche della statua francese, dalla ‘pelle’ del marmo, non trattato con abrasivi, a certi dettagli anatomici resi in maniera simile (l’ombelico deformato dal brusco movimento del bacino, le pieghe del fianco flesso, la resa un po’ schematica della muscolatura dei polpacci), alla posa, in entrambi i casi contraddistinta da una decisa flessione laterale.

Il San Sebastiano di Gian Lorenzo Bernini
Prima di proseguire, due parole le merita anche il San Sebastiano di collezione privata, concesso in prestito al Thyssen-Bornemisza. Certo è una gioia vederlo, come si diceva, accanto al San Sebastiano di Jouy-en-Josas, nonché vicino al San Lorenzo degli Uffizi. E la sua presenza in mostra è più che giustificata, trattandosi di un lavoro emblematico dello stretto rapporto tra Bernini e il cardinale Maffeo. Tre anni fa, per L’immagine sovrana, il marmo non fu prestato, e al suo posto fu esposta una copia di ultima generazione in resina dipinta, praticamente indistinguibile dall’originale. Una volta che si realizzano copie come queste (carissime, peraltro) sarebbe il caso di far viaggiare loro, e non gli originali, che evidentemente sono stati giudicati, almeno in un’occasione, troppo delicati per essere sottoposti allo stress di uno spostamento.

Volti della Roma di papa Urbano
Inevitabile la successiva sala dedicata alla Basilica di San Pietro, e inevitabilmente meno impressionante, dal momento che il modo migliore per apprezzare le grandiose idee di Urbano e Gian Lorenzo per il Tempio Vaticano è andarci. Non mancano comunque pezzi di grande interesse, come gli studi per la statua colossale di Longino e la pala con Il martirio di San Maurizio di Carlo Pellegrini, fedele traduttore sulla tela di idee e disegni di Bernini. Di qui in avanti incontriamo soprattutto busti: nella terza, vasta sala quelli di membri della famiglia Barberini, a cominciare dalle tante effigi in marmo, porfido, bronzo di papa Urbano VIII (se ne radunano ben otto); nella quarta e soprattutto nella quinta troviamo immortalate alcune “Apes Urbanae”, personaggi legati alla corte barberiniana che si distinsero nella carriera curiale e nelle lettere; nel sesto e conclusivo ambiente, consacrato montanarianamente alla “libertà di Bernini”, ossia alla sua produzione più personale e al suo rapporto dialettico con il potere, incontriamo, accanto ad alcuni dipinti, due vertici della ritrattistica in marmo di epoca barocca: la Costanza Bonarelli del Bargello e il Thomas Baker del Victoria and Albert.

Attorno a Bernini, tra assistenti e bottega
La scelta dei ritratti radunati in mostra è, in generale, di vertiginosa qualità. Accanto alla figura di Bernini emerge quella del suo aiutante e poi rivale Giuliano Finelli, rappresentato sia da lavori autonomi che da opere realizzate in collaborazione con Gian Lorenzo. Una parabola simile alla sua la ebbe un altro carrarese, Andrea Bolgi: forse è il caso di iniziare a includere anche lui nelle panoramiche sulla ritrattistica di epoca barberiniana, sia come collaboratore di Bernini (gli si deve forse il pizzo del Thomas Baker) che come scultore autonomo, la cui personalità come autore di busti si va precisando, grazie a recenti ritrovamenti, come l’Agostino Galamini di Osimo e il busto palermitano di San Filippo Neri. Un accenno meritano due Bernini sculptures not by Bernini, per dirla con il titolo di un celebre contributo di Jennifer Montagu: due busti provenienti da Foligno, che furono commissionati a Bernini e come opere di Bernini vengono presentati in mostra, ma sono sicuramente lavori di bottega, destinati a una collocazione provinciale. Di buona qualità, in particolare nella lavorazione della pelliccia, è quello di Bartolomeo Roscioli, decisamente inerte, specie nel volto, quello di sua moglie Diana De Paulo.

L’allestimento e l’illuminazione della mostra di Bernini a Roma
Un’ultima considerazione riguarda luci e allestimento. Premesso che chi scrive vorrebbe tanto vedere una mostra, e in particolare una mostra di scultura, con la luce, se non naturale, perlomeno diffusa, e nutre una malcelata avversione per i faretti, c’è da dire che l’illuminazione è buona: può capitare che un faretto faccia un occhio nero a un ritratto, oppure che un altro ci accechi quando ammiriamo una statua non dal punto di vista principale, ma in generale le opere si godono bene. L’allestimento è sobrio e i pezzi sufficientemente pausati. Alti i sostegni su cui sono posti diversi pezzi della prima sala, ma alla fine va bene così, in relazione al punto di vista originario e soprattutto al fatto che è un mondo di matti, quindi è bene ridurre il rischio di un contatto fisico tra visitatore e opera. In alcuni casi (Le quattro stagioni e Adamo ed Eva di Pietro Bernini) le sculture si possono osservare da molteplici prospettive, è quasi possibile girare loro intorno, e questo è molto bello. Sarebbe un sogno se fosse possibile farlo intorno a tutte (sì, anche ai busti), ma capiamo bene che non sia affatto semplice all’atto pratico. Sarebbe stato bello, ad esempio, ammirare anche da dietro il Baker e la Bonarelli, con le loro indimenticabili capigliature.
Fabrizio Federici
(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati