Il dolore squisito di Sophie Calle nella mostra al Maxxi di Roma. La recensione

Si svolge fino al 7 febbraio la mostra dedicata alla grande artista francese nel Museo in attesa della nomina del direttore artistico. “Matrimoni, rotture e funerali inclusi” racconta sofferenza e senso della perdita, tra scrittura visiva e letteraria

Ha probabilmente ragione Sophie Calle (Parigi, 1953) quando senza falsa modestia dice: “Ci sono scrittori migliori di me. Ci sono fotografi migliori di me. Ma non c’è nessuno scrittore-fotografo migliore di me”. E proprio perché ha ragione, sarà bene andare a visitare questa sua importante mostra al Maxxi di Roma, affrontandola come si affronta l’inizio di un grande romanzo: con la mente e il cuore predisposti a tanto compito, ma soprattutto tempo. Perché ce ne vuole di tempo per leggere tutte le sue storie, elaborare il suo dolore, entrare nei meccanismi di una vita che ha l’ambizione (spesso riuscita) di catturare anche le vite degli altri, intorno alle questioni che da sempre affliggono l’umanità e che l’AI non ci potrà rubare. Perché siamo qui? Che valore hanno i nostri progetti quando vengono investiti dai nostri affetti? Perché proviamo amore, delusione e paura? Come affrontare un inizio? Come affrontare una fine?

Sophie Calle. Matrimoni, Rotture e Funerali inclusi, MAXXI. Ph: Vincenzo Labellarte. Courtesy Fondazione MAXXI
Sophie Calle. Matrimoni, Rotture e Funerali inclusi, MAXXI. Ph: Vincenzo Labellarte. Courtesy Fondazione MAXXI

La mostra di Sophie Calle al Maxxi di Roma

La fine soprattutto, dal momento che questa mostra con titolo eloquente “Matrimoni, rotture e funerali inclusi” (fino al 7 febbraio 2027) è una mostra che parla di morte. Quella reale del corpo, quella più invisibile, ma non meno vera, dell’anima, impietrita da un lutto o dalla fine di un amore. “Gli eventi felici, li vivo, quelli infelici, li sfrutto. Prima di tutto per interesse artistico, ma anche per trasformarli, per farne qualcosa, per trarne profitto: vendicarsi della situazione”, ha detto più di una volta Sophie Calle. Ed è con una storia infelice infatti che nella Maxxi Galleria 2 ha inizio il nostro viaggio nel mondo di Sophie. “Dolore squisito” è il titolo dell’opera, dove foto e testi si rincorrono per 200 tavole di diverse dimensioni incorniciate con un ritmo musicale. Una litania, una lamentazione o meglio una struggente sinfonia. Ma dolore squisito, in medicina exquisite pain, indica una fitta localizzata in un punto preciso. Un grumo di pena qui condensato nell’immagine di un telefono rosso come sangue, si ripete identico lungo tutto un racconto, che in breve è questo: grazie a una borsa di studio che la porta in Oriente, Sophie si allontana dalla Francia e dal suo amante per tre mesi. Si sarebbero dovuti ritrovare in India e completare insieme il viaggio di ritorno. Ma l’uomo non la raggiunge, chiudendo il rapporto con un telegramma. A Sophie, sola in un albergo di Delhi, non resta che la fotografia di un telefono muto poggiato sul letto.

Dolore, lutto e angoscia nell’opera di Sophie Calle

Il dolore cresce e si trasforma in una monumentale installazione che esplora sia l’esaltazione di questo viaggio formativo, sia l’angoscia e il lutto della fine di un amore. L’immagine del telefono si ripete per ben 36 volte scandendo il tempo che passa, ma i testi, accompagnati da testimonianze di sconosciuti che rispondono alla domanda su quale fosse il momento più doloroso della loro vita, sono sempre più evanescenti fino a sbiadire, come il suo chagrin d’amour. Via il dolore, via l’amante resta quel viaggio che segna l’esperienza dell’artista attraverso una nuova idea di reportage, dove la vita stessa è reperto e il diario prende forma visiva. È in quei mesi, durante la tappa in Giappone, che Sophie incontra Hervé Guibert con cui stringe uno di quei sodalizi artistico e letterari che lasceranno il segno.

Il reportage secondo Sophie Calle

L’inizio del rapporto non fu facile. Guibert definisce Sophie un’avventuriera e con il nome di Anna la descrive come bizzosa e scontrosa fotografa nel suo libro testamento “All’amico che non mi ha salvato la vita”. Ma (come fu più tardi per Paul Auster) la singolare potenza narrativa della Calle conquista lo scrittore. Nasce un’amicizia profonda, segnata nel 1991 dal dolore della morte per Aids di Hervé che di nuovo si trasforma per Sophie in un’opera, un film-diario, (purtroppo non in mostra): No Sex Last Night. È la magia terapeutica dell’arte, quella che le permette di dire: “Essere felice con un uomo e non aver niente da raccontare, oppure essere infelice e ricavarne qualcosa”. Ma non si tratta di cinismo. Come ben spiega in catalogo la curatrice Simona Antonacci “la morte, il dolore e la perdita sono presentati nell’opera di Sophie Calle con un linguaggio che elude ogni retorica e ogni sentimentalismo preferendo l’ironia, la precisione, il protocollo della regola e del rito, alla malinconia”. Una lucidità a ciglio asciutto che le permette di fotografare le mani del padre defunto o ancor di più di posizionare una videocamera accanto al letto di morte di sua madre per cercare di sfidare il tempo e fermare il suo ultimo respiro. Non ci riuscirà. La morte le sfugge e il titolo di questa dura, implacabile installazione che scorre accanto a immagini di ghiacciai vaganti nelle acque del Polo Nord è appunto Non ho potuto catturare la morte. Sicuramente una delle opere più potenti di questa splendida mostra.

Dare forma alla morte: l’opera di Calle al Cimitero Acattolico di Roma

Forse è proprio la ricerca di dar forma alla morte che porta Sophie a interessarsi alle tombe. All’inizio le fotografa, colpita soprattutto da quelle di un cimitero di Bolinas (California) dove al posto dei nomi erano riportati i ruoli familiari: madre, padre, fratello…È lì che comprerà una tomba per 1500 dollari. Ma a questo primo sepolcro se ne aggiungeranno altri (in Bretagna Ginevra, Brooklyn) che diventano luogo di un’azione dove invita chiunque a consegnarle un segreto scritto su un foglio, da seppellire una volta per sempre. “Portare un segreto nella tomba”, da metafora diventa realtà e persino opera pubblica come è stato qui a Roma nel Cimitero Acattolico, la scorsa domenica 11 ottobre. La tomba dove Qui riposano i segreti dei viandanti del cimitero degli artisti e dei poeti inaugurata da una performance dell’artista (e salutata da Maria Emanuela Bruni presidente del Maxxi come “la prima opera permanente del Maxxi fuori dalla sede di via Guido Reni”) è il contraltare dell’altra performance: il rituale per il suo compleanno celebrato, sempre al Maxxi, con un incontro pubblico dove Sophie ha chiesto ai partecipanti di non pagare il biglietto, ma portarle obbligatoriamente un regalo. Tra pacchetti e fiocchetti l’intensità della performance è scivolata via in un’allegra festicciola.

Sophie Calle, Qui riposano i segreti dei viandanti del cimitero degli artisti e dei poeti. Courtesy Fondazione MAXXI
Sophie Calle, Qui riposano i segreti dei viandanti del cimitero degli artisti e dei poeti. Courtesy Fondazione MAXXI

Sophie Calle secondo Baudrillard

Forse Sophie Calle non è esattamente una performer e qui non ha avuto la presenza magnetica dei grandi. Ma sa essere magica ed unica nella distanza. Potente regista di un modo tutto suo di gestire fiction e verità, vita e racconto. Capace con chirurgica precisione di offrire emozioni alla nostra imperfetta e fragile comunità di esseri umani. Glielo disse anche Jean Baudrillard ai tempi di Dolore squisito quando l’artista gli chiede una testimonianza sul peggior dolore della sua vita. “Ma tu non hai sofferto”, le risponde il filosofo/fotografo, “tu stavi pensando alla fotografia del telefono. Quindi ti sei messa di lato e hai fotografato. Eri fuori dal dolore”. Vivere un dolore, ingoiarlo, metabolizzarlo, prenderne le distanze, restituirlo per dargli forma di opera e permettere la condivisione. Riuscire a entrare negli abissi dell’anima, sublimarli e far sì che sia il visitatore a uscire dalla neutralità e dalla protezione del museo, fino a raggiungere un imprevisto turbamento o una commozione. Ed è ciò che accade lungo il percorso di questa mostra, se si lascia decantare il tempo e si entra in questo meccanismo che unisce testo e immagine, occhi-mente-cuore. Fino a esplodere nell’ultima sala dove Sophie Calle riprende in una video installazione, uomini e donne, soprattutto anziani e adulti, che pur abitando nei sobborghi di Istanbul solo grazie a lei vedono il mare per la prima volta.
E qui, lo sgomento del loro sguardo, catturato per pochi istanti che ci fa rivivere l’infantile innocenza della meraviglia, meriterebbe da solo la visita…

Alessandra Mammì

Roma // fino al 7 febbraio 2027
Sophie Calle. Matrimoni, Rotture e Funerali inclusi
MAXXI. Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Via Guido Reni, 4
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