La donna che ingannava il tempo. Tre artiste rileggono la figura di Penelope in una mostra a Venezia
Partendo dal mito, attraverso installazioni e performance, Gayle Chong Kwan, Stephanie Blake e Kimiko Yoshida, alla Fondation Valmont, a Palazzo Bonvicini, fino al 31 gennaio, riflettono su cura, resistenza e costruzione dell’identità femminile
A Palazzo Bonvicini di Venezia, Fondation Valmont presenta Penelope. Her Journeys, una mostra collettiva che riunisce le artiste Gayle Chong Kwan, Stephanie Blake e Kimiko Yoshida attorno a una rilettura contemporanea della regina di Itaca. Curata da Francesca Giubilei e Valentina Secco, l’esposizione rilegge il mito omerico come terreno di riflessione su attesa, autodeterminazione, memoria e vita quotidiana attraverso installazioni immersive, elementi performativi e ambienti rituali.

Il tempo di Penelope in mostra alla Fondation Valmont di Venezia
Nell’Odissea di Omero, Penelope attende per vent’anni il ritorno di Ulisse, partito per la guerra di Troia e poi disperso nel lungo viaggio verso Itaca. Rimasta sola a governare il palazzo e a difendersi dalla pressione dei Proci, utilizza la tessitura come strategia per ritardare il matrimonio imposto dai pretendenti: promette di scegliere un nuovo marito una volta terminato il sudario destinato a Laerte, ma ogni notte disfa segretamente il lavoro compiuto durante il giorno. Tradizionalmente celebrata come simbolo di fedeltà coniugale, Penelope rivela una forza ben più interessante nella determinazione con cui difende la propria scelta. La sua attesa nasce da una volontà precisa, che nessuna pressione riesce a piegare. In un mondo governato dagli uomini, dove il destino femminile viene continuamente negoziato e deciso da altri, questa ostinazione assume un significato profondamente sovversivo. Il telaio, simbolo della domesticità femminile, diventa uno strumento di disobbedienza. La sua è una ribellione pacifica, condotta attraverso l’intelligenza e la pazienza, ma sostenuta soprattutto da una volontà incrollabile. È proprio questa capacità di difendere il diritto di scegliere, anche nelle condizioni più sfavorevoli, a rendere la sua storia ancora oggi attuale.
La pressione dello spazio domestico nella pratica di Gayle Chong Kwan a Venezia
Con The Lotus Eaters, Gayle Chong Kwan (Scozia, 1973) crea un ambiente sospeso tra interiorità e paesaggio mentale. Tessuti, superfici morbide e tonalità profonde danno forma a un’installazione attraversata da un costante senso di precarietà. Solo osservando le opere più da vicino emergono, all’interno delle sculture tessili, utensili da cucina e oggetti legati alla quotidianità, richiami al ruolo tradizionalmente attribuito alla donna e al lavoro invisibile della cura. Il titolo dell’opera rimanda ai Lotofagi dell’Odissea, il popolo che, nutrendosi del loto, perde la memoria e il desiderio del ritorno. Nell’opera di Chong Kwan, il rischio dell’oblio sembra trasferirsi nello spazio domestico, dove la ripetizione dei gesti quotidiani può assorbire il tempo e le aspirazioni individuali. Gli oggetti domestici assumono così un significato ambiguo: strumenti familiari e rassicuranti, ma anche testimonianze delle aspettative e delle costrizioni imposte alle donne. L’installazione suggerisce una dimensione della quotidianità nella quale il confine tra cura e obbligo, appartenenza e isolamento, diventa sempre più difficile da distinguere.
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Stephanie Blake e il telaio della narrazione a Palazzo Bonvicini
Nel mito omerico, la tessitura è il linguaggio con cui Penelope occupa il tempo, resiste alla pressione dei Proci e mantiene il controllo sul proprio destino. Ma quel gesto potrebbe essere sostituito da qualsiasi altra forma di espressione capace di creare attesa, produrre significato e affermare la propria voce. Nella rilettura di Stephanie Blake (Northfield, USA, 1968) il telaio lascia così spazio alla scrittura. Con Penelope, the Storyteller, l’artista costruisce un paesaggio fluido di tessuti blu che attraversano uno degli ambienti di Palazzo Bonvicini, evocando insieme il mare dell’Odissea e il movimento continuo del racconto. Al centro dell’installazione, la macchina da scrivere prende simbolicamente il posto del telaio, convertendo il gesto della tessitura in produzione narrativa. Accanto a questi elementi compare anche una scultura femminile che sembra incarnare direttamente Penelope, suggerendo allo stesso tempo una possibile proiezione autobiografica dell’artista. La macchina da scrivere introduce una questione fondamentale: come sarebbe cambiata la storia di Penelope se fosse stata lei stessa a raccontarla? Avrebbe parlato soprattutto della fedeltà a Ulisse, oppure della propria esperienza, delle paure, dei desideri e delle contraddizioni vissute durante quei vent’anni? Nell’opera di Blake, Penelope sembra finalmente appropriarsi della propria narrazione. La scrittura diventa uno strumento attraverso cui restituire complessità a una figura che la tradizione ha definito soprattutto attraverso il rapporto con il marito. La protagonista del mito acquista così la possibilità di raccontare la propria esperienza, anziché essere raccontata da altri.
La tavola della riconciliazione di Kimiko Yoshida alla Fondation Valmont
Una dimensione rituale e collettiva della figura di Penelope trasforma l’attesa del ritorno in un gesto di ricostruzione condivisa nell’opera Après le massacre, la Réconciliation di Kimiko Yoshida (Tokyo, Giappone, 1963). Al centro dell’installazione si trova una tavola da pranzo sovrastata da un lampadario rosa in vetro di Murano, Colpo di Vento. Le retour d’Ulysse, il cui colore richiama sia la rosa ibrida “Penelope” sia la bellezza fragile e temporanea dei sakura giapponesi. Il titolo dell’opera richiama anche la violenza che accompagna il ritorno di Ulisse, culminato nell’uccisione dei Proci. Yoshida sembra interrogarsi su quanto accade dopo il conflitto, quando la fine della violenza non coincide necessariamente con il ritorno all’equilibrio. La tavola e il cibo assumono così un ruolo cerimoniale, trasformando la convivialità in un possibile strumento di ricostruzione dei rapporti umani. Questa dimensione emerge ulteriormente nella performance Le Dîner de Réconciliation, in cui Yoshida invita un gruppo di ospiti a condividere il pasto come esperienza partecipativa. La riconciliazione diventa quindi un processo collettivo, che richiede la disponibilità a ricostruire legami compromessi e a riconoscere la presenza dell’altro. Attraverso un gesto quotidiano come il pasto condiviso, Yoshida apre una riflessione sulla possibilità di ritrovare una forma di convivenza dopo la distruzione, lasciando aperta la domanda su quanto possa essere realmente ricomposto.
Valeria Radkevych
Venezia // fino al 31 gennaio 2027
Penelope. Her Journeys. Gayle Chong Kwan, Stephanie Blake e Kimiko Yoshida
PALAZZO BONVICINI – Calle de Ca’ Bonvicini, 2161/A
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