Secondo l’artista Gaia De Megni il cinema sopravvive nelle immagini che non vediamo: la mostra in Piemonte
Da Société Interludio, a Cambiano, la prima personale in galleria dell’artista trasforma lo spazio in intuizioni luminose. Attraverso tre fotogrammi di Hitchcock, la mostra indaga ciò che resta delle immagini quando scompaiono, tra memoria e percezione
Forse un frammento, una sensazione o un gesto che riaffiora senza che se ne sappia ricostruire l’origine. È in questo intervallo tra apparizione e scomparsa che si presenta La Scia, prima mostra personale di Gaia De Megni (Santa Margherita, 1993) da Société Interludio, negli spazi della galleria di Cambiano (a venti minuti da Torino), curata da Vincenzo Estremo. Si tratta di un unico percorso installativo, nel quale luce e architettura concorrono a ridefinire la percezione dei lavori di De Megni. Il cinema, riferimento costante nella ricerca dell’artista, viene privato della propria componente narrativa per essere ricondotto agli elementi che lo compongono: la proiezione, la voce, il corpo e il costume. Dunque, cosa sopravvive? Come scrive Estremo nel testo critico che accompagna la mostra, “La Scia è quella prodotta da chi visita la mostra, un coinvolgimento in cui l’astrazione spinge alla liberazione dell’insieme delle memorie esteriorizzate e artificiali che ci investono fuori dallo spazio stesso”.
La mostra “La Scia” di Gaia De Megni da Société Interludio a Torino
Fino al 18 ottobre 2026, le finestre della galleria sono oscurate da pellicole nere e, entrando, il visitatore si trova davanti a un faro dalla luce particolarmente intensa, tanto che per alcuni istanti lo spazio diventa quasi illeggibile: prima di poter distinguere le forme, è necessario attraversare l’abbagliamento e lasciare che gli occhi si abituino all’oscurità. Il riferimento a Solid Light Works di Anthony McCall, in cui la luce assume una consistenza quasi scultorea, aiuta a comprendere l’intento, pur nelle rispettive differenze. In La Scia, infatti, il fascio luminoso è uno stimolo fisico, che attiva percezioni e memoria. Invece di guardare un’immagine prodotta da un proiettore, ci si trova investiti direttamente dalla sua luce, come se si occupasse il posto dello schermo o si guardasse dalla parte opposta della macchina cinematografica. L’immagine non arriva, mentre rimane la luce che avrebbe dovuto darle forma.
Il percorso espositivo de “La Scia”
Superata questa prima soglia, emergono tre grandi sete sulle quali sono trasferite immagini tratte da Stage Fright (Paura in palcoscenico, 1950) di Alfred Hitchcock. De Megni isola tre fotogrammi sottraendoli alla sequenza del film e trasformandoli in presenze sospese nell’ambiente. Il passaggio dalla pellicola alla seta modifica l’immagine: ciò che nel film acquista significato attraverso il movimento e la successione, qui si fissa in un singolo istante, affidato a una superficie sottile e trasparente. Estremo descrive questa operazione attraverso “la costruzione geografica mediante la luce, [che] trasforma la galleria in uno spazio del cinematico senza immagini”.
I riferimenti di Gaia De Megni
La scelta di Paura in palcoscenico rimanda a un precedente lavoro di De Megni, Sunday Best, performance originariamente realizzata al Lazzaretto di Milano. In quell’occasione una boxer combatteva contro un fascio luminoso pronunciando battute tratte dal film di Hitchcock. Il corpo era impegnato in un’azione fisica riconoscibile, mentre la voce apparteneva a un’altra narrazione, generando uno squilibirio tra ciò che il pubblico vedeva e ciò che ascoltava. Le battute, infatti, venivano suggerite dall’artista attraverso un auricolare. E il fascio luminoso, il riferimento a Hitchcock e il rapporto tra corpo e immagine ritornano ma trasformati. Tra questi elementi compare anche un paradenti, legato alla performance. La sua immagine, filtrata attraverso una stampa olografica, può disegnarsi per alcune ore sul cemento della galleria, prima di svanire.
Dal testo critico di Vincenzo Estremo
Nel testo critico, Estremo affianca alla riflessione sul cinema un ricordo della televisione italiana. In un commento pubblicato anni fa su un blog, una donna rievoca la visione di uno sceneggiato con Gino Cervi, quando le famiglie si raccoglievano davanti allo schermo e le stanze assumevano l’atmosfera di una sala cinematografica: “[del]le case si trasformava in un piccolo cinema; persino la luce veniva spenta ed il silenzio dei presenti era assoluto”. Il ricordo restituisce un rituale domestico nel quale la visione interrompeva temporaneamente la quotidianità. Spegnere le luci e fare silenzio significava preparare il corpo a un’esperienza condivisa, lasciando che le immagini entrassero nella vita di tutti i giorni. Estremo richiama inoltre la sigla dello sceneggiato, attribuita a Luigi Tenco, riportandone alcuni versi: “La nave ha già lasciato il porto. E dalla riva sembra un punto lontano. Qualcuno anche questa sera. Torna deluso a casa piano piano”. La nave che si allontana offre una metafora della persistenza delle immagini, mentre la distanza ne rende sempre più difficile la visione, il loro passaggio continua a essere percepibile attraverso la scia lasciata dopo il suo passaggio.
Caterina Angelucci
Gaia De Megni, La Scia
fino al 18 ottobre
société interludio, Via Torino 3
Cambiano
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