Come vivisezionare l’identità. Intervista a Enrique López Llamas, in copertina sul nuovo numero di Artribune Magazine
Sulla copertina di Artribune Magazine 93 c’è uno degli ultimi lavori dell’artista messicano Enrique López Llamas: a metà strada tra il comico e il malinconico, la sua pratica scompone l’identità contemporanea per individuare le tensioni culturali, mediatiche, sociali e politiche che la modellano
Tra le pratiche più magnetiche della scena artistica attuale di Città del Messico c’è quella di Enrique López Llamas. Nato ad Aguascalientes nel 1993, si è trasferito nella capitale messicana sette anni fa. Le sue opere riescono nell’ardua sfida di tenere in equilibrio inquietudine e leggerezza, produzione industriale e artigianalità. Si considera pittore, anche quando lavora con il video, con la scultura o con l’installazione, e ci spiegherà perché. Ma l’aspetto più intrigante della sua pratica è il modo in cui eviscera l’identità umana dei nostri tempi, esponendola per quella che è: una congerie di riferimenti culturali (alti e bassi, senza gerarchie) che si nascondono nel nostro sé come microplastiche nel nostro organismo. E concorrono a costruire la narrazione della nostra unicità: secondo l’artista, una delle tante menzogne che amiamo raccontarci.

Intervista con Enrique López Llamas
Nel tuo lavoro coesistono riferimenti eterogenei: mescoli con disinvoltura storia dell’arte, cultura popolare e autobiografia. Come interagiscono questi mondi?
Mi piace considerarmi una sorta di DJ. Su un piatto del giradischi c’è la storia dell’arte, sull’altro la cultura pop: televisione, cinema e cultura di Internet. E poi ci sono io, dietro la consolle, con le mie esperienze e le immagini che mi hanno accompagnato nel corso della vita. Muovo qualche manopola, e si mescola tutto. A volte, quando trovo la combinazione giusta, risuona anche nel mio pubblico. Attraverso questi riferimenti cerco di affrontare alcune delle inquietudini contemporanee: crescere, interrogarsi su cosa significhi essere un uomo oggi, oppure chiedersi se il mondo stia davvero per finire. Il mio lavoro è un modo per pormi domande sul senso di inadeguatezza o di non appartenenza, ma anche sul nostro rapporto con le immagini.
Quale pensi che sia questo rapporto?
Sono profondamente convinto che le immagini siano oggi più piatte che mai. Sia letteralmente, perché le osserviamo soprattutto attraverso gli schermi dei nostri telefoni, sia perché sono sempre più svincolate dai loro contesti originari. Possiamo imbatterci in un dipinto medievale o rinascimentale e, cinque secondi dopo, in un meme realizzato pochi minuti prima da un diciassettenne. Entrambe le immagini coesistono nello stesso momento e sullo stesso piano. Il contesto non è necessariamente scomparso, ma i suoi confini si sono fatti più sfumati. Mi interessa capire come si comportino le immagini in queste condizioni e appropriarmi di elementi provenienti da fonti differenti per costruire nuove analogie e metafore.
La tua pratica spazia dalla pittura al video, fino alla scultura. Come sei arrivato a questa combinazione di linguaggi?
La mia formazione è pittorica. Ho cominciato come graffitista e successivamente ho frequentato l’Università di Guanajuato, in Messico. Arrivare lì è stata una fortunata coincidenza. Il direttore del corso d’arte era Randy Walz, un artista americano che aveva lavorato come assistente di Donald Judd. È stato una figura molto importante per la mia formazione, soprattutto per quanto riguarda la storia dell’arte. Allo stesso tempo, però, ho sempre realizzato video. Crescendo in Messico, sono stato fortemente esposto alla cultura televisiva statunitense. Guardavo Jackass e tutti quei reality show, e da ragazzino, insieme ai miei amici, ci filmavamo mentre cercavamo di replicare quello che vedevamo in televisione. A un certo punto, questi due mondi si sono incontrati.
Nonostante la varietà dei media che utilizzi, la pittura sembra rimanere centrale nella tua ricerca.
Assolutamente. Considero i miei video come dipinti in movimento. E anche quando realizzo sculture o installazioni, tendo a pensarle come dipinti che acquistano volume. Naturalmente hanno una dimensione spaziale, ma ciò che mi interessa maggiormente sono le loro qualità pittoriche. Torniamo alla questione dell’appiattimento delle immagini: si tratta di portare un’immagine bidimensionale nello spazio tridimensionale, per poi tornare a considerarla come un dipinto.

Come realizzi le tue sculture?
Le modello digitalmente sul mio iPad, utilizzando un’applicazione di modellazione 3D. Successivamente le stampo con un polimero plastico e le dipingo a mano con colori acrilici. Se ci pensi ha senso: le sculture sono fatte di plastica, vengono dipinte con colori acrilici, che sono a loro volta plastica, e infine vengono immesse in un mondo di microplastiche. Mi piace pensare di lavorare con materiali che parlano direttamente del momento storico che stiamo vivendo. Il medium stesso assume un peso simbolico e concettuale. Non si tratta semplicemente di fare pittura per fare pittura, o scultura per fare scultura.
Plastica quindi? Osservando le tue sculture è piuttosto difficile capire di quali materiali siano effettivamente composte. C’è una forte componente di trompe-l’œil.
Sì, mi interessa molto ingannare l’occhio. Riproduco oggetti in scala uno a uno, oppure li ingrandisco in maniera sproporzionata. Possono ricordare elementi di giostre, parchi divertimento o carri allegorici. Miinteressa il modo in cui questi oggetti entrano in relazione con cose che già riconosciamo nel mondo che ci circonda, e l’ambiguità che emerge quando diventa difficile identificarne il materiale o comprenderne la scala.

La frammentazione, soprattutto quella del corpo umano, è un altro elemento ricorrente nel tuo lavoro…
La frammentazione attraversa gran parte della mia ricerca perché mi interessa capire come riferimenti isolati possano diventare metafore del modo in cui l’essere umano contemporaneo viene costruito, o assemblato. Sono cresciuto a stretto contatto con la cultura statunitense, in un mondo sempre più globalizzato e iperconnesso. Naturalmente ognuno di noi ha il proprio contesto e la propria storia, ma allo stesso tempo consumiamo moltissime cose identiche. In questo senso, la frammentazione è anche un modo per mettere in discussione l’idea che siamo tutti speciali. Credo che sia una delle più grandi menzogne che ci vengono raccontate oggi: quella secondo cui saremmo completamente unici, quando in realtà consumiamo spesso gli stessi prodotti culturali.
La frammentazione diventa quindi uno strumento per indagare la costruzione dell’identità?
Esattamente. Scomponendo le cose cerco di capire di cosa sia fatta l’identità. Siamo dei contenitori che ricevono e custodiscono una moltitudine di elementi differenti. Siamo fatti di emozioni, esperienze, traumi, storie, delle persone che frequentiamo, dei film che guardiamo e della musica che ascoltiamo. La frammentazione mi permette di esplorare il modo in cui tutti questi elementi si combinano per formare ciò che siamo.
Nel tuo lavoro c’è anche una particolare ambiguità emotiva. Le opere sono spesso ironiche, a volte persino divertenti, ma allo stesso tempo profondamente malinconiche.
Mi fa piacere che tu lo abbia notato, perché credo sia qualcosa che deriva spontaneamente dal mio modo di essere. Gli aspetti comici e ironici sono probabilmente più evidenti nei miei video che nelle installazioni. Ma riuscire a fare una buona battuta è difficile, soprattutto attraverso un’opera d’arte. Mi interessa quello spazio intermedio tra malinconia e comicità, interrogarmi su cosa significhi la nostalgia nel mondo contemporaneo e, allo stesso tempo, prendermi gioco di quella stessa nostalgia, o di me stesso. È lì che questi sentimenti differenti entrano in collisione. Credo che la coesistenza di ironia e malinconia renda il lavoro più complesso e stratificato.

Nell’opera che hai presentato ad ACME e che vediamo sulla copertina di Artribune Magazine 93, i piedi trafitti dai chiodi sono un evidente riferimento alla Passione di Cristo. Perché hai voluto interpretare questo tema?
Quell’opera conteneva un riferimento molto personale. Quest’anno ho compiuto trentatré anni, l’età tradizionalmente attribuita a Gesù al momento della morte: ho scelto pertanto una postura che rimandasse chiaramente all’iconografia della Deposizione dalla Croce. È un riferimento a quella tradizione figurativa, ma anche un modo per riflettere sulla resurrezione come atto di trasformazione.
Trasformazione, dici… in che senso?
Nel senso che cerchiamo continuamente di ricostruire noi stessi, ancora e ancora. L’idea della resurrezione diventa una metafora di questo processo di trasformazione personale, della possibilità di ricostruire la nostra identità.
Alberto Villa
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