Alla Fondazione Morra Greco di Napoli due mostre parlano che parlano di sconfitta
In un momento storico in cui le grandi narrazioni di progresso appaiono incrinate e l’orizzonte del futuro si fa sempre più instabile, la Fondazione Morra Greco sceglie di affiancare due mostre personali che, pur muovendosi su registri differenti, interrogano una stessa urgenza: come può oggi l’arte prendere posizione dentro la crisi, senza limitarvisi come rappresentazione […]
In un momento storico in cui le grandi narrazioni di progresso appaiono incrinate e l’orizzonte del futuro si fa sempre più instabile, la Fondazione Morra Greco sceglie di affiancare due mostre personali che, pur muovendosi su registri differenti, interrogano una stessa urgenza: come può oggi l’arte prendere posizione dentro la crisi, senza limitarvisi come rappresentazione o denuncia?
Accostando All That Fall di Martin Kersels (Los Angeles, 1960) e Frustration of Utopia di Maria Papadimitriou (Atene, 1957) la Fondazione decide di intercettare un nodo teorico irrisolto del presente: cosa resta dell’arte quando l’utopia si è incrinata e il futuro non funziona più come promessa?
Le risposte degli artisti in mostra a Napoli
Piuttosto che “attualizzare” la crisi, gesto ormai inflazionato, le due mostre assumono posture per nulla consolatorie. Da un lato, la caduta come condizione strutturale dell’esperienza contemporanea; dall’altro, l’utopia come campo di rovine, non recuperabile come progetto ma ancora operativa come tensione intermittente. In questo senso, l’accostamento appare come presa di posizione.
La mostra di Martin Kersels alla Fondazione Morra Greco
Il lavoro di Martin Kersels si colloca in una linea che va da Beckett alla critica post-teleologica del progresso. All That Fall, titolo che richiama esplicitamente il radiodramma beckettiano del 1956, mette in scena un mondo in cui non esiste avanzamento, ma solo inciampi e ricadute. Le sculture e le macchine performative non “falliscono” rispetto a un obiettivo: semplicemente, non credono più all’idea stessa di obiettivo. La caduta diviene una norma. In questo senso, la mostra può essere letta come una critica implicita all’ideologia della performance che struttura tanto il capitalismo quanto una parte consistente del sistema dell’arte. In un contesto che premia efficienza, crescita, visibilità e resilienza, Kersels insiste su ciò che resta instabile e fuori controllo. Non c’è redenzione nella caduta, né estetizzazione del collasso. C’è piuttosto un’adesione lucida a ciò che Mark Fisher avrebbe definito “realismo capitalista”: non la rappresentazione della fine del mondo, ma l’impossibilità di immaginarne uno diverso. Qui, tuttavia, questa impossibilità viene resa fisicamente abitabile.
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La mostra di Maria Papadimitriou a Napoli
Se Kersels lavora sul fallimento della linearità, Maria Papadimitriou affronta direttamente la crisi dell’utopia moderna. Frustration of Utopia dichiara fin dal titolo una condizione storica precisa: l’utopia non è morta, ma è divenuta impraticabile nei suoi modelli novecenteschi, tramutandosi in frammento residuo, in tensione incompiuta. Il dialogo con Melencolia I di Dürer, figura chiave della crisi del sapere moderno, è qui tutt’altro che citazionista. Come nell’interpretazione benjaminiana dell’allegoria, ciò che emerge non è un sistema coerente, ma una costellazione di segni in frizione. I collage, i paesaggi sospesi, la ricostruzione dello studio e soprattutto gli ex voto costruiscono un lessico visivo che rifiuta l’idea di ritorno all’armonia. La tradizione, in particolare quella napoletana, viene trattata come archivio instabile piuttosto che romanticizzata come identità inamovibile, attraversato da perdite, trasformazioni e sopravvivenze simboliche. Gli ex voto, ibridi e liminali, divengono atti di esposizione della vulnerabilità. In un’epoca che ha visto collassare l’immaginazione del futuro, Papadimitriou si allontana dal tentativo di ricostruirla artificialmente. Ne lavora piuttosto i resti, trasformando la frustrazione in gesto critico.
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Un presente disastrato nelle mostre della Fondazione Morra Grecco
Ciò che emerge non è una visione pacificata del presente, né tantomeno una promessa di riscatto. Queste mostre rifiutano tanto la retorica dell’apocalisse quanto quella della speranza obbligatoria, sempre più frequente nei discorsi contemporanei. Mancano vie d’uscita, non vengono proposti “futuri possibili” pronti all’uso. Viene messa in luce, piuttosto, una posizione scomoda, ma necessaria: accettare la caduta senza catarsi, continuare a immaginare senza illusioni. In un sistema dell’arte che spesso confonde l’impegno con la consolazione, questa posizione può essere letta già come una forma di resistenza.
Diana Cava
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