Nella capitale delle Filippine c’è un museo che porta l’arte contemporanea in città. Le interviste

La direttrice Joselina Cruz e la curatrice Arianna Mercado ci raccontano il Museum of Contemporary Art and Design di Manila che, seguendo il modello della Kunsthalle, lavora tra mostre temporanee, spazio urbano e pratiche partecipative…

Manila è una città dalle molteplici sfaccettature, dove chiese coloniali convivono accanto a grattacieli di vetro e la vita quotidiana si svolge tra venditori ambulanti, centri commerciali, ristoranti e gallerie. Modellata dall’improvvisazione e dalla resilienza, la città ospita una varietà di pratiche artistiche che vanno dai murales pubblici alle iconiche jeepney, colorati autobus pubblici che attraversano la città e funzionano come veri e propri spazi pubblici mobili. Negli ultimi anni, queste pratiche hanno contribuito alla crescita di una vivace scena artistica, caratterizzata da sperimentazione, collaborazione e, spesso, da un forte impegno sociale e politico, in risposta a problematiche come corruzione, disuguaglianze e cambiamento climatico. 

In questo contesto, il Museum of Contemporary Art and Design (MCAD) del De La Salle College of Saint Benilde occupa una posizione distintiva. A differenza della maggior parte dei musei nelle Filippine, privati, legati a collezionismo, mecenatismo e mercato dell’arte, MCAD opera come istituzione non-profit e non collezionistica, concentrandosi su mostre temporanee e progetti sperimentali. Attraverso programmi interne ed esterni, il MCAD promuove il dialogo, la partecipazione e il coinvolgimento di un pubblico ampio e diversificato, creando opportunità per artisti e comunità che altrimenti avrebbero un accesso limitato alla scena dell’arte contemporanea. 

Questo approccio riflette una concezione ampia di ciò che un museo può essere: non solo spazio espositivo, ma anche piattaforma di apprendimento, collaborazione e scambio. Le conversazioni con Joselina Cruz, direttrice di MCAD, e Arianna Mercado, curatrice della mostra Moments of Delay, chiariscono come l’attività dell’istituzione sia profondamente intrecciata con il contesto urbano e sociale. Le domande che attraversano la pratica artistica nelle Filippine — come fare arte in una condizione di precarietà o riflettere sulla temporalità dell’esperienza umana — sono anche questioni globali che il MCAD esplora attraverso esperienze che mettono in relazione il locale e l’internazionale in modo sottile ma significativo. 

Il MCDA: un nuovo modello museale nelle Filippine, intervista alla direttrice: Joselina Cruz 

Come nasce l’idea di un’istituzione non collezionistica nel contesto museale filippino? 
Dopo la curatela della Biennale di Singapore nel 2008, il College of Saint Benilde mi ha chiesto di creare una collezione per lo spazio. Al di là dello spazio che non era adatto, mi sono subito chiesta di cosa avesse realmente bisogno il panorama artistico filippino. Così ho capito che l’esigenza non era quella di costruire una collezione ma ripensare a un nuovo modello di museo nelle Filippine. Quindi, ho proposto uno spazio di tipo Kunsthalle, basato su mostre temporanee e più reattivo al clima contemporaneo. 

In che modo l’architettura di MCAD, con la sua luce e le sue dimensioni, ha influenzato le pratiche curatoriali e artistiche? 
L’edificio, costruito nel 2007 su progetto dell’architetto modernista filippino Eduardo Calma, è piuttosto atipico, quasi simile a un magazzino. I soffitti sono incredibilmente alti e la scala può risultare travolgente. L’idea iniziale della direttrice fondatrice Marian Pastor Roces e dell’architetto era quella di creare un laboratorio per gli studenti, in particolare quelli di architettura: uno spazio in cui sperimentare. Tuttavia, dato che ci siamo accorti che la scala monumentale poteva rappresentare un limite: invece di forzare l’edificio in un modello museale convenzionale, ne abbiamo abbracciato le peculiarità, deputandolo a progetti temporanei, installazioni e sperimentazione. L’architettura ha finito per determinare il tipo di mostre e progetti che hanno plasmato il museo, diventando parte integrante della sua identità. 

MCAD Commons: l’arte oltre le mura del museo.  

Questa flessibilità si estende anche a MCAD Commons, che lavora in spazi esterni al museo. Cosa ha motivato questo approccio e in che modo cambia la concezione delle mostre e del pubblico? 
L’obiettivo principale era l’accessibilità. Molte persone non raggiungono il quartiere del museo perché è lontano e il traffico è terribile. L’idea di MCAD Commons era quindi portare l’arte altrove. Ma si trattava anche di un esperimento curatoriale: partiamo dalla mostra, dal progetto, dall’opera, e poi cerchiamo lo spazio o il contesto in cui possa avere più senso o interesse per il quartiere. Ci siamo chiesti: perché non portare l’arte a un pubblico più ampio? Uscire dal museo cambia tutto: bisogna considerare lo spazio, il pubblico e le modalità di interazione. Le mostre diventano più dinamiche, integrate nella vita quotidiana, e permettono di raggiungere persone che non entrerebbero mai in una galleria tradizionale. 

Veduta dell’allestimento della mostra Elisa Tan Container of Distance al MCAD di Manila
Veduta dell’allestimento della mostra Elisa Tan Container of Distance al MCAD di Manila

Molti progetti di MCAD Commons si svolgono in spazi non convenzionali, talvolta anche fuori da Metro Manila. Come scegliete i luoghi e cosa offrono rispetto a un museo tradizionale? 
La scelta dei siti è sempre collaborativa, coinvolgendo spazi, artisti e/o progetto. Ci chiediamo: questo luogo è significativo per l’opera? Può coinvolgere il pubblico in modi nuovi? Durante la pandemia, abbiamo portato una mostra a Lucban, nella provincia di Quezon, lavorando con uno spazio autogestito diretto da Leslie de Chavez. Lo spazio era molto piccolo e affacciava su un sari-sari, un piccolo negozio di quartiere che funge anche da luogo di socialità. La mostra era una rassegna video e abbiamo integrato uno schermo all’interno del sari-sari, rendendo l’esposizione parte della vita quotidiana di chi entrava nel negozio. 

Un altro esempio? 
Per il primo progetto di MCAD Commons abbiamo lavorato con Library of Unread Books dell’artista singaporiano Heman Chong, allestendo la biblioteca in una stanza di un vecchio edificio Art Déco a Chinatown. Il pubblico era invitato a donare libri propri che non aveva mai letto: la biblioteca era composta esclusivamente da libri “non letti” dai loro proprietari originali ed era aperta come una vera biblioteca, in cui le persone potevano fermarsi a leggere. Nell’ultima edizione di MCAD Commons, con la mostra di Elisa Tan, abbiamo scelto un hub creativo collettivo, così che il progetto potesse entrare nel discorso culturale della città invece di restare confinato all’interno del museo. Questi progetti off-site rendono l’arte più accessibile, socialmente coinvolta e spesso più incisiva rispetto a un’esposizione limitata alle mura museali. 

Problemi globali, contesti locali: la mostra “Moments of Delay” al MCAD di Manila 

Questa attenzione a coinvolgimento pubblico, processo artistico e temporalità sussiste anche all’interno del museo, come dimostra la mostra Moments of Delay, che, in linea con l’approccio del MCAD, mette al centro processo, tempo e interazione. Gli artisti filippini affrontano questioni globali, pur restando radicata nelle condizioni locali, facendo emergere una prospettiva che supera dicotomie come “locale vs globale” o “filippino vs straniero”, offrendo uno sguardo sulle realtà complesse della produzione artistica contemporanea. 

Intervista alla curatrice Arianna Mercado mostra “Moments of Delay” al MCAD  

La mostra colloca gli artisti filippini all’interno di un dibattito globale, restando però ancorata al contesto locale. Come si bilanciano questi due livelli? 
Spesso il Sud-Est asiatico, e quindi anche le Filippine, viene considerato come un “altro” rispetto alla scena artistica occidentale. Io non credo che sia così: le preoccupazioni degli artisti e il pensiero artistico non possono essere ridotti a una dicotomia geografica. Le questioni sono condivise quando si riflette su ciò che influenza le vite contemporanee. Non si tratta di adattarsi a una narrazione esterna, ma di connettere l’esperienza locale a domande globali in modo significativo. 

In primo piano, l’installazione di Rocky Cajigan, parte dell’esibizione Moments of Delay at MCAD Manila.
In primo piano, l’installazione di Rocky Cajigan, parte dell’esibizione Moments of Delay at MCAD Manila.

La mostra va oltre la costruzione di un’identità filippina e delle binarietà nazionali. In che modo questo influisce sulla selezione di artisti e opere? 
Ci interessavano artisti che lavorano in spazi interstiziali, ibridi o persino contraddittori, dove l’“identità filippina” non è fissa. Collettivi attivisti come Tambisan ng Sining, nati durante la legge marziale, sono affiancati ad artisti più giovani come la multimedia artist Celine Lee. L’attenzione è rivolta alla pratica e all’azione: a come gli artisti esplorano la complessità e la molteplicità, piuttosto che rispondere alla domanda “cosa significa essere filippini?”. Si tratta di accogliere i livelli e le contraddizioni dell’esperienza vissuta, sia individuale che collettiva. 

“Moments of Delay” non è una mostra centrata sugli oggetti. Può spiegarne la struttura e cosa comporta per il pubblico? 
L’esposizione enfatizza il processo, la temporalità e il coinvolgimento. Include workshop, programmi estesi e progetti che vanno oltre l’inaugurazione. Questo approccio permette al pubblico di entrare in relazione con le pratiche degli artisti nel tempo, non solo di osservare opere statiche. In questo modo la mostra diventa parte della vita della città e favorisce il dialogo, piuttosto che produrre arte esclusivamente per l’esposizione. 

Le sfide di MCAD e il suo valore per la città nelle parole della direttrice 

Pur avendo una missione chiara, gestire un museo non collezionistico comporta sfide specifiche. Quali sono le principali difficoltà nel mantenere un coinvolgimento pubblico costante, la rilevanza nel mondo dell’arte e una stabilità strutturale? 
Le difficoltà esistono. Innanzitutto, il finanziamento può essere complesso, perché siamo un’organizzazione non-profit senza una collezione permanente, e alcuni sponsor faticano a comprendere immediatamente il nostro modello. Inoltre, proprio perché siamo un museo temporaneo e non collezionistico, a volte sia gli artisti che il pubblico hanno bisogno di tempo per abituarsi. Ma queste sfide ci spingono anche a essere creativi, flessibili e attenti al modo in cui ci relazioniamo con le persone e con la città. 

Linda Del Rosso 

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