Nel borgo di Bolsena la dimora cinquecentesca che si apre all’arte contemporanea. Storia di Palazzo Cozza Caposavi
L’edificio storico, che ospita un hotel diffuso e un'enoteca, vanta la più grande collezione d'arte privata aperta al pubblico dell’intera provincia di Viterbo. Vi si accosta, nel nuovo spazio, un’area per le mostre
Un nuovo spazio per l’arte contemporanea nel cuore di un palazzo storico. Così hanno aperto al pubblico nel corso del 2025 le Scuderie di Palazzo Cozza Caposavi, a Bolsena, parte dell’omonima dimora con oltre 500 anni di storia alle spalle. Il nuovo spazio contemporaneo è solo l’ultimo tassello dell’offerta culturale del centralissimo palazzo, che vanta la più grande collezione d’arte privata aperta al pubblico della provincia di Viterbo, dedicata all’arte antica.

Palazzo Cozza Caposavi a Bolsena
Appartenente alla famiglia dei conti Cozza Caposavi, che ne ha mantenuto la proprietà nei secoli, il palazzo fu eretto nella piazza centrale di Bolsena intorno al 1561 per volere del Cardinale Tiberio Crispo, governatore per conto dello stato pontificio in città (nonché figlio di Silvia Ruffini, vedova e concubina del futuro Papa Paolo III Farnese, originario di queste zone). Dopo l’allontanamento del cardinale da Bolsena, il Palazzo fu diviso tra i Cozza e i Caposavi fino al XVIII Secolo, quando le due famiglie si unirono accorpando i propri spazi (da cui poi sarà esclusa una parte negli Anni ’30 del ‘900). Non essendo residenziale, il palazzo non ha subito grandi trasformazioni, preservando gran parte del mobilio, le decorazioni e i pavimenti in cotto, oltre a una collezione libraria di oltre diecimila volumi, dal Cinquecento ai giorni nostri (con prime edizioni autografe di Giovanni Verga o Gabriele D’Annunzio e il primo vocabolario della lingua italiana).
Bolsena come tappa obbligata e centro turistico
Storicamente, Bolsena è stata una tappa necessaria per i viaggiatori del centro Italia, dato che la Via Cassia è stata per secoli la principale strada tra la Toscana e il Lazio sull’antico percorso della Francigena: i viaggiatori illustri, dal Grand Tour in poi, che passavano da questo territorio erano spesso ospiti del palazzo, da Balthus (che curò il restauro di alcune pareti) a Stendhal, da Guglielmo Marconi a Federico Fellini. Nella prima metà del Novecento, con la realizzazione dell’Autostrada del Sole, Bolsena venne sfavorita: non si passava più di lì per andare da Roma a Firenze, ma nei presso della vicina Orvieto. La cittadina riacquista importanza solo nella seconda metà del secolo come destinazione turistica. Oggi le stanze dove erano accolti gli ospiti più importanti fanno parte di un albergo diffuso con enoteca al piano terra, fondato e amministrato da Francesco Cozza Caposavi.
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L’arte contemporanea a Bolsena
Nella seconda metà del Novecento, l’arte contemporanea ha trovato una propria strada per Bolsena quando il leggendario gallerista romano Plinio de Martiis della Galleria della Tartaruga vi affittò un casale di proprietà proprio dalla famiglia Cozza Caposavi. Qui portava i giovani Alberto Burri, Tano Festa, Mario Schifano, Franco Angeli, Gino De Dominicis, Cy Twombly, che non a caso realizzò le opere Bolsena, una delle quali offerta come affitto ai Cozza Caposavi e rifiutata (e poi battuta da Christie’s per oltre 40 milioni di euro). Le foto di de Martiis (patito della macchina fotografica), conservate all’Archivio Stato Latina, sono state peraltro esposte nelle Scuderie prima della ristrutturazione nella mostra Meravigliosi quegli anni.
Le Scuderie di Palazzo Cozza Caposavi
Se è vero che in passato il palazzo ha già ospitato mostre di artisti come Alessandro Twombly e Christopher Makos, e che la famiglia dei conti gestisce un programma in collaborazione con gli artisti nel privato Parco del Grancaro (aperto al pubblico ogni estate), è solo nell’ultimo anno che l’arte contemporanea è entrata qui in uno spazio ad hoc, all’interno delle Scuderie da poco ristrutturate (un intervento realizzato tramite bando dell’Associazione Dimore Storiche Italiane e Airbnb). La scorsa estate ha aperto una prima mostra di Oliviero Rinaldi (a cura di Francesco Cozza Caposavi e Francesca Perti) seguita a dicembre (e aperta fino a febbraio 2026) da quella di Tommaso Cascella, curata da Claudio Strinati e interamente finanziata dal Comune di Bolsena (dove Cozza Caposavi è consigliere comunale e presidente della Commissione Cultura).
“L’idea era quella di portare delle mostre da grandi città anche in spazi periferici, e far conoscere in una nuova veste un luogo storicamente avocato alla cultura classica e antica come Bolsena”, spiega ad Artribune Francesco Cozza Caposavi. “Lo spazio ristrutturato, totalmente bianco, permette di ospitare facilmente delle mostre contemporanee, anche con un taglio diverso. Quest’ultima, per esempio, non è stata una mera esposizione di opere ma una vera Wunderkammer con quadri e grafiche accostati a oggetti, arredi e suppellettili creati dall’artista, permettendo di entrare in una camera dove tutto era realizzato da Tommaso Cascella. Andando a stupire sia gli addetti ai lavori sia i fruitori comuni e i curiosi”. E nei prossimi mesi? Anticipa Cozza Caposavi che sono in programma mostre dell’artista Ernesto Lamagna (Napoli, 1945) e del fotografo Michele Stanzione.
Giulia Giaume
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