L’attualità vista dal grande Fabio Mauri in mostra alla Triennale di Milano
Un percorso espositivo con video, installazioni e fotografie segnato dal filo rosso dell’oppressione, tematica affrontata dall’artista lungo tutta la sua carriera e sempre attuale. La mostra è una delle attività realizzate in occasione del centenario dalla nascita di Mauri
Mala tempora currunt e la Triennale di Milano con l’Associazione Genesi dedica una interessante mostra a uno degli artisti più complessi e suggestivi dell’arte italiana del Dopoguerra, Fabio Mauri (Roma, 1926 – 2009). Una mostra dedicata al tema dell’oppressione, fulcro di molti suoi lavori. La rassegna, curata da Ilaria Bernardi e accompagnata da un catalogo, cade nel centenario della nascita dell’artista, che cadrà il giorno 1 aprile 2026. Recentemente lo Studio Mauri ha messo in rete il catalogo generale dell’artista, attraverso il quale è possibile navigare negli oltre 50 anni di percorso di questo grande protagonista delle avanguardie europee: dalle installazioni, ai dipinti, ai film, alle performance, ai multipli, ai libri d’artista.

Il 2026 segna il centenario dalla nascita di Fabio Mauri
Per il centenario è stato pubblicato da Allemandi e Hatje Cantz il catalogo generale dell’opera dell’artista, realizzato dal comitato scientifico presieduto da Carolyn Christov-Bakargiev, che nel corso degli anni si è occupata con intelligenza dell’opera dell’artista. Sarebbe interessante conoscere l’attuale pensiero di Mauri intorno a quanto sta accadendo. La sua opera ha messo a confronto la sua microstoria personale, individuale e la macrostoria del tragico “secolo breve”.
La centralità dello schermo nell’opera di Fabio Mauri
Lo schermo, nella sua vacuità, nella sua attesa di ospitare proiezioni, parole è stato protagonista della sua ricerca sin dagli Anni Cinquanta in una ricerca sul limite, sulla soglia, sulla proiezione. Schermo che può essere costituito da una camicia, magari quella dell’amico Pier Paolo Pasolini con il quale vive parte della giovanile stagione bolognese, della scuola, dello studio. Il suo lavoro, come sottolinea la mostra milanese, ci porta a una continua riflessione che ci offre ben poche risposte. Mauri ci ha lasciato 17 anni fa, ma i suoi argomenti di riflessione sono più che mai attuali: ideologia, questione ebraica, Europa, sofferenza mentale, l’oppressione, appunto, società dello spettacolo di debordiana memoria, che oggi ha superato qualsiasi limite, non solo si è attuata ma ha superato se stessa con il mondo dei social, dei selfie.
La mostra alla Triennale di Milano
Nella mostra milanese sono opere che aiutano a comprendere il cammino dell’artista, come non pensare all’oggi di fronte a Filmano tutto, in cui è la regista tedesca Leni Riefenstahl di fronte alla macchina da presa? Anche noi riprendiamo in continuazione. Persino di fronte alla morte. L’opera è parte di Manipolazione di cultura, un vasto progetto degli Anni Settanta che nasce con libro, un multiplo, e diviene una serie di grandi tavole in cui il riferimento è alla cultura tedesca degli anni di Hitler. Ricostruzione della memoria, con un rimando al concetto di degenerazione. Mauri è riuscito a guardare al proprio tempo, così in Vomitare sulla Grecia, solo per fare un altro esempio, con occhi privi di qualsiasi forma di retorica, di propaganda, riuscendo ad analizzare più che a giudicare.
La riflessione di Mauri sul linguaggio in tempi difficili
E ancora Linguaggio e guerra, che, come scriveva l’artista stesso: “Sono dettagli di riviste di guerra. Timbrate, vi è aggiunto un senso. Accade un’appropriazione indebita. Prima scattate da fotografi, presenti agli eventi, riprodotte in contesti di propaganda come comunicazioni di parte, quindi, raccolte sotto forma più neutra di storia, di nuovo tolte dai contesti archeologici, tagliate, cioè riviste secondo una nuova tesi, equamente divise tra i segni del linguaggio e l’uomo di quei segni, e riproposte in sequenze che esprimono un’idea interpretativa in un modo linguistico, l’uso delle foto solo apparentemente pacifico. Language is war discute del linguaggio in stato di guerra”. Linguaggio, il nostro, che più che mai necessiterebbe di un’analisi degna di un artista straordinario come Fabio Mauri.
Angela Madesani
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