A Milano ci sono gli arazzi di Claudia Losi per raccontare la convivenza felice tra esseri umani e natura
Nella sua nuova mostra da Monica De Cardenas l’artista presenta una serie di opere che restituisce il senso collettivo e magico dell’esistenza, in cui flora e fauna sono co-protagonisti dell’essere umano. E i ricordi della storia dell’arte affiorano
Alla Galleria Monica De Cardenas di Milano, Claudia Losi (Piacenza, 1971) tende un filo tra i suoi arazzi e quelli che ognuno si crea. Nella parola textum risuona la radice sia di tectum = tetto, sia di textum = testo, quindi scrivere e costruire. Aghi, fili, telai sono “alfabeti” del processo evolutivo, che, come scrive Telmo Pievani, “assomiglia a un albero con tanti rami che si dividono dallo stesso tronco, in cui non ci siamo solo noi. Si prende quanto c’è, lo si trasforma. Prima i mutamenti avvenivano per conto loro e noi dovevamo adattarci, adesso siamo la causa. La cultura è parte integrante della nostra evoluzione, a volte precede il cambiamento biologico: oggi non possiamo mangiare solo cibi crudi, perché il nostro metabolismo è diventato dipendente dalla cottura, cioè una tecnica prodotta dalla cultura” (La Lettura, 3 novembre 2024).
La mostra “Tempo Crudo” di Claudia Losi da Monica De Cardenas
Claudia Losi parla di Tempo Crudo, inteso come l’allineamento tra viventi e non viventi individuato da Judy Jacanamejoy, artista antropologa colombiana. Io uso il tempo di caduta e rinascita delle foglie dell’albero di Pievani come una parafrasi dell’evoluzione umana. La tecnologia del DNA ha consentito un diverso allineamento. Una scoperta che influisce sul nostro metabolismo, biologico e percettivo. Gli arazzi di Claudia Losi, come scrive Leonardo Regano nella presentazione, “provengono dalla relazione tra umano e ambiente, tra individuo e collettività, da cui si forma il linguaggio“. Sono l’esito del viaggio che Losi ha effettivamente compiuto, in tutto il mondo, con la scorta di amiche e amici, domandando a tutti e tutte “Qual è la tua idea di natura?”. Le risposte tessute una sull’altra intrecciano le differenze invece di opporle. Una pratica che richiede tante mani, tante varianti, tante espressioni: un alfabeto.

Il grande progetto di Claudia Losi
Il progetto Being There. Oltre Il giardino inizia nel 2020 e alla fine raggiunge una superficie lunga 18 metri per 144 centimetri. Losi l’ha ora suddiviso in 13 sequenze, orizzontali, verticali, di varie misure, che assecondano il movimento di chi si incontra, si presenta, si avvicina, si allontana e poi si ritorna. Normale in una mostra, come in una cena tra amici. Ma qui è telepatico. La densità non ci fa capire a colpo d’occhio. Per assurdo, questi arazzi non si completano fino quando non si scopre un punctum, che ferisce e ghermisce, e allora, con Roland Barthes, possiamo dire: “Che romanzo, che storia!” (La camera chiara). Addossare alle pareti dipinti, oggetti, appunti, fa parte di una manualità quotidiana, ma gli arazzi di Claudia Losi turbano perché, nonostante i titoli, non sono narrazioni lineari, appena ci allontaniamo si reimmergono in un insieme poroso, lanoso. Solo quando decidiamo di mirare a un punto abbiamo l’idea della loro molteplicità.
Un laboratorio collettivo guidato dall’artista
Ultimamente, in un laboratorio – all’interno della mostra di Riccardo Arena alla casa degli Artisti di Milano – Losi ha proposto un esercizio che fa spesso nelle scuole: piegare, rompere manualmente dei fogli di carta da pacchi in modo da creare delle figure. Scaduto il tempo, li ha raccolti. Si è messa al collo una lampada, davanti alla quale ha posto le singole figure, proiettando sulle pareti le loro ombre. Una specie di cinema spontaneo ha avvolto lo spazio: si aveva la sensazione di “ascoltare”, come succede quando chi sta davanti a noi abbassa gli occhi, intreccia le braccia, si ravvia i capelli e ci fa immaginare un’insofferenza, una fantasia. Anche di questi fogli conserva una enorme “biblioteca”. Nel libro, How do imagine there (2016,) Losi scrive: “Ho messo da parte, come in una dispensa disordinata, materiale d’ogni tipo per costruire questo arcipelago di pensieri e immagini che mi permettono di comprendere cosa fa per me ‘luogo’”. Ero preparata, ma non mi aspettavo questa calamita da cui non potevo sottrarmi.
Gli arazzi di Claudia Losi in mostra a Milano
Descrivo alcuni arazzi. Rimettaggi – Gorgo (2025) è una distesa acquatica, azzurra, dove le onde formano una rosa; avvicinandomi scopro una rana che nuota tra fili, segni e fondo bianco. Di che mare si tratta? In Come un giardino foresta (occhio) (2002-2026) l’occhio è al centro di un’aiola circolare di foglie, siepi, arbusti, scritte non leggibili, ma anch’esse risposte. Dal confine sud individuo un pavone che ibrida la sua coda con quella che da lontano pensavo fosse la chioma di un albero, mentre dallo stesso punto dell’aiola, ma spostato a destra, fugge un coccodrillo. Sopra ogni arazzo, ricamato in rosso, c’è il profilo di una coppia di uomini, di donne, di uomini e donne. La didascalia la prendo da Luce Irigaray (Io amo a te, 1993): “In tutti i regni del vivente il naturale è almeno due“. I cartoni per gli arazzi per secoli sono stati disegnati pittori riconosciuti, ma realizzati da donne che non sono mai citate. (Quelli di Depero sono attribuiti a lui, e non alla moglie che li ha cuciti insieme ad altre).
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Gli animali di Claudia Losi
Come giardino foresta (cervo) (2002-2026): da lontano non trovo il cervo, poi riconosco le sue corna, ha il corpo incurvato in un salto, non in una prateria, ma sul ventre di un’enorme pesce-razza. Attorno scritte, alberi spogli, un uomo a gambe divaricate e braccia alzate: il pescatore che lancia la rete? La coppia di umani ricamati in rosso è in basso, forse due donne che si stanno raccontando le loro vicende. In Come giardino foresta (leone-orso) (2002-2026) il leone al posto della criniera ha un’aureola disegnata da una sola linea (molto simbolica del re della foresta); un po’ più in basso, in un intrico di arbusti leggeri, sta seduto l’orso: gli fa da cuscino una vipera che invece di veleno sputa un ramoscello selvatico. Intanto un delfino trasporta sulla schiena una lucertola marina. I viventi umani si mimetizzano. Come giardino foresta (cane multitesta) (2002- 2026): il cane mi sembra un lupo, mi sposto al centro e vedo un leone con una coda piumata: mi indirizza a un bambino su un’altalena, sotto di lui è seduta una donna, nuda, con una grande capigliatura (la madre?), controlla il cane multitesta, dal quale si tiene a distanza anche la coppia di viventi umani.
Claudia Losi tra tante immagini della storia dell’arte
Mentre cercavo di mettere a fuoco, sono stata attratta dalla varietà dei punti, tessuti, cuciti, alcuni disegnati con matite colorate. Linee, regolari, che riempiono singoli passaggi geometrici, mi hanno portato agli ultimi quadri di Bice Lazzari su carta e su tela, dove la regolarità fittissima della geometria non esclude il vuoto, né il corpo fisico del segno, lo trasforma in ritmo, intimo, anomalo rispetto all’astrattismo degli Anni Sessanta. Storie e domande che mi sono raccontata, anche altre volte. Davanti agli occhi della Venere di Tiziano mi sono girata, come se ci fosse qualcuno alle mie spalle, ho pensato alla confidenza con sua moglie (la modella) che non prevede spettatori. I diari di Simone Weil, copiati a mano da Sabrina Mezzaqui, mi hanno fatto capire che il tempo della lettura, anche di chi ammiri e condividi, non è mai completo. Mariella Bettineschi taglia gli occhi della Fornarina, li raddoppia e aggiunge quello annebbiato dal neutro maschile. Degas voleva annotarsi il colore dell’inespressività emotiva delle donne; secondo me non l’ha trovata e così ha deciso di non esporre quei disegni. Sophie Ko fa scendere il colore sulla superficie per sperimentare la loro forza di gravità. Marco Trinca Colonel sovrappone la polvere del colore attraverso maschere, senza fissarla, per dare forma allo scorrere del tempo, ma appena tocchi ridiventa polvere. Marzia Migliora espone a Ca’ Rezzonico, il Museo del Settecento veneziano, una “mosqueta”, la mascherina che le dame indossavano, anzi stringevano tra i denti, per partecipare al carnevale con meno controlli; se aprivano bocca, però, era finita. Migliora la intitola Taci anzi parla, come il Diario di Carla Lonzi che tesse la nascita del femminismo. Faccio come Losi, e vi domando: Qual è oggi la nostra idea dell’arte?
Francesca Pasini
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