Giulio Turcato l’americano. La mostra alla Fondazione Giuliani di Roma è imperdibile
Il lavoro del grande artista viene presentato alla Fondazione Giuliani di Roma secondo una chiave di lettura non convenzionale, focalizzata sul monocromo e sul colore
C’è complementarità “geografica” tra le mostre viste di recente alla Fondazione Giuliani di Roma, di Mary Obering e Giulio Turcato (Mantova, 1912 – Roma, 1995), artisti di generazioni differenti ma operanti a partire da presupposti analoghi (la pittura, l’astrattismo, la centralità del colore). In questo senso, che mentre la statunitense Obering aveva sorpreso per il sottile orientalismo, qui avviene l’opposto, e cioè che Turcato risulti connesso, e anche qualcosa di più, con le più avanzate istanze artistiche d’oltreoceano del suo tempo.
Un sorprendente Giulio Turcato negli spazi della Fondazione Giuliani
Ciò risulta spiazzante, perché si tende a considerare Turcato artista lirico e introverso, “in minore” – per citare il concept musicologico della prossima Biennale di Venezia, – non certo “americano” quindi, nel senso della dismisura e della magniloquenza solitamente attribuito a questo aggettivo. Ebbene, questa retrospettiva dice l’opposto. Qui a dominare è il cosiddetto all-over pittorico, e con esso dimensioni e fisicità di quadri vasti, possenti. Emerge, insomma, un Turcato “in maggiore”, tutto sommato inedito, “americano” appunto.

La mostra “in maggiore” di Turcato alla Fondazione Giuliani di Roma
Pur compatta, la mostra è orchestrata come un crescendo che porta il fruitore da un estremo all’altro della produzione più orientata al monocromo di Turcato. Si va dai pezzi più orfici e bidimensionali a quelli più brulli e materici; il che se da un lato contraddice l’idea di un artista sempre uguale a sé stesso, dall’altro fa risaltare una coerenza che prescinde da tale fluttuazione. Così, viene ritratto un Turcato più ‘”contemporaneo” che modernista, attento alle istanze più innovative del dibattito internazionale, attraverso lavori in cui si avverte il tentativo di virare in direzione di un paradigma anti-compositivo.
Il colore nella ricerca di Giulio Turcato in mostra a Roma
Detto questo, l’elemento trainante resta il colore, sicché Turcato si conferma comunque un “veneto”, un artista cioè che indaga anzitutto il sublime cromatico. Infatti, la meraviglia non sta nei lavori in gommapiuma, i più spinti in senso anti-compositivo, ma nei cosiddetti Cangianti, in quei quadri, cioè, che restando in equilibrio tra i due predetti estremi risultano materici ma non al punto di diventare tridimensionali, e – per converso – cromaticamente unitari ma non piatti. I gialli, ad esempio, hanno la forza dei capolavori di Mark Rothko; rapiscono l’osservatore mentre sembrano letteralmente muoversi dispensando bagliori miracolosi. Così come sono splendidi, di un’eleganza quasi sovrannaturale nel loro porgersi come oggetti vellutati e alieni, i quadri blu dagli spigoli stondati.
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La lettura non convenzionale dell’opera di Giulio Turcato a Roma
In una dichiarazione appunto “geografica” la curatrice Martina Caruso ha rivelato che New York a Turcato ricordava Venezia; può sembrare un’informazione da poco, ma in sottigliezze di questo tipo spesso si annida molta più verità sul conto del lavoro di un artista che in tante disamine professorali. In definitiva resta il colore l’alfa e l’omega della produzione di Turcato. E semmai l’accelerazione contemporaneista impressa alla sua lettura da questa retrospettiva finisce per accentuare tale dato. Al punto che in alcuni passaggi viene da pensare che Turcato sia stato il Rothko italiano e che non ce ne fossimo accorti.
Pericle Guaglianone
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