Un’arte più democratica? Ai Weiwei mette in vendita un’opera su un sito di fai-da-te

Per la sua nuova opera, l’artista cinese ha collaborato con Hornbach, marchio tedesco del fai-da-te. Basta andare sul sito e comprare i pezzi per assemblare un’installazione di Ai Weiwei a casa propria. Ma è davvero un’operazione democratica?

Ai Weiwei per Hornbach, Safety Jackets Zipped the Other Way, 2020
Ai Weiwei per Hornbach, Safety Jackets Zipped the Other Way, 2020

“L’arte è di tutti. Tutti possiedono la capacità di farla. Devi provarlo in un ambito molto più ampio rispetto alla ristretta cerchia del mondo dell’arte”. Si apre con queste parole il video di presentazione dell’ultimo progetto di Ai Weiwei, Safety Jackets Zipped the Other Way. L’artista cinese, che in molte altre occasioni ha espresso questa idea egualitaria dell’attività artistica, ha deciso di mettere in piedi una collaborazione con Hornbach, marchio tedesco che vende materiali per il fai-da-te. L’idea è quella di produrre un’opera che si rivolga a tutti e non soltanto agli addetti ai lavori: “ho fatto questo progetto per il pubblico”, commenta l’artista, “per le persone che non sono necessariamente dei visitatori di museo, o dei collezionisti. Il suo significato può essere creato da chiunque”. La “scultura”, che può essere acquistata online in diverse configurazioni e poi montata a casa propria seguendo le istruzioni (con certificato di autentica, però), consiste in una serie di giacche di segnalazione arancioni allacciate tra loro e poi appese a una struttura di pali d’acciaio. A livello estetico, l’oggetto cita altre opere di Ai Weiwei: quelle della fine degli anni Ottanta, in cui utilizzava impermeabili abbottonati tra loro, ma anche le installazioni più recenti dedicate al tema dei migranti, contraddistinte dall’uso ricorrente di gommoni e giubbotti di salvataggio. L’opera può essere composta di quattro, cinque o sette giacche e può essere montata a terra o a muro; la versione piccola è disponibile per 150 Euro, mentre la grande per 500.

UNA STRANA IDEA DI PARTECIPAZIONE

I riferimenti alla storia dell’arte non si contano: si sente l’eco di Joseph Beuys, con la sua idea di arte come “scultura sociale”; quello di Marcel Duchamp, nella scelta di creare un’opera usando prodotti presi in un negozio di ferramenta; c’è anche profumo di assemblage surrealista, nella giustapposizione di elementi incongrui e un po’ disarticolati. La superficialità dell’approccio, però, è  100% farina del sacco di Ai Weiwei: secondo quale principio questo oggetto – viene da chiedersi – può essere definito, come recita lo statement, “un’opera d’arte democratica”? Per il prezzo? O perché viene venduta online sul sito di un negozio di ferramenta? O forse perché possiamo montarcela da soli come fosse un mobile Ikea?
Sul fatto che l’arte sia di tutti, e che tutti possano, se vogliono, esercitare il gesto artistico, è difficile non essere d’accordo, soprattutto in un’epoca come la nostra, in cui di fatto ogni giorno milioni di persone producono e distribuiscono contenuti originali o reinterpretano quelli degli altri, in un gioco collettivo di remix creativo ininterrotto. Ma bisogna essere davvero ingenui per pensare che l’inclusione del “pubblico” nel gioco dell’arte possa passare attraverso l’acquisto di un kit preconfezionato firmato da una star internazionale. Quale sarebbe il contributo dell’acquirente in questo processo? Secondo Ai Weiwei, oltre al montaggio, c’è l’attribuzione del significato. L’opera sarebbe infatti diretta “alle persone che hanno senso dell’umorismo e capiscono che il significato può essere creato da chiunque in qualsiasi momento”. Come avviene, d’altra parte, per qualsiasi opera d’arte, che sia da costruire, pre-assemblata o “già pronta”. C’è da sperare che almeno le istruzioni vengano ignorate o volontariamente travisate dagli acquirenti, come succede da sempre con gli oggetti più popolari di Ikea, dando vita a una serie di opere diverse e impreviste.

  Valentina Tanni

www.hornbach.de/aiweiwei

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Valentina Tanni è storica dell'arte, curatrice e docente. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba. Nuova Accademia di Belle Arti di Roma. La sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e nuove tecnologie, con particolare attenzione alle culture del web. Nel 2001 ha fondato Random Magazine, uno dei primi magazine online dedicati alla Net Art, ed è tra i membri fondatori delle riviste d’arte contemporanea Exibart e Artribune. Ha curato numerose mostre in musei e gallerie, tra cui “Netizens”, “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati”, “Maps and Legends. When Photography Met the Web”, “Eternal September” e “Stop an Go. The Art of Animated Gifs”. È stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” e ha lavorato come docente per numerose istituzioni pubbliche e private (Università di Roma La Sapienza, LUISS, Istituto Europeo di Design, Fondazione Moderna Arti Visive).