Albanese e rom, Sead Kazanxhiu è una figura di spicco nella sua comunità e in ambito artistico. E ha le idee molto chiare su una serie di questioni. Ce le ha raccontate in questa intervista con il collettivo volna mare.

Sead Kazanxhiu (Fier, 1987) è un artista albanese di origine rom. Ha studiato all’Università di Tirana e alla Central European University di Budapest. Attivamente impegnato a promuovere l’educazione di bambini e adolescenti rom, è stato da poco nominato membro del consiglio direttivo del network ERIAC – European Roma Institute for Arts and Culture, una rete transnazionale che lui stesso ha contribuito a fondare nel 2017 a Berlino. Ha esposto in Europa e all’estero, in mostre personali e collettive. Già molto noto anche fuori dall’Albania, dall’altra sponda dell’Adriatico il suo nome dice poco. L’abbiamo incontrato per colmare questa lacuna.

Com’è nato il tuo rapporto con l’arte?
Inizialmente alle scuole elementari mi piaceva il calcio ma mio padre non voleva che perseguissi la carriera di calciatore: aveva paura che mi sarei infortunato giocando. Ci rimasi male, ma col tempo lo accettai. Uno dei miei cugini, Ferdinand Koci, è un pittore. Ora vive nel Regno Unito, ma da bambino adoravo andare a casa sua e osservare i suoi disegni. Posso affermare che Ferdinand è stato l’unico ad aver documentato la vita della comunità rom albanese durante il comunismo e nella transizione. Per noi lui rappresenta davvero un valore aggiunto. Negli anni, perdendomi nelle sue opere, iniziai ad apprezzare il disegno. Fin quando un giorno capii che quella sarebbe stata la mia strada: avrei intrapreso studi artistici. Lo comunicai alla mia famiglia e mi iscrissi a un corso a Fier, città a cinque chilometri dal mio villaggio.

Ti autodefiniresti un “artista rom”?
Questo è un tema parecchio dibattuto. La definizione di “artista italiano” o “artista albanese” non suscita perplessità, quella di “artista rom” invece sì, suona straniante. Paradossalmente, quando ti auto-definisci così, le persone di solito reagiscono dicendo: “Perché ti costringi in questa etichetta?”. Vorrei che questa definizione diventasse normale: ci possono essere artisti francesi e artisti rom. Non ho un passaporto rom, ma solo albanese – e ne sono fiero, sono cresciuto in questa cultura. Mi sento molto ricco, ho potuto formarmi in due culture. Questa è la mia identità. Quando utilizzo l’etichetta “artista rom” lo faccio deliberatamente, in maniera provocatoria, per abituare le persone a questo concetto. Quindi sì, potrei auto-definirmi come “artista rom albanese” o “artista rom albanese europeo”.
Allo stesso tempo, tuttavia, non credo che sia sempre opportuno affibbiarsi una definizione, alla fine siamo semplicemente artisti. Sarebbe meglio considerarsi apolidi; quando inizi ad autodefinirti, la tua stessa auto-definizione diviene materia di dibattito, le persone ti interrogano a questo proposito. Questo non dovrebbe aprire delle discussioni, dovrebbe essere percepito come normale. Dopo, “Piacere, sono Sead, artista rom”, la seconda frase dovrebbe essere: “Parlaci del tuo lavoro”. 

Sead Kazanxhiu nel suo quartiere di residenza, Kinostudio, a Tirana. Photo Marco Carlone
Sead Kazanxhiu nel suo quartiere di residenza, Kinostudio, a Tirana. Photo Marco Carlone

Parlaci del tuo lavoro.
Utilizzo la mia arte per raccontare quello che accade nella vita quotidiana di noi rom e per promuovere la nostra cultura. Uno dei miei lavori più noti è la Shtepizeza, traducibile con “casetta”. È nata come un’azione dimostrativa per parlare delle condizioni abitative dei rom e, parallelamente, come fonte di finanziamento indipendente dai donatori internazionali. Sono stanco di vedere i progetti dedicati ai rom finanziati da donatori esterni: vivo in Albania e voglio che le tasse che pago si traducano in progetti a beneficio della comunità. Ho creato questi piccoli souvenir per venderli e lanciare una borsa di studio grazie al ricavato: economicamente si è rivelato un fallimento, ma artisticamente un successo.
Queste casette sono diventate il simbolo di una protesta che abbiamo organizzato davanti all’ufficio del primo ministro per denunciare la condizione abitativa in cui vivono i rom di questo Paese. Protesta che non è stata il mio unico intervento nello spazio pubblico. Per esempio, nel 2013 ho bloccato l’entrata del Parlamento con otto ruote di trattori su cui avevo pitturato la bandiera rom. Lo scopo di questa protesta era sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del coinvolgimento dei rom nelle istituzioni e nei processi decisionali. Siamo parte di questa società, siamo albanesi, viviamo in questo Stato e vogliamo partecipare alle decisioni che riguardano la vita comune. Rispetto ad altri Stati post-comunisti, l’Albania si distingue per l’assenza di una rappresentanza ufficiale della comunità rom. Nel mio lavoro presento la comunità rom evitando accuratamente una prospettiva esotica, la racconto da dentro, senza curarmi di come gli esterni si immaginano questa comunità e di come vorrebbero vederla descritta.

Come reagisce la comunità rom alle tue opere e alle tue performance?
Molti la apprezzano e molti non le capiscono pur apprezzandole. Quando creo non lo faccio per rivolgermi al livello più basso, ma per portare a un livello più alto quelli che sono ancora al livello più basso. A volte, dunque, anche quelli che non comprendono il mio lavoro devono impegnarsi, devono sforzarsi. Con il mio lavoro non mi interessa spiegare tutto, ma soltanto provocare. E provocare non soltanto il sistema, ma anche la mia gente. Da un artista rom molti rom potrebbero aspettarsi che si dedichi alla pittura tradizionale, ma a me non interessa, anche perché non mi dedico solo alla pittura. Sono un artista multidisciplinare, un performer. 

Come valuti la scena artistica albanese? L’Albania è l’unico Stato europeo ad avere un pittore come primo ministro.
Il problema principale è l’assenza di una professionalità del settore artistico, non degli artisti in sé, ma del sottobosco che li circonda e li dovrebbe promuovere. Questa danneggia tutti, non solo gli artisti rom. In questo Paese non esiste una discussione effettiva sulla scena artistica. Mancano i giornalisti albanesi con cui poter avere interviste e parlare di arte, mancano critici d’arte professionisti. I pochi che lo fanno di lavoro vengono alle mostre, si avvicinano e dicono: “Complimenti, davvero un ottimo lavoro”. E se ne vanno. Un’attitudine deplorevole. Puoi portare anche un grandissimo nome a esporre e la reazione sarà comunque identica, ai complimenti di rito non seguirà alcuna discussione. Di conseguenza, in mancanza di critiche, la scena artistica albanese non si sviluppa. La cortesia eccessiva ci inibisce.
Per quanto riguarda il premier Rama, appena eletto si è messo a organizzare le proprie mostre all’estero: non il miglior modo per fare rete. 

Un palazzo abitato da rom a Perrenjas, Albania orientale. Photo Marco Carlone
Un palazzo abitato da rom a Perrenjas, Albania orientale. Photo Marco Carlone

I rom stavano meglio durante il comunismo?
Nessuno stava meglio durante il comunismo. Tuttavia in ogni famiglia c’era almeno una persona che lavorava, nel settore agricolo o nelle cooperative. Ora in una famiglia di quattro o cinque elementi può capitare che nessuno lavori. Quando il regime comunista è crollato, le fabbriche hanno chiuso e chi poteva è emigrato. Quindi sono state le persone più povere, rom in primis, le più danneggiate. Mi spiego così la nostalgia che molti anziani provano per quel periodo.

E il futuro? Come vorresti che cambiasse la tua comunità?
Ho lavorato in moltissimi progetti, anche piccoli. E ho potuto vedere direttamente quanto le persone abbiano subito un lavaggio del cervello: ambiscono esclusivamente a ottenere aiuti economici. Ma questo non può essere il futuro. Anche io sono rom e vengo da una famiglia immensamente fiera di essere rom. Ma mio padre e mia madre hanno lavorato sodo per ottenere quello che hanno ottenuto: sono riusciti a educare i loro figli – tre su quattro hanno fatto l’università – e oggi hanno una casa di proprietà e il loro campo. Lavorano tutti i giorni. Il futuro deve essere così: se vuoi guadagnare qualcosa, devi lavorare. Nulla è gratis.

– volna mare

https://seadkazanxhiu.wixsite.com/visualart

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volna mare è un collettivo di reporter di confine – Simone Benazzo, Marco Carlone, Martina Napolitano – che racconta il mondo da Trieste in là. Il loro primo libro è "Il futuro dopo Lenin. Viaggio in Transnistria" (DOTS edizioni).