Le 10 opere più interessanti della Biennale 2019 al Padiglione Centrale

Pittura, scultura, fotografia e installazione: il Padiglione Centrale dei Giardini di Venezia si rivela in grado di raccontare la complessità del presente. Ecco le opere più rappresentative

Con May You Live in Interesting Times il direttore della 58. Edizione della Biennale di Venezia Ralph Rugoff lancia un tema “non-tema”: l’intento è quello di offrire una panoramica del nostro tempo, caratterizzato da un ribaltamento dell’ordine post-bellico. E questo implica il ripensamento radicale delle categorie del pensiero, di etichette e schemi prestabiliti, aprendosi piuttosto alla molteplicità: l’identità, il gender, l’appartenenza sociale e culturale, concetti fluidi, frammentari, cui gli artisti contribuiscono con un apporto personale. Pluralità (di forma, di stile, di contenuto) e contaminazione sono le parole chiave. Un fatto che emerge anche dalla nostra selezione, in cui rientrano artisti di provenienza asiatica, africana, sudamericana, in grande maggioranza donne. Vengono raccontate storie diverse tra loro, portatrici di un significato che può diventare universale.

-Giulia Ronchi

1. MARI KATAYAMA

Padiglione Centrale dei Giardini della Biennale Arte 2019, Mari Katayama, ph. Irene Fanizza

“The strange fairytale”, come è stata definita dalla stampa estera: la storia di Mari Katayama (1987, Saitama), affetta da una rara malattia genetica, la vede a 9 anni prendere la drastica scelta di farsi amputare entrambe le tibie. Il suo lavoro si basa sull’esplorazione del proprio corpo, arrivando a esaltarlo attraverso fotografia che trae ispirazione da quella della moda, in cui l’artista pare essere a tratti umana, a tratti statua.

2. NJIDEKA AKUNYILI CROSBY

Padiglione Centrale Giardini, Biennale Arte 2019, Njideka Akunyili Crosby ph. Irene Fanizza

La sfera del quotidiano e il linguaggio mediatico, figure familiari e modelli inarrivabili sulle copertine, la tradizione africana e gli usi e costumi occidentali: tutti questi elementi si fondono e convivono armoniosamente sulla superficie delle tele di Njideka Akunyili Crosby (1983, Enugu, Nigeria). Nei suoi dipinti di grande formato l’artista condensa scene di vita personale e visioni universali che raccontano la storia – lunga, travagliata, divisa tra culture differenti – del movimento black.

3. ROSEMARIE TROCKEL

Padiglione Centrale Giardini, Biennale Arte 2019, Rosmarie Torckel. ph. Irene Fanizza

Group of Articles è il corpus di opere in cui viene condensata la poetica criptica di Rosemarie Trockel (Germania, 1952). La fotografia di un uomo immortalato dal collo in giù, il calco di una vasca da bagno appeso al muro, uno specchio in cui riflettere sé stessi: diversi media diventano immagini che creano molteplici rimandi tra loro, a completarsi, o ad aprire una voragine di senso da continuare a indagare.

4. MARTINE GUTIERREZ

Padiglione Centrale Giardini, Biennale Arte 2019, Martine Gutierrez ph. Irene Fanizza

Trucco, travestimento, colori e elementi ispirati alle divinità azteche precoloniali: il soggetto è arcaico ma il modo di trasmetterlo è ammiccante, patinato e mediatico. Non a caso Demons, questa serie fotografica, costituisce la copertina della rivista Indigenous Woman, creata dalla stessa Martine Gutierrez (Berkeley, USA, 1989). La giovane artista impersona Tlazolteotl, dea della lussuria. Xochiquetzal, la dea della bellezza e Chin, divinità maschile associata all’omossessualità. Le sue figure sono genderless e precoloniali, in linea con la molteplice chiave di lettura della mostra.

5. TERESA MARGOLLES

Padiglione Centrale Giardini, Biennale Arte 2019, Teresa Margolles, pgh. Irene Fanizza

Il Pac – Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, l’aveva omaggiata nel 2018 con una mostra personale, in cui l’artista sudamericana aveva esplicato la violenza – soprattutto quella di genere – nelle più violente città del Messico. Teresa Margolles (Culiacan, Messico, 1963) presenta ai Giardini della Biennale Muro Ciudad Juárez, un muro di cemento e filo spinato prelevato direttamente dalla città di confine in cui era posto. Della violenza, come di consueto nei lavori di questa artista, si vedono le tracce residue: attraversando con lo sguardo la sua superficie della parete grigia, si vedono piccoli e grandi buchi, crepe, segni di pallottole e crivellature: ognuno di questi porta con sé una vicenda di brutalità.

6. SUN YUAN E PENG YU

Padiglione Centrale Giardini, Biennae Arte 2019, Sun Yuan e Peng Yu, ph. Irene Fanizza

Perturbante e di forte impatto è l’opera Can’t help Myself, il mostro artificiale creato dagli artisti Sun Yuan (Cina, 1972) e Peng Yu (Cinna, 1974): il braccio meccanico, chiuso in di una teca trasparente da laboratorio, si agita al centro di quella che ha tutta l’aria di essere una pozzanghera di sangue. Mosso da algoritmi randomici, l’automa riporta al centro la sostanza rossa, che si espande di nuovo, inesorabilmente. Lo fa talvolta con gesti meticolosi, altre volte agitandosi come una bestia infuriata, fino a sembrare un essere vivo, senziente e ingabbiato.

7. NICOLE EISENMANN

Padiglione Centrale Giardini, Biennae Arte 2019, Nicole Eisenman, ph. Irene Fanizza

Boschi, fiumi, cieli inquieti o spazi metropolitani, le ambientazioni di Nicole Eisenman (1965 Verdun, Francia) sono intrise di onirismo – con riferimenti pittorici a Magritte, Breton, e al movimento surrealista – allo stesso tempo agganciate a temi molto attuali. Come la questione queer, di cui l’artista si fa portavoce, inserendola in modo costante, celato o esplicito. Come in Morning Studio, un dipinto di grandi dimensioni che vede due donne abbracciate in un momento di intimità e tranquillità. Un probabile riferimento a Il sonno di Gustave Courbet, in cui, però, viene riscattata l’immagine di un’intimità saffica che non gioca a favore dello sguardo maschile.

8. JULIE MERETHU

Padiglione Centrale Giardini, Biennae Arte 2019, Julie Merethu, ph. Irene Fanizza

C’è un’altra pittrice africana nella lista delle migliori opere dei Giardini della Biennale: Julie Mehretu (Addis Abeba, Etiopia, 1970) trasforma il suono e l’immagine video in pittura. Nella serie Under the Lowest (N.S.) parte da immagini mediatiche di eventi di grande carica emotiva, come proteste e incendi, e ne sfuma i colori ottenendo una tavolozza dalle nuances soffuse. A questi sfondi aggiunge poi un linguaggio personale, ispirato da punti, linee e scarabocchi che si avvicinano a una gestualità performativa. L’improvvisazione è al centro delle arti visive e della musica africana e Mehretu vuole rendere omaggio a personaggi come la cantante Nina Simone e il compositore e musicista Julius Eastman.

9. SHILPTA GUPTA

Padiglione Centrale Giardini, Biennae Arte 2019, Shilpa Gupta, ph. Irene Fanizza

Nella parte finale della mostra di Ralph Rugoff ci si imbatte in Untitled di Shipta Gupta (Mumbai, India, 1976), un cancello automatico in ferro che, compiendo un arco di 180° sbatte sia su un’estremità che sull’altra della parete di cartongesso alla quale è fissato. Colpi continui minano la resistenza stessa del muro, creando crepe e facendo cadere periodicamente calcinacci a terra. Un lavoro di forte impatto che ricorda per certi versi la porta aperta e chiusa allo stesso tempo di Duchamp di inizio Novecento. Ma  non mancano riferimenti all’attuale equilibrio geopolitico: il cancello è il limite, il confine (spesso) invalicabile che nell’opera dell’artista indiano rivela la sua brutalità intrinseca.

10. LARA FAVARETTO

Padiglione Centrale Giardini, Biennae Arte 2019, Lara Favaretto, ph. Irene Fanizza

È una delle due artiste invitate al Padiglione Centrale (assieme a Ludovica Carbotta, il cui progetto è dislocato a Forte Marghera). Lara Favaretto (Treviso, Italia, 1973) con Thinking Head crea una sorta di wunderkammer sospesa nel tempo. Un ambiente-bunker in cui si svolgeranno dei meeting tra intellettuali chiusi al pubblico, e che presenta alle pareti oggetti dall’identità indefinita, a metà tra il reperto archeologico e l’oggetto trovato, il tesoro o lo scarto.

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Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Attualmente collabora con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne. Cura la rubrica “Le curatrici donne più influenti nel mondo” per Marie Claire e “Storie d’amore nella storia dell’arte” per Elle.