Il Getty Museum di Los Angeles acquisisce una collezione di ologrammi d’artista

105 ologrammi, realizzati da 20 artisti di calibro internazionale. Il J. Paul Getty Museum di Los Angeles ha annunciato l’acquisizione di un corpus di opere molto particolare. Ecco tutti i dettagli.

Ed Ruscha, The End, 2017, editioned hologram. © Ed Ruscha, courtesy the J. Paul Getty Museum, Los Angeles, Gift of AMPC LLC through the auspices of Guy and Nora Barron.
Ed Ruscha, The End, 2017, editioned hologram. © Ed Ruscha, courtesy the J. Paul Getty Museum, Los Angeles, Gift of AMPC LLC through the auspices of Guy and Nora Barron.

L’olografia è una tecnica che permette di realizzare immagini tridimensionali tramite l’uso di raggi di luce e appositi supporti. Teorizzata per la prima volta negli anni Quaranta del Novecento dallo scienziato ungherese Dennis Gabor, divenne tecnicamente possibile, e molto popolare, soltanto verso la metà degli Anni Sessanta grazie al perfezionamento delle tecnologie laser. Le applicazioni degli ologrammi sono state da allora molto numerose in diversi ambiti: da quello scientifico a quello didattico e naturalmente nel mondo dell’intrattenimento. Nel campo dell’arte, questa tecnica non ha avuto grandissima fortuna e dopo alcuni esperimenti isolati, perlopiù snobbati dalla critica, è stata relegata al rango di curiosità passeggera. Nonostante questo, la lista degli artisti che si sono cimentatati con l’uso dell’olografia è abbastanza lunga e comprende anche nomi famosi come Salvador Dalì e Bruce Nauman. Quest’ultimo fu uno dei primissimi a realizzare ed esporre, tra il 1968 e il 1969, una serie di ologrammi legati alla famosa serie Making Faces presso la galleria Leo Castelli di New York. Dalì invece sperimentò con questa tecnologia solo nella prima metà degli Anni Settanta, producendo alcuni pezzi molto curiosi come il First Cylindric Chromo-Hologram Portrait of Alice Cooper’s Brain che ritraeva la rockstar Alice Cooper all’interno di un ologramma cilindrico a colori.

UNA COLLEZIONE DI 105 OLOGRAMMI

Raramente esposti, poco studiati e ancora più raramente collezionati, gli ologrammi oggi stanno vivendo un rinnovato momento di attenzione, anche grazie alla popolarità attuale delle rappresentazioni 3D e a un certo gusto vintage per tecnologie antiche o desuete. In questo contesto arriva come una piacevole conferma la notizia dell’acquisizione, da parte del J. Paul Getty Museum di Los Angeles di una vasta collezione che include 105 ologrammi d’artista su lastre di vetro. La raccolta di opere, firmate da 20 nomi internazionali, è stata donata al museo americano dall’Archival Master Plate Collection LLC tramite i collezionisti e filantropi Guy e Nora Barron. Questo incredibile patrimonio, che va ad ampliare il già ricco dipartimento di fotografia del Getty, è frutto di un progetto di collaborazione tra olografisti e artisti portato avanti nella prima metà degli Anni Novanta e battezzato C-Project (la C rappresenta il simbolo matematico della velocità della luce). Tantissimi i grandi nomi coinvolti: da John Baldessari a Louise Bourgeois, da  Chuck Close a Roy Lichtenstein, fino a Tatsuo MiyajimaEd Ruscha e James Turrell. “Questi affascinanti lavori, i primi ologrammi nella collezione del Getty Museum, sono oggetti che sono allo stesso tempo un proseguimento della fotografia tradizionale ai sali d’argento, sviluppata nel diciannovesimo secolo, e un prodotto della tecnologia laser, introdotta per la prima volta nel ventesimo”, ha commentato il direttore del Getty Timothy Potts, “ogni opera è stata creata in un modo unico e riflette l’incontro di ognuno di questi artisti con il nuovo medium. Sono sicuro che la collezione stimolerà un ripensamento della storia della fotografia e dell’olografia, soprattutto in rapporto alla rinascita dell’interesse per i formati tridimensionali nel campo del cinema e della televisione”.

IN ATTESA DEL PROGETTO ESPOSITIVO

Molti degli artisti che presero parte al C-project realizzarono ologrammi che riproducevano in qualche modo opere già realizzate con altri media. È il caso ad esempio, di Larry Bell, le cui lastre evocano le forme geometriche essenziali dei suoi dipinti e delle sue sculture. Oppure di Ross Bleckner, che riprodusse in versione tridimensionale gli uccelli cadenti dei suoi quadri più famosi.  Molto particolare il caso di Louise Bourgeois che sfruttò le particolari capacità ottiche dell’ologramma per aggiungere una dimensione di movimento altrimenti impossibile da raggiungere con altre tecniche. Insieme alle opere, il Getty acquisisce anche un vasto corpus di documenti di ricerca, come appunti, corrispondenza, fotografie, collage, file digitali e filmati in VHS. Tutti questi materiali verranno presto resi disponibili al pubblico tramite un percorso espositivo attualmente in fase di progettazione. 

– Valentina Tanni

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.