L’artista romano, invitato al programma tv “Chi ti conosce?”, si cimenta con writing e bombolette. Senza dimenticare le sue celebri smorfie e qualche riflessione sulle logiche del piccolo schermo.

Un’esperienza può essere un’opera d’arte? Io credo di sì, come quella volta che la produzione ha voluto che facessi un graffito in differita tv in un minuto.
Mi avevano accennato telefonicamente che forse mi avrebbero fatto fare un writing su un muro, ma non pensavo me lo avrebbero fatto fare veramente, anche perché in un minuto cosa puoi fare? Questi sono i tempi televisivi entro i quali mi avevano chiesto di stare. Avrei dovuto rifiutarmi, e invece ero lì, dritto in piedi con in faccia due dita di fard (make-up obbligatorio per chi in tv vuole andare) mentre chiamano il conoscente numero sei. Cacchio! Sono io e devo scendere giù dalla mia postazione per la prova d’abilità. Prova che avrebbe dovuto consentire ai due concorrenti (due fratelli nati lo stesso giorno ma a distanza di tre anni), di capire se io fossi o no l’amico pittore di Mariella Sapienza, attrice figurante in carriera.
Ero lì in veste di semplice pittore e dovevo cimentarmi nella pratica artistica più competitiva e di tendenza del momento, senza essere assolutamente uno specialista in tal senso. Non tutti sanno che io non ho mai fatto un graffito in vita mia pur essendo considerato uno degli street artist ante litteram (almeno qui in Italia) in virtù del mio lavoro di sticker art. Ma come avrei potuto deludere il mio pubblico? Come avrei potuto deludere la mia amica? Come avrei potuto deludere Max Giusti, il presentatore di Chi ti conosce? (questo il titolo del nuovo quiz program sulla rete televisiva NOVE), il quale, chiamandomi perentoriamente al centro della scena, mi chiede immantinente di fare il graffito del suo nomignolo “MAX”. Quando vedo entrare il grosso panello di legno che doveva essere il mio muro, e un cubo bianco con diverse bombolette di colore spray, le gambe mi fanno giacomo giacomo. Ero sul punto di buttare la spugna. Allorché mi sono ricordato di quando, durate la mia infanzia, con i compagni di classe ci sfidavamo a scrivere sulla lavagna i nomi con le lettere tutte attaccante, nella nota forma bombata. Mai avrei pensato che quelle spassose gare della mia fanciullezza avrebbero potuto, 45 anni più tardi, salvarmi da una figuraccia in differita televisiva, evitando, forse, un irreversibile discredito della mia onesta e onorevole reputazione di street artist.

Pino Boresta alla trasmissione TV "Chi ti conosce?", NOVE, 11 settembre 2018
Pino Boresta alla trasmissione TV “Chi ti conosce?”, NOVE, 11 settembre 2018

BOMBOLETTE E SMORFIE

Ciak si gira: prendo una bomboletta e ne spruzzo un po’ sul lato del muro come avevo visto fare tante volte, ero sicuro che questo mi avrebbe dato un’aria competente, ma è così che mi accorgo che avevano invertito le etichette per riconoscere i vari colori. Il nero era il rosso e il verde era il blu. Sabotaggio o assistente daltonico? “Cominciamo bene”, dico io.  No! Quello è un altro programma. Dai! Dai! Pino, stai concentrato, il tempo passa veloce.  Allora impugno lo spray nero, e faccio la “M”, la prima lettera è sempre la più facile ma non questa. Me la cavo bene, poi passo alla “A”, bene anche questa. A questo punto mi sentivo sicuro, e l’animale da palcoscenico in me si era ormai impadronito della mia mano armata, quindi prima di fare l’ultima lettera torno sulle prime due e ne definisco meglio i contorni, ma il tempo passa, passa veloce, per cui mi butto sulla “X”, la più difficile da fare. Terminata questa, sento Giusti che dice “Ecco vediamo uno stile alla Banksy”, non ne sono stato lusingato (preferisco artisti come Nemo’s ed Eron) e non potevo di certo spiegare lì il perché, ma lo farò presto. Tornando verso il cubo, dove erano gli spray, mi viene l’idea di prendere due bombolette di colori diversi una per ogni mano e colorare a strisce diagonali alternate la “M”. Il tempo mi morde il collo, ma questa mia inaspettata decisione esalta il conduttore, il caro Max, che sottolinea al pubblico la mia destrezza dicendo “E ora addirittura con due mani”, e quando la regia vuole fermarmi lui chiede dell’extra time per farmi finire di colorare almeno la prima lettera. Terminata la parziale colorazione del graffito depongo le bombolette sul cubo, mentre il pubblico applaude e Max salutandomi fa la battuta (non preparata), gigioneggiando che avrei dovuto pagare una multa in quanto avevo imbrattato il muro. Allora io tiro fuori 50 euro che avevo in tasca, e faccio finta di darglieli. Il resto della trasmissione l’ho passato in piedi immobile, ma dopo un po’ ho incominciato ad annoiarmi e ho quindi incominciato a fare delle smorfie all’indirizzo delle telecamere che continuavano a scrutarci, probabilmente le taglieranno nel montaggio*, ma io comunque avevo fatto il mio dovere e ricordato: “Generate una smorfia!!!… Non risolverete i vostri problemi, ma questi assumeranno sicuramente un peso specifico inferiore”.

Pino Boresta, Omaggio a John Cage, 2018
Pino Boresta, Omaggio a John Cage, 2018

COME JOHN CAGE?

Alla fine, tutto finisce e il regista mi fa i complimenti, infatti, per loro sarebbe andata bene anche se mi fossi dimostrato non in grado del mio compito, ma io ci tenevo a fare la mia porca figura. A salvarmi la mia esperienza da performer-incursore che spesso mi ha portato a improvvisare (vedi ArtBlitz), ma capirò come è andata realmente solo quando vedrò la puntata, quantunque i due concorrenti incontrati nel corridoio dei camerini abbiano voluto farmi i complimenti, scusandosi di non avermi riconosciuto. “E di che?”, ho detto io, “mica sono famoso”.  Decido così di regalare loro uno dei miei adesivi firmati per consolarli di aver perso 100mila euro portandone a casa comunque 12.500, sempre meglio dei miei 70 euro scarsi. Ma si sa che l’arte non paga e la vita dell’artista è dura anche quando si va in tv. Certo è che a John Cage, che partecipò alla trasmissione di Mike Bongiorno Lascia o Raddoppia come esperto di funghi (non poi così esperto, secondo Giancarlo Politi, che racconta il fatto in uno dei suoi Amarcord), è andata meglio che a me. Lui il suo gruzzoletto se lo è portato a casa, anzi negli United States, visto che i cinque milioni di lire gli servirono anche per pagarsi il biglietto dell’areo. Cage era, infatti, rimasto senza soldi durante il suo viaggio in Europa e, non essendo ancora riconosciuto come quel grande e famoso artista che poi diventò, trovò così il modo di fare ritorno. Ha detto Albert Einstein: “È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie”.
Per questo non bisogna mai dire “a me non succederà”, ma piuttosto essere pronti a raccontarlo, e io non volevo certo deludervi.

Pino Boresta

*In realtà poi qualche smorfia è passata. Questo testo è stato scritto da me prima che vedessi la registrazione della puntata andata in onda l’11 settembre sulla rete televisiva la NOVE, e ancora visibile a questo link.

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Pino Boresta
Pino Boresta nasce Roma e vive a Segni (Roma). Sulla scia di valori dei Situazionisti, di cui condivide impostazioni e finalità, realizza un’arte fatta di coinvolgimenti a tutto tondo, di se stesso e dei fruitori consapevoli o inconsapevoli delle sue opere. L’ambito privilegiato in cui interviene è la città. La ricerca dell'artista romano è fatta di domande, di provocazioni, di gioco, di sollecitazioni e di valorizzazione di dettagli insignificanti. Il suo lavoro cerca di scuotere gli animi e stimolare le riflessioni dalle anonime presenze dell’universo urbano, per renderle meno aliene (o alienate) proprio grazie a una presa di coscienza di chi osserva e decide di partecipare attivamente all’opera, rispondendo al pungolo di Boresta con una frase scritta su un adesivo, su un volantino trovato per caso sui muri delle città, con un’opinione lanciata per e-mail o con la propria fotografia, immagine che si banalizza (o mitizza) in un album di figurine che parla di quotidianità o di mondi circoscritti come quello dell’arte.