In Sicilia inaugura il Museo dei relitti greci di Gela. La nave scoperta 38 anni fa ha finalmente una casa

Un nuovo museo regionale avvia le sue attività. È il punto di arrivo di una sfida che ha visto la Sicilia impegnata in una delle più avvincenti missioni di archeologia subacquea. Una scoperta eccezionale, per lo stato di conservazione del relitto e per le speciali caratteristiche costruttive. L’inizio, si spera, di un’importante stagione culturale per il territorio

Quel che resta dell’antica nave greca, affondata tra il VI e il V Secolo a.C. a 800 metri dalle coste di Gela, giganteggia al centro dello spazio, finalmente musealizzata e restituita alla collettività. La città inaugura il suo Museo dei relitti greci, edificio appositamente progettato nel cuore del Bosco littorio.

Il ritrovamento della prima nave di Gela 

Un’importantissima scoperta di archeologia subacquea” esordiva un articolo a firma di Antonio Asaro pubblicato in prima pagina sul quotidiano La Sicilia, il 25 aprile del 1989. Fu la prima uscita sulla stampa. I sub in realtà erano due. Gino Morteo e Gianni Occhipinti, che nel 1988 si imbattevano in alcuni reperti sommersi, portati a riva e consegnati al Museo archeologico di Gela, allora gestito dalla Soprintendenza regionale di Agrigento e Caltanissetta, guidata da Rosalba Panvini. I sub riferivano anche il punto esatto del ritrovamento: contrada Bulala, a circa un chilometro dal molo Anic del Petrolchimico. Il grande relitto mercantile d’epoca arcaica è oggi patrimonio della Sicilia, fruibile dal pubblico nel neonato museo, al termine di un interminabile viaggio. Le esplorazioni dei fondali iniziarono subito, con 5 campagne di scavo tra il 1989 e il 1992. Un team di alto profilo condusse le complesse operazioni di recupero del relitto, si concluse con l’emersione della poppa e della porzione di chiglia sopravvissuta. L’imbarcazione misurava 17 x 4,30 metri.

La fine delle missioni e il restauro

Agli studiosi saltò all’occhio una caratteristica costruttiva rarissima: le tavole del fasciame, incastrate secondo il sistema tenone-mortasa, erano rafforzate da cuciture vegetali, pratica illustrata da Omero nell’Iliade, ma mai riscontrata prima. La nave, con la sua forgia e il suo carico, poteva dunque fornire un’enorme quantità di informazioni, utili alla ricostruzione di luoghi, usanze, economie, pratiche quotidiane, tecniche artigianali, dinamiche sociali. L’emozione, alla fine del processo di recupero, fu palpabile. L’eco della notizia ebbe una risonanza internazionale. A ottobre 2008 il relitto era completamente recuperato.

Il Museo dei relitti greci

La nave tornò a casa nel 2014, rimanendo in attesa della musealizzazione: occorreva uno spazio adeguato, per dimensioni, condizioni di sicurezza, fruibilità, climatizzazione. Quel luogo non c’era. Si decise di realizzarlo. Dodici anni dopo il Museo dei relitti ha l’ambizione di diventare polo attrattivo per il turismo culturale. L’edificio si articola in un grande corpo centrale dedicato alla nave, preceduto da una sala d’ingresso ettagonale e altri piccoli corpi giustapposti, destinati ad attività didattiche e uffici. La copertura in legno lamellare restituisce la forma di una carena rovesciata, mentre un ballatoio percorre tutto il perimetro, consentendo una strepitosa visione dall’alto. Una cupola centinata convoglia la luce zenitale nell’atrio, punto di snodo dell’intero complesso. È infine firmata dagli artisti Studio Azzurro una saletta immersiva, con lightbox e proiezioni interattive.

È un museo imponente, con un allestimento suggestivo e ben calibrato, anche se migliorabile sul piano dell’illuminazione. Peccato per l’assenza di un auditorium e di spazi dedicati a mostre temporanee. Il progetto architettonico è interno alla Regione: a curarlo la Soprintendenza di Caltanissetta, capitanata da Daniela Vullo, con l’architetto Ettore Dimauro nel ruolo di direttore dei lavori. Budget interamente messo a disposizione dall’Assessorato regionale dei Beni culturali, con oltre 5 milioni di euro intercettati tramite i POR 2000-2006.

In Sicilia inaugura il Museo dei relitti greci di Gela. La nave scoperta 38 anni fa ha finalmente una casa
Museo dei relitti greci di Gela. Vetrine con reperti archeologici. Ph. Giuseppe Nicoletti – Soprintendenza BB.CC.AA. di Caltanissetta

La rotta, il naufragio, i reperti

Partita forse da Siracusa, prima della fatale tempesta, l’imbarcazione mercantile ha dischiuso una gran numero di reperti: 130 contenitori – principalmente anfore vinarie, ma anche olearie – di produzione chiota (500-475 a.C.), con un solo elemento ritrovato integro; una piccola parte di anfore prodotte nelle colonie, ottime imitazioni degli originali realizzati a Chio; e ancora anfore attiche di area corinzia o provenienti dall’Egeo orientale. Quindi ceramiche attiche, vasi di imitazione ionica e di produzione coloniale, piccole are votive, lucerne, coppe, suppellettili varie. La quantità di simili relitti ritrovati in queste aree ha confermato l’idea di un “Mediterraneo degli empòria”, un’area solcata da navi appartenenti a “dinastie di commercianti”, che tra il VI e il V Secolo, visitando i vari empori cittadini, caricavano e scaricavano continuamente merci. Gela era certamente un emporio floridissimo, attivo tra l’età arcaica e quella classica.

L’altra nave greca e l’oricalco

La nave oggi esposta non è l’unica ritrovata tra gli abissi nei dintorni di Gela. Una seconda imbarcazione, di età più tarda (V Sec. a. C.), fu scoperta nel 1990, a un chilometro dalla prima. Grande 15×5 metri, giaceva a circa 6 metri di profondità, anch’essa coperta da uno strato di grosse pietre, identificato come la zavorra presente a bordo. Nel 1995 venne intrapresa una prima ampia indagine subacquea, ma le operazioni di recupero sono iniziate solo nell’estate del 2024: grazie agli 853.000 euro stanziati dalla Regione, i legni superstiti sono in fase di consolidamento e restauro. Non appena l’iter sarà compiuto, anche questa nave verrà assemblata ed esposta insieme alla prima, nel corpo centrale del museo. La Soprintendenza del Mare individuò in quell’area una serie di reperti, tra cui due elmi corinzi e alcune ceramiche, ma soprattutto un tesoro di 39 lingotti di oricalco (dal greco oréichalkos, “rame della montagna”), metallo simile all’ottone di cui non era mai stata riscontrata la presenza.

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