Tutti i tipi di famiglie in una mostra alla Villa Reale di Monza che racconta cosa significa essere madri, padri e figli 

La famiglia (tradizionale e non) è oggetto di una mostra che indaga fino all’8 novembre alla Villa Reale di Monza le complesse relazioni tra genitori e figli, tra accoglimento, cura, senso della perdita e rifiuto, tra costrutti sociali e spazio intimo e sentimentale


Fardello ingombrante, ricordo gioioso, luogo accogliente, spazio di felicità o incubo da cui fuggire. Una mostra alla Villa Reale di Monza racconta fino all’8 novembre la genitorialità, essere figli, la perdita, la famiglia non tradizionale, l’aborto spontaneo, grazie a un progetto di artisti e curatori quali Elisa Cella, Loredana Galante, Andrea Meregalli, Matteo Suffritti. Qui pubblichiamo l’intervento critico della storica dell’arte e curatrice Simona Bartolena.

Famiglia, madri, padri, figli Andrea-Meregalli, Somatopoiesi, 2026 - Stampa fine art su carta, Hahnemuhle photorag di sintografie realizzate con software generativo, 20x20cm
Andrea-Meregalli, Somatopoiesi, 2026 – Stampa fine art su carta, Hahnemuhle photorag di sintografie realizzate con software generativo, 20x20cm

La mostra sulla famiglia Madri, Padri e Figl*: il racconto di Simona Bartolena

Una delle immagini più sorprendenti che l’antico Egitto ci ha lasciato è un rilievo conservato a Berlino che rappresenta Nefertiti e Akhenaton che giocano con tre delle loro figlie: un’immagine unica, nella quale la famiglia, sebbene circondata da elementi simbolici, pare “ritratta” in un momento di vita quotidiana. Seppur particolarmente affascinante, quella del faraone egizio non è certo l’unica rappresentazione di una famiglia con figli nell’arte antica: nell’arte greca ed ellenistica e, ancora più diffusamente, in quella etrusca e romana non è affatto raro incontrare gruppi famigliari: li troviamo in lapidi funerarie, in stele celebrative, su manufatti ceramici…

Madri, padri e figli, nella storia e nella storia dell’arte

Poi, progressivamente, le immagini di questo tipo diventano sempre meno frequenti, fino quasi a scomparire nel Medioevo. Se si escludono le iconografie della Natività e della Madonna con il Bambino, si deve giungere fino al XV Secolo per incontrare di nuovo immagini di bambini in contesti laici. Ben raramente, però, troviamo sincere descrizioni del mondo dell’infanzia, perlopiù si tratta di immagini che riportano a questioni politiche o simboliche. È solo agli inizi del XVII Secolo che finalmente i bambini trovano il proprio ruolo nell’iconografia artistica e che le immagini famigliari – sia in forma di ritratto di gruppo, sia in quella di scena di genere – tornano protagoniste, soprattutto in area nordica. Si pensi, ad esempio, ai vari autoritratti degli artisti con la propria famiglia (come quelli di Jacob Jordaens o di Rubens) o ai ritratti famigliari di Rembrandt e di Van Dyck, ma anche alle scene di vita quotidiana di area olandese o fiamminga, spesso portatrici di messaggi e moniti moraleggianti.

Il concetto di famiglia

Cambia il rapporto con il concetto stesso di famiglia, di qualsiasi ceto esso sia (dalla caotica e rumorosa famiglia felice di Jan Steen, al pacato Concerto famigliare di Pietro Longhi). Che essa assuma valore allegorico o abbia intenti celebrativi, che abbia un taglio narrativo o la compostezza di un ritratto in posa, l’immagine famigliare assume sempre un importante valore testimoniale, capace di raccontare un’epoca come pochi altri soggetti iconografici sanno fare. Guardando le scene di vita quotidiana ambientate in famiglia, comprendiamo a pieno la vita del tempo: i riti sociali, l’educazione, gli stili di vita, il rapporto tra genitori e figli, ma anche tra marito e moglie, fratelli e sorelle. Immagini sempre più sincere, vive, tangibili, man mano che ci si avvicina al Novecento, con un picco straordinario di interesse per il tema nella seconda metà del XIX Secolo. Basterebbe forse l’esempio, splendido, della Famiglia Bellelli di Degas, con le pose delle due ragazzine che raccontano le loro differenti personalità e la naturalezza del padre di famiglia, ritratto di spalle, che si volta verso di loro, in una composizione di sconcertante originalità.

La famiglia come costrutto sociale

Ma sono famiglie anche quella di contadini di Millet, quella tragicamente stipata nel Vagone di terza classe di Daumier, quella dei Mangiatori di patate di Van Gogh e, agli antipodi, quelle elegantissime ritratte da John Singer Sargent e da Giovanni Boldini. Desolante ed enigmatica è la Famiglia di acrobati di Picasso, tragica ed espressiva quella ritratta nel 1918 da Schiele, simbolica ed evocativa quella del povero Pulcinella di Gino Severini, immobile e distante quella del Battesimo di Antonio Donghi. E così via, di famiglia in famiglia, di racconto in racconto… In un composito panorama di immagini che, al di là del loro valore artistico, offrono uno spaccato sociale e culturale dal significato straordinario perché nei rapporti famigliari e nel modo con cui vengono (o non vengono) considerati si colgono molti degli aspetti caratterizzanti un’epoca. Realmente o solo apparentemente felice, serena o tormentata, limpida o tragica, amorevole o dolorosa, la vita famigliare è da sempre uno specchio potente, capace di rivelare meccanismi, propensioni, tendenze, vizi e virtù che riflettono contesti ben più complessi e ampi, a tratti universali. Osservare se, quanto, come e perché gli artisti abbiano voluto (o dovuto) ritrarre questo microcosmo è un esercizio che supera ampiamente i confini della storia dell’arte e si avventura in ambiti culturali, antropologici, sociali, psicologici, storici, religiosi.

La mostra Madri Padri Figl* alla Villa Reale di Monza

La mostra organizzata dall’Associazione And affronta, dunque, un tema assai complicato, profondo e ricco di spunti di riflessione, oltre che ad altissimo rischio di pretestuosa speculazione e pericolosi fraintendimenti. La scelta degli artisti garantisce già di per sé un elemento prezioso e necessario: la varietà di punti di vista. Differenti, infatti, sono le focali da cui il tema è indagato, grazie alla presenza di personalità diverse, tutte ben definite e sicure del proprio pensiero.

Elisa Cella – che del progetto è stata l’ideatrice insieme a Matteo Suffritti, Andrea Meregalli e Loredana Galante – ha espresso con chiarezza il proprio pensiero nel suo testo introduttivo alla mostra, ma lo ha fatto anche attraverso i lavori da lei presentati, che affrontano il tema da tre punti di vista differenti. Il primo, più consueto per la ricerca dell’artista, racconta il mistero della vita visto dalla lente di un microscopio: la fecondazione, la duplicazione cellulare, i fenomeni genetici guardati con l’occhio della scienza, tra celebrazione del progresso e interrogazione sui possibili risvolti etici e morali di queste conquiste. Il secondo, invece, è un lavoro più intimo, che affronta un tema molto delicato, spesso drammaticamente sottovalutato: l’aborto spontaneo, un evento ben più diffuso di quanto non si creda e profondamente doloroso per chi lo vive. Il terzo intervento, infine, si muove in territori inconsueti per Elisa Cella: in un video l’artista dà voce a una serie di rielaborazioni di racconti significativi che ha raccolto in più di vent’anni da madri, padri e figli: uno spaccato di vita reale, che riflette la molteplicità di esperienze possibili su un tema tanto vasto.

Le opere nella mostra Madri Padri Figl*

Il concetto di generazione e la complessità del legame che si instaura tra genitori e figli fin dalla nascita sono elementi centrali nelle possibili riflessioni sul tema, spesso condotte dagli artisti in mostra sul filo del ricordo personale.
Le memorie proiettate sul corpo dei propri figli da Tiziana Cera Rosco, ad esempio: una video installazione che collega con fili sottili e intricati le diverse generazioni della propria famiglia, in un’opera che supera lo spazio-tempo, intrecciando momenti e situazioni molto distanti, eppure vicinissime e strettamente tra loro collegate. Ma allo stesso modo scendono a toccare le proprie radici anche gli strofinacci e i tessuti ricamati da Loredana Galante, che compongono un’opera che lei stessa definisce costruita con i propri ricordi: “lo scheletro che mi tiene in piedi, la festa del nostro stare insieme, il mio castello, la nostra normalità, che assomiglia a quella di tutti, difesa onorata e conservata come straordinaria”. Galante traduce su un piano molto personale il tema anche con la presenza di animali nei suoi lavori, a ricordarci che l’idea di famiglia è ben più estesa del tradizionale nucleo madre-padre-figli: per lei, infatti, gli animali sono “figli a quattro zampe”, parte integrante e importante del suo mondo famigliare e del suo vivere quotidiano.

La famiglia tradizionale e non tradizionale

Ed è fuori di dubbio: in ognuna delle opere esposte l’esperienza individuale si fa subito pubblica, aprendosi a una lettura ben più universale: i fatti privati, i ricordi di ciascuno, le gioie e i drammi diventano emblematici di questioni comuni, entrano nel mondo della memoria collettiva. Persino il dramma della perdita di un figlio riesce con l’arte a superare la soglia del dolore terreno per farsi poesia. Lo testimonia con evidenza l’opera – e le intensissime parole che l’accompagnano – di Omar Galliani e di suo figlio Massimiliano, scomparso nel 2020 a trentasette anni. Il video girato da Massimiliano che ritrae Omar mentre dipinge, è un vero teorema sullo scorrere inesorabile del tempo, un cortocircuito emotivo ed emozionale, che apre riflessioni profonde sulle aspettative del futuro, sul destino, sul senso della vita. Affronta la morte, ma nella più accettabile forma della perdita dei genitori, anche l’opera di Francesco Lauretta, che ritrae il padre nella bara, realizzando un’immagine che innesca molteplici pensieri personali e universali, riallacciando e spezzando fili, sciogliendo alcuni nodi e stringendone altri. Come La gonna del padre di Anna Nutini, anche lei impegnata in un racconto privato che finisce con aprirsi alla dimensione collettiva. Partendo dalla figura del padre sarto, l’artista ragiona sui ruoli genitoriali, sulla “collisione”, come scrive lei stessa, “di vecchi e nuovi costrutti all’interno di un processo di equilibri famigliari ormai scardinati”.

Figli e genitori in mostra

Ruoli sociali e consuetudini che vengono indagati – e messi in dubbio – anche nell’opera di Julia Krahn, che vede la madre dell’artista ritratta in vecchie fotografie mentre gioca con degli animali-burattino. A sorprendere non è l’immagine in sé ma l’espressione della bimba: seria, scettica, pensosa… Le ragioni di questo stato d’animo sono nel racconto che sottende alle fotografie: gli scatti sono stati realizzati dal fratello della bimba, in un gioco di potere in cui il fratello maggiore induce la sorella minore a giocare con i pupazzetti ed a farsi fotografare. C’è quindi una riflessione sottile, ma forte e dolorosa, sui rapporti coercitivi che talvolta si stabiliscono proprio tra le mura di casa.

Parlando di famiglia ci si può dunque interrogare anche in modo critico. Nessuna delle opere in mostra semplifica il tema né lo racconta in modo superficiale, spesso anzi la riflessione emerge da un’indagine complessa che tiene in considerazione le luci e le ombre dei propri legami. In alcune opere, però – come quella appena citata della Krahn – il punto di vista critico emerge con maggior evidenza, diventando protagonista. Come succede anche nell’installazione, di disarmante e tagliente semplicità, di Matteo Suffritti. Un telefono: l’invito a sollevare il ricevitore e a mettersi in contatto. Una “voce umana”, per dirla con Cocteau, che lancia, attraverso il filtro di un dispositivo, dolorose riflessioni sui rapporti affettivi, sulla capacità di dialogo, sull’ascolto, sulla possibilità della relazione. Una relazione che si fa possesso, legame fisico, dipendenza, costrizione nelle inquietanti immagini generate dalla visionaria creatività di Andrea Meregalli, che attraverso l’AI trasforma foto reali, disegnando mondi che ci riguardano ben da vicino, nonostante la loro apparenza surreale.

La famiglia nella storia e a tutte le latitudini

E infine due casi che richiedono uno spostamento del piano d’indagine, pur restando perfettamente pertinenti al tema dell’esposizione. Uno è quello di un artista storico – Trento Longaretti – che ha avuto come soggetto d’elezione proprio l’iconografia della famiglia fin dagli anni Trenta del Novecento. Dai drammatici sguardi sulle vicende del popolo albanese piegato dalla guerra (nel 1943), fino alle famiglie di esuli che diventano motivo iconografico ricorrente in molte sue opere successive, passando dalle innumerevoli Maternità da lui dipinte fino alla fine della sua (lunga) esistenza. Poche immagini riescono a restituire l’idea di sacralità dell’unione famigliare, un’unione intesa come appartenenza, rifugio, protezione, quanto i suoi poetici gruppi di esuli, nomadi, musicanti. La spiritualità della visione di Longaretti incontra in mostra un’altra spiritualità, altrettanto intensa e profonda, seppure assai distante geograficamente: quella di Azael Langa, giovane artista sudafricano, la cui opera si concentra sulla complessità del tessuto sociale del proprio paese di appartenenza e, al contempo, sull’importanza delle radici e delle proprie origini in un contesto che ha conosciuto (e in un certo senso ancora conosce) il dramma del razzismo e della discriminazione. Azael racconta il Sudafrica, in particolare la sua Johannesburg, in tutta la sua contradditorietà ed eterogeneità: tra bimbi che giocano in strada e giovani che vogliono fare carriera, tra le ferite del passato e le incertezze del futuro. La sua iconica casetta blu, simbolo delle proprie origini, riassume in sé tutte la profondità e la complessità di un tema universale come quello di questa mostra. Dipinti, fotografie, video, installazioni… Nella loro diversità tecnica, linguistica e stilistica, tutte le opere esposte contribuiscono alla costruzione di un mosaico complesso e frazionato, di un racconto ora gioioso ora tragico, ora luminoso e rassicurante ora spaventoso e preoccupante. Una questione che, che si voglia o meno, ci riguarda tutti, quantomeno come figli. Che sia un fardello ingombrante, un ricordo gioioso, un luogo accogliente, uno spazio di felicità o un incubo da cui fuggire, ognuno di noi ha la sua casetta blu.

Simona Bartolena

Monza//fino all’8 novembre
Madri Padri Figl*
Artisti: Elisa Cella, Tiziana Cera Rosco, Loredana Galante, Massimiliano ed Omar Galliani, Julia Krahn, Azael Langa, Francesco Lauretta, Trento Longaretti, Andrea Meregalli, Anna Nutini, Matteo Suffritti
VILLA REALE – Viale Brianza, 1
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