Intervista all’artista Hank Willis Thomas che dialoga con Man Ray in due mostre tra Roma e San Gimignano
Definisce le sue opere di arte pubblica “monumenti dello spirito più che all’individuo”, l’artista statunitense alla sua prima personale italiana, una mostra che, tra Roma e San Gimignano, nelle sedi di Galleria Continua, fino al 30 dicembre 2026 e al 30 gennaio 2027, lo pone in dialogo con il grande maestro del Novecento
Solitary di Man Ray, 1972: due mani aperte verso l’alto; Community di Hank Willis Thomas, 2026: un intreccio circolare di braccia e mani che si stringono. E poi il segno di vittoria, Solidarity (marmo Estremoz) e il pugno alzato, Duality (marmo pelle de tigre), davanti alla serie in marmo I AM HUMAN, I AM AM I, I AM MANY, I AM AMEN in marmo Estremoz e Marquina. Parole che sembrano arrivare dritte dalle piazze e dalle marce per i diritti degli Anni Sessanta e Settanta, quando dire “sono un uomo” significava rivendicare il diritto elementare a essere riconosciuto come tale. Mezzo secolo dopo, quelle parole mantengono la loro urgenza e, davanti alle opere di Hank Willis Thomas (Plainfield, NJ, 1976), sembrano porre una domanda più inquieta: quanto può dirsi davvero acquisita una libertà, se deve continuamente essere riaffermata?

La mostra di Hank Willis Thomas in dialogo con Man Ray alla galleria Continua di Roma
È da qui che comincia Tomorrow I Shall Contradict Myself, il progetto con cui Galleria Continua presenta per la prima volta Hank Willis Thomas nelle sedi di Roma e San Gimignano, costruendo un dialogo con Man Ray che non è soltanto formale. Un incontro, quello con Man Ray, che risale a quando Hank Willis Thomas era studente alla Tisch School of the Arts.
Hank Willis Thomas, artista statunitense che vive e lavora a Brooklyn, attraversa fotografia, scultura, installazione e arte pubblica, lavorando sui rapporti tra immagine, identità, memoria e potere. La dimensione collaborativa è centrale nella sua arte: tra i suoi progetti più noti Question Bridge: Black Males, In Search of the Truth (The Truth Booth), The Writing on the Wall e The Gun Violence Memorial Project. È inoltre cofondatore di For Freedoms, piattaforma artistica dedicata alla partecipazione civica. Nel 2022 ha ricevuto la Medal of Arts dell’Art in Embassies del Dipartimento di Stato americano.
A Roma il suo lavoro entra in dialogo con quello di Man Ray, pseudonimo di Emmanuel Radnitzky, nato a Philadelphia nel 1890 e morto a Parigi nel 1976, figura centrale del Dadaismo americano e poi del Surrealismo, legato ad Alfred Stieglitz e Marcel Duchamp e tra i protagonisti della Société Anonyme.
Intervista a Hank Willis Thomas
Quando era studente Man Ray era un punto di riferimento, oggi le vostre opere sono esposte una accanto all’altra. Cosa è cambiato nel suo modo di guardarlo?
Ho un rispetto enorme per lui. È morto cinquant’anni fa e solo quest’anno ho visto il suo lavoro ad Arles, a Venezia, qui, a Philadelphia. È straordinario pensare che un artista del Novecento, sperimentale e curioso, possa essere ancora così rilevante. Questo mi porta a sperare che se riuscissi a vivere fino a novantun anni, qualcuno nel XXII Secolo potrebbe ancora guardare la mia arte; magari, vedrebbe il mio lavoro esposto accanto a quello di Man Ray.
Man Ray rivendicava la contraddizione come una forma di libertà individuale. Nel suo lavoro, invece, la contraddizione attraversa la storia, il potere e l’immaginario pubblico. Cosa cambia quando la contraddizione diventa politica?
Credo che la politica sia intrisa di contraddizioni. Anche le questioni di cui parliamo continuamente, libertà, uguaglianza, giustizia, non hanno una definizione univoca. Ciò che è giusto per alcuni non lo è necessariamente per altri, quindi la contraddizione è già lì. Eppure vogliamo essere liberi. Negli Stati Uniti ci definiamo the land of the free, il Paese dei liberi, ma incarceriamo più persone di chiunque altro al mondo. C’è sempre un altro lato in ogni posizione o affermazione politica.
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Come ha scelto le immagini e i materiali d’archivio da mettere in dialogo con Man Ray? Cercava affinità o punti di attrito?
Entrambe le cose: affinità e attrito. Erano questi i criteri che seguivo: qualcosa che fosse destabilizzante, ma anche, in qualche modo, illuminante.
Molti dei suoi progetti nascono da un lavoro collettivo, eppure alla fine l’opera porta il nome. Dove finisce la collaborazione e comincia l’autorialità?
Penso che la vita sia una collaborazione. Anche noi, mentre parliamo, stiamo collaborando. Stiamo costruendo insieme questo momento e chiunque leggerà queste parole contribuirà a renderlo reale. Per me, nell’arte, la proprietà non risiede nell’oggetto, ma nel racconto. E nel mio lavoro parlo apertamente di collaborazione. È per questo che dico: I am many. Non mi considero un individuo isolato: mi vedo come una piccola parte di un organismo molto più grande. Siamo tutti parte gli uni degli altri. Più che una proprietà penso che esista una custodia temporanea.
A Montgomery ha trasformato il numero di schedatura di Rosa Parks, 7053, in un monumento pubblico. Un numero usato originariamente per identificare una persona arrestata diventa un simbolo della sua resistenza. Quando sottrae un’immagine o un segno al sistema che lo ha prodotto, sta riscrivendo la storia o rivelando qualcosa che quella storia conteneva già?
Non mi considero uno storico. Penso però che gran parte di ciò che sappiamo delle civiltà antiche ci arrivi attraverso l’arte che hanno lasciato. Ho appena visitato a Palazzo Strozzi di Firenze la mostra Broken, composta da frammenti di opere d’arte e sculture sopravvissuti per secoli, persino per millenni. Quindi, nella misura in cui anch’io sto facendo storia, immagino che forse, tra mille anni, qualcuno potrà guardare un frammento di una mia scultura e imparare qualcosa della nostra società.
Nel 2019 ha detto a The Art Newspaper: “I think public art is propaganda”. Rifletteva sul fatto che tanti monumenti tradizionali abbiano celebrato uomini bianchi, guerra e autorità. Se cambia il soggetto ma rimane la stessa forma monumentale, cambia davvero il messaggio oppure resta la stessa grammatica del potere?
Non credo di aver detto uomini bianchi. Ho detto uomini. Nell’antico Egitto, per esempio, non erano uomini bianchi. Ma credo che il problema resti. Con le mie sculture, soprattutto quelle pubbliche, cerco di creare dei monumenti allo spirito invece che all’individuo. Anche per questo uso spesso gesti e mani. Non tutti hanno le mani, ma tutti sanno cosa significa essere tenuti.
Utilizzare un elemento universale può creare una connessione o raccontare una storia nello spazio pubblico, mentre altri dal carattere più elitario possono essere compresi solo da una ristretta cerchia di persone, come andare a cavallo o portare delle armi. Che poi abbiamo moltissimi monumenti alla guerra, ma non abbastanza monumenti alla pace o all’amore. E credo che la nostra società rifletta proprio questo. Perciò penso che abbiamo bisogno di più propaganda per l’amore, la pace e la comunità.
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Per i Mondiali 2026 ha contribuito al poster ufficiale che celebrava l’unità globale. Eppure alcuni tifosi e membri degli staff hanno incontrato restrizioni o problemi di visto, mentre continuava la stretta sull’immigrazione dell’ICE negli Stati Uniti. Cosa significa “unità” quando l’accesso non è uguale per tutti?
È la contraddizione della politica, ma non solo, è difficile per tutti essere all’altezza delle proprie aspirazioni. Anche a livello personale, mi sveglio e dico: “Questo è ciò che voglio realizzare oggi, questa è la persona che credo di essere”, e di solito fallisco. Ma questo non mi impedisce di continuare, ogni giorno, a tendere verso quell’obiettivo, verso quell’ambizione. E se riesco a fare bene il 15 o il 20 per cento delle volte, può bastare. Credo che, se ci concentriamo soltanto sui nostri fallimenti, finiamo per perdere di vista le opportunità. Nel baseball, per esempio, se colpisci la palla una volta su quattro sei già molto bravo. Nel basket, se segni il 50 per cento dei tiri, è un risultato eccellente. Quindi, se riuscissimo ad avere unità anche solo per il 50 per cento del tempo, direi che ce la staremmo cavando piuttosto bene. Ma non credo che siamo neppure vicini a quel punto.
In un museo, le persone hanno già scelto l’arte. Nello spazio pubblico questo accordo non esiste. Cosa cambia nel suo lavoro quando non può dare per scontata l’attenzione dello spettatore?
Nei musei, ma anche nelle gallerie, le persone arrivano per essere messe alla prova, per farsi delle domande. Io credo che tutta la grande arte ponga delle domande. E quindi, anche nell’arte pubblica, cerco di fare lo stesso: creare qualcosa che inviti le persone a entrare in relazione con l’opera, a giocare, a mettersi alla prova, a riflettere sull’oggetto e sullo spazio in cui si trova. Trovo che sia molto responsabilizzante creare qualcosa che, per essere rimosso, richiede un avvocato. Ebbene, l’arte pubblica lo richiede, tanto per essere installata, quanto per essere smantellata. E poi c’è il tempo. In una mostra in galleria sei fortunato se un’opera resta esposta per qualche mese. L’arte pubblica ha una durata molto più lunga e può cambiare significato nel corso del tempo. E qui a Roma, naturalmente, ci sono cose che esistono da moltissimo tempo.
Alessia de Antoniis
Roma e San Gimignano // Fino al 30 dicembre 2026 e al 30 gennaio 2027
Hank Willis Thomas & Man Ray. Tomorrow I Shall Contradict Myself
GALLERIA CONTINUA, The St. Regis Rome, via Vittorio Emanuele Orlando 3, Roma
GALLERIA CONTINUA, Via del Castello 11, San Gimignano (SI)
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