Miracolo a Milano. Un convegno celebra Alik Cavaliere (e gli artisti che inventarono la città) nel centenario dalla nascita
Da Duchamp a Fontana, da Dario Fo a Ugo Mulas, una geografia di atelier, fonderie, gallerie e amicizie racconta la Milano più irrequieta del Novecento. Al centro, una figura difficilmente classificabile: Alik Cavaliere, al quale è dedicato un nuovo convegno il 15 ottobre a Brera (e una mostra in dialogo con Vincenzo Ferrari alla Fondazione Milano)
C’è stata una Milano in cui Marcel Duchamp giocava a scacchi nella galleria di Arturo Schwarz, Lucio Fontana incoraggiava i giovani artisti, Ugo Mulas entrava negli studi con la macchina fotografica e Dario Fo provava i suoi primi monologhi nelle case di ringhiera. Una Milano in cui si discuteva di pittura, filosofia e rivoluzione davanti a un piatto di minestra, le porte degli atelier rimanevano aperte e nessuno sembrava preoccuparsi troppo di distinguere un artista da un poeta, uno scenografo da un intellettuale.

Cento anni dalla nascita di Alik Cavaliere
In quella città che usciva dalla guerra con la convinzione di poter reinventare tutto, Alik Cavaliere (Roma, 1926 – Milano, 1998) era una presenza singolare. Scultore, professore a Brera, lettore insaziabile, appassionato di filosofia e letteratura, frequentava gli ambienti più sperimentali senza appartenere davvero a nessuno. Conosceva tutti, o quasi. E soprattutto possedeva un talento raro: far dialogare persone e idee che spesso non avevano alcuna intenzione di incontrarsi.
A ricostruire quella stagione, attraverso la figura di Cavaliere e le sue straordinarie frequentazioni, è il convegno Cento anni di Alik, che si terrà il 15 ottobre presso l’Accademia di Brera: un’occasione per tornare a una Milano nella quale l’arte non era ancora un sistema di compartimenti separati, ma una conversazione continua tra linguaggi, generazioni e visioni del mondo.
La Milano del dopoguerra era un laboratorio a cielo aperto, che sarebbe durato almeno fino alla morte di Lucio Fontana (1968) e alla strage di Piazza Fontana (1969). C’erano gli spazialisti, i nucleari, gli artisti programmati, i protagonisti dell’astrazione e quelli che cercavano di superarla. C’erano Piero Manzoni ed Enrico Castellani con Azimut, Enrico Baj con le sue provocazioni, Bruno Munari con le sue invenzioni, il Gruppo T con gli esperimenti di arte cinetica. E c’erano galleristi capaci di assumersi rischi che oggi sembrerebbero impensabili: Carlo Cardazzo al Naviglio, Guido Le Noci all’Apollinaire, Arturo Schwarz nel suo spazio di via del Gesù.
La formazione di Alik Cavaliere
In questo contesto Cavaliere occupava una posizione tutta sua. Aveva studiato con Marino Marini, al quale sarebbe succeduto sulla cattedra di Scultura all’Accademia di Brera, ma non era interessato a custodire un’idea tradizionale della disciplina. Amava la materia, certo, ma anche il racconto, la metamorfosi, il paradosso. Nelle sue opere potevano comparire mele, alberi, foglie, figure umane, gabbie, oggetti quotidiani e citazioni letterarie. Un universo in cui la natura sembrava continuamente trasformarsi in teatro e la scultura diventava il luogo di una narrazione imprevedibile.
La sua formazione, del resto, aveva qualcosa di romanzesco. Figlio di un chimico che fu anche deputato, poeta e appassionato giocatore, e di una scultrice ebrea sopravvissuta alle persecuzioni naziste, Cavaliere aveva ereditato una cultura cosmopolita e una particolare familiarità con le contraddizioni della storia. Forse anche da qui nasceva quella sua ironia capace di disinnescare i dogmatismi, in un’epoca nella quale le discussioni tra realisti e astrattisti potevano diventare ferocissime.

L’amicizia tra Alik Cavaliere e Bobo Piccoli
Tra gli episodi meno conosciuti della sua biografia ce n’è uno che sembra uscito da un film. Anzi, da un film è uscito davvero. Alla fine degli Anni Quaranta Cavaliere condivideva uno studio con Bobo Piccoli nel Bottonuto, il vecchio quartiere popolare alle spalle del Duomo, poi demolito per fare posto a Via Larga. I due lavorarono come aiuto scenografi a Miracolo a Milano di Vittorio De Sica, contribuendo alla realizzazione degli effetti speciali che permisero, tra le altre cose, di far volare le celebri scope. Non è difficile riconoscere in quell’esperienza qualcosa della sua futura scultura: la capacità di trasformare oggetti comuni in apparizioni fantastiche, di sospendere le regole della realtà senza rinunciare alla sua consistenza materiale. Tutto questo richiese una maestria tecnica che Cavaliere apprese dai suoi maestri, Marino Marini tra tutti, ma anche dai suoi colleghi incontrati alla Fonderia Battaglia di via Stilicone: tra questi Giacomo Manzù, Lucio Fontana, Arnaldo e Giò Pomodoro.
Tra le frequentazioni che contribuirono a definire la rete di relazioni di Cavaliere fu importantissimo Ugo Mulas, il fotografo che, a Milano così come a New York, si dedicò a ritrarre gli artisti nei loro studi come se si trattasse di una forma di critica d’arte senza parole, eppure potentissima. Mulas conosceva tutti, ma solamente a qualcuno dedicò libri interi: tra questi, Alik Cavaliere.
L’incontro con Arturo Schwarz e Duchamp
Qualche anno dopo, un altro incontro avrebbe lasciato un segno profondo. Nella galleria di Arturo Schwarz, punto di riferimento milanese per il surrealismo e il dadaismo, Cavaliere frequentava Marcel Duchamp. Si racconta dei loro silenzi davanti alla scacchiera, ma soprattutto di una consonanza intellettuale destinata a incidere sulla sua ricerca. Duchamp aveva dimostrato che un oggetto poteva diventare arte attraverso uno spostamento di significato e che lo spazio di una mostra poteva trasformarsi esso stesso in opera. Cavaliere avrebbe fatto propria sia l’idea del ready made, che rivisitò fondendo in bronzo oggetti comuni e soprattutto vegetali da lui raccolti, sia la pratica che Duchamp mostrò inquanto allestitore di mostre, creando spazi sorprendenti, mutevoli, adattati agli ambienti architettonici e capaci di influenzare il comportamento dei visitatori: troviamo questa elasticità in molte opere del Cavaliere maturo, che raramente montava due volte una sua installazione nel medesimo modo e che, appunto, era passato dall’idea di scultura a quella di ambiente.

Lo studio di Cavaliere a Milano
Questo era, in fondo, lo stesso studio di Cavaliere in via Bocconi, quello che amò di più, popolato di sculture incompiute, bozzoli destinati alla fusione, piante da frutto e persino anatre malandate. Un luogo che doveva assomigliare più a un organismo vivente che a un atelier ordinato. E che per anni accolse artisti, critici, scrittori e amici, diventando uno dei tanti indirizzi di quella mappa informale della cultura milanese.
In quella Milano circolava anche Umberto Eco, che nel 1962 avrebbe pubblicato Opera aperta, uno dei testi decisivi per comprendere le trasformazioni dell’estetica contemporanea. L’idea che un’opera non possieda un significato definitivo, ma si completi attraverso le interpretazioni e l’esperienza di chi la incontra, sembra trovare un’eco naturale nelle ricerche di Cavaliere; i due effettivamente si conoscevano bene e condivisero più di una vacanza.
Quando, nel 1972, la Biennale di Venezia gli dedicò una sala per i suoi Processi, Cavaliere aveva già mescolato questi ingredienti umani, tecnici e filosofici, creando un lessico personale che includeva appunto l’idea di spazio e tempo flessibili, di ready made, di apertura dell’opera all’imprevisto e alla molteplicità delle interpretazioni, sempre tenendo sullo sfondo una formazione umanistica (aveva frequentato la facoltà di Lettere mentre seguiva l’Accademia) che gli consentì di tradurre in modo sofisticato momenti alti della nostra letteratura, da Lucrezio ad Ariosto fino, nelle ultime opere, alle recenti ipotesi filosofiche sulla natura, la logica e il sapere.
L’attualità dell’opera di Alik Cavaliere
Il linguaggio di Cavaliere è infatti rimasto vivo, ancorché volutamente isolato, anche negli anni successivi, mantenendo i rapporti con artisti, poeti e intellettuali ma sottraendosi progressivamente alle logiche di appartenenza e alle convenzioni del mercato. Forse è proprio questa la ragione per cui tornare oggi a parlare di lui è interessante. Non soltanto per riscoprire un protagonista della scultura italiana del Novecento, ma per ritrovare, attraverso la sua biografia, un modo diverso di pensare la produzione culturale. Il convegno dedicato ad Alik Cavaliere invita a rileggere questa storia e, insieme, quella di una città che ha fatto dell’incrocio tra discipline una delle sue più grandi energie creative. Prima che i linguaggi si separassero, prima che gli artisti diventassero marchi e le gallerie sistemi internazionali, Milano era anche questo: una straordinaria comunità di persone che, tra discussioni, amicizie, rivalità e intuizioni, provavano a immaginare qualcosa che ancora non esisteva.
Angela Vettese
Milano // 15 ottobre 2026, dalle ore 9:00
Alik Cavaliere e la Milano che inventò il contemporaneo
ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI BRERA, SALA NAPOLEONICA – Via Brera, 28
Scopri di più
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati