La mostra dedicata a Plinio Nomellini a Genova. Era il campione del divisionismo
Nato a Livorno nel 1866, Nomellini studia pittura a Firenze con Fattori e debutta nel segno nel naturalismo macchiaiolo. Sarà uno dei protagonisti del divisionismo italiano. Una mostra a Palazzo Nicolosio Lomellino a Genova lo celebra
Tre carabinieri in alta uniforme sorvegliano un gruppo di antagonisti assiepati dietro la sbarra. Sono trentacinque. Accusati di sovversione. Sospetti bombaroli. Siamo in un’aula del tribunale di Genova, il primo giugno del 1894, giornata clou del “processo agli anarchici”. L’autore del disegno, datato e firmato, è (Telemaco) “Signorini”, uno dei pittori più famosi del tempo, toscano di area macchiaiola. È arrivato da Firenze per testimoniare a favore di uno degli imputati, un giovane artista lui pure toscano, di cui è amico e mentore: Plinio Nomellini.
Chi è Plinio Nomellini
Il maestro ha 58 anni, l’allievo 27. “Noi siam vecchi e ci ritiriamo”, dice Signorini ai giudici – Faccia il Tribunale che i giovani che ci devono succedere nella via dell’arte non siano strozzati dalle sbarre della prigione”. Nomellini verrà assolto. Ma i cinque mesi di carcerazione preventiva – “in un lurido camerone, accompagnati dai più schifosi insetti”, denuncia un giornale socialista – lasceranno il segno. Turbato da questa esperienza, documentata in un paio di sofferte incisioni (Carceri di Sant’Andrea, Prigione di Sant’Andrea), d’ora in poi sarà un pittore più prudente: meno politico, più poetico. Ma sempre al centro della scena. In una Genova di fine Ottocento teatro di fermenti economici, culturali e politici. E laboratorio di sperimentazioni artistiche, tra divisionismo e simbolismo.
La mostra dedicata a Nomellini a Genova
Il suo lungo, fecondo soggiorno genovese – formidabili quegli anni, dal 1890 al 1902 – rivive nella mostra “Ottocento al tramonto. Plinio Nomellini a Genova”, curata da Agnese Marengo e Maurizio Romanengo (affiancati da un folto comitato scientifico), nell’ambito del progetto “Ottocento svelato”, a Palazzo Nicolosio Lomellino, cinquecentesca dimora patrizia in via Garibaldi (l’antica Strada Nuova) che apparteneva al sistema dei Rolli, i registri dei palazzi privati più lussuosi della città – lodati da Rubens, consacrati dall’Unesco – presso i quali la Repubblica alloggiava gli ospiti più illustri in visita di Stato: ambasciatori, principi, cardinali.
Allestita al piano nobile (occhio al soffitto affrescato da Bernardo Strozzi), la mostra allinea non più di una cinquantina di opere, di Nomellini e di suoi contemporanei (Fattori, Pellizza, Signorini tra gli altri), in gran parte prestate da collezioni private. Budget limitato, difficoltà tecniche (certi quadri troppo grandi per essere spostati) e mancate cortesie istituzionali hanno impedito di convocare alcuni importanti pezzi da museo. Tuttavia, sebbene incompleta, la mostra è dotata di sicuro fascino. Le opere sono interessanti, alcune molto belle. E la storia c’è tutta, sostenuta da un’accurata ricerca d’archivio.

Chi era Plinio Nomellini
Nato a Livorno nel 1866, Nomellini studia pittura a Firenze con Fattori e debutta nel segno nel naturalismo macchiaiolo. Ricco di talento, ma povero di committenti, poco più che ventenne parte per Genova. L’occasione è una esposizione della Società Promotrice di Belle Arti, che potrebbe favorire contatti con collezionisti. Dovrebbe fermarsi pochi giorni, resterà più di un decennio. Lo attrae il paesaggio ligure: la luce, il mare. Lo conquista il dinamismo di una città in prepotente trasformazione: le grandi fabbriche, i cantieri navali, il proletariato, il porto, l’espansione urbana con le nuove eleganti strade che salgono verso le colline. E l’effervescenza politica. Proprio a Genova, nel 1892, nasce il Partito dei lavoratori italiani, anteprima del Partito socialista. Nello stesso anno l’Esposizione italo-americana, organizzata nel quarto centenario Colombiano, attrae visitatori da tutto il mondo. E nel 1893 uno dei numerosi inglesi che vivono e lavorano sotto la Lanterna, James Spensley, fonda la prima squadra di calcio italiana, il Genoa Cricket and Football Club. Curiosità: Spensley, medico dei marinai britannici, calciatore in proprio (gioca in porta) e collezionista d’arte, buon amico di Nomellini, sarà il primo proprietario del bel quadro scelto come simbolo della mostra, dal titolo pasoliniano e dal sapore simbolista: Le lucciole, riprodotto sui manifesti e sulla copertina del catalogo (Sagep Editori: i testi sono generosi di notizie, la stampa delle immagini poteva essere migliore).
Le vicende genovesi di Nomellini
Nomellini frequenta i corsi dell’Accademia Ligustica e prende casa in Albaro, un borgo di collina nel levante della città. Location bucolica, a pochi passi dal mare, soggetto di un bel quadro. Qui, Al fresco (sotto il pergolato), si riunisce un vivace cenacolo di artisti. Respirano la brezza divisionista che soffia dalla Francia. Nomellini sperimenta la nuova tecnica. Ne discute con gli amici. “Ho dovuto convenire con lui – scrive Pellizza – che il colore applicato sulla tela puro poteva dare maggiore luminosità che se mescolato”.
La mostra inizia con la pittura di paesaggio. Una Chiesa di Sturla circondata da un prato fiorito, una spettacolare mareggiata, quasi profezia di astrazione materica, tre donne in abito scuro che passeggiano lungo una creuza (le creuze sono le mulattiere urbane solcate da alti muri con “in cima cocci aguzzi di bottiglia”, citate da Montale e cantate da De André). Un Ricordo di Genova (una spiaggia) condivide la tavolozza bianco azzurra con un Ricordo di Milano, affidato a un Duomo, immerso in un’atmosfera rarefatta, che evoca il Monet delle cattedrali di Rouen. Il quadro è datato 1891, quando Nomellini partecipa alla prima Triennale di Brera, vetrina del nascente divisionismo italiano.
Nomellini e i pittori divisionisti
Al gusto per il paesaggio l’artista affianca la passione per la pittura sociale. Sono gli anni in cui Pellizza lavora agli Ambasciatori della fame, primo nucleo di quello che dopo un decennio di ripensamenti e rifacimenti sarà Il quarto stato, l’epica marcia dei contadini di Volpedo che diverrà simbolo delle lotte di tutti i lavoratori. Meno eroici, più sofferenti, altrettanto commoventi sono gli operai agricoli colti la sera al rientro dai campi, il passo stanco, in spalla le falci e i rastrelli, ritratti da Nomellini in La giornata è finita. Nella Diana del lavoro un sorvegliante in primo piano tiene d’occhio una folla indistinta che in un’alba cupa preme ai portoni dei cantieri navali alla foce del torrente Bisagno (la zona dove oggi c’è la Fiera). Aspettano la sirena (la diana) che annuncia la chiamata giornaliera. È un lavoro precario. Non ci sarà posto per tutti. Gli esclusi riproveranno all’alba di domani. In ambito portuale, sostenuto dai socialisti, nel 1903 nascerà a Genova un nuovo quotidiano, Il lavoro, voce dei camalli e degli operai, in lotta col Secolo XIX, espressione della borghesia industriale. Nomellini disegna il manifesto di esordio del giornale. Il testimonial è un operaio, bello come un eroe greco, atletico come uno Stakanov sovietico, che impugna un martello e alza una bandiera rossa. Sullo sfondo, ciminiere che fumano.

Le opere in mostra
Ottimo illustratore, Nomellini collabora anche con La Riviera ligure, singolare rivista commerciale e letteraria fondata nel 1895 a Oneglia dai fratelli Novaro, Angiolo Silvio e Mario, imprenditori illuminati, appassionati di letteratura, proprietari dello stabilimento oleario Sasso. È una delle sezioni più curiose della mostra. Ben più che un semplice house organ, La Riviera ligure è una sofisticata rivista culturale a tutto tondo. Nelle sue pagine, la grafica liberty incontra la parola poetica simbolista. Tra le grandi firme figura Pascoli. Nomellini illustra il suo Inno all’olivo e intanto realizza i manifesti pubblicitari per gli Oli Sasso.
Nel 1902 lascia Genova e si trasferisce a Torre del lago, in Versilia, dove ritrova la vena paesaggistica, con cui l’esposizione si congeda. Tramonti, cieli in burrasca, un Meriggio infuocato: sotto un sole torrido un aratro procede tra i campi trainato da due buoi maremmani. Forse un malinconico omaggio al suo primo maestro Fattori.
(Nomellini morirà a Firenze nel 1943. Vent’anni prima, nel ‘22, sulla scia di Mussolini, e come altri suoi coetanei, da socialista che era, aveva aderito al fascismo. Una scelta che nel dopoguerra gli costerà la damnatio della critica. Per ritrovarlo protagonista, si dovranno attendere le mostre curate nel 1966 a Firenze da Carlo Ludovico Ragghianti e nel 1985 a Genova da Gianfranco Bruno. Ma questa è un’altra storia).
Armando Besio
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