Quando la pittura è uno spazio liminale. Intervista a Paolo Pibi per la sua mostra a Milano
La mostra “Minimi Mondi” suggerisce con il suo titolo cos’è la pittura per Paolo Pibi: uno spazio raccolto, ma totale, dove le pennellate dialogano con oggetti concreti ed estetiche virtuali. L’artista ci ha raccontato come e perché
Minimi Mondi è il titolo dell’ultima personale di Paolo Pibi (Oristano, 1987) da Antonio Colombo, a Milano. Tra dipinti/installazioni di piccolo e medio formato, l’artista invita lo spettatore a entrare in tutto il suo immaginario onirico fatto di paesaggi dal sapore digitale e illusioni ottiche. A parlarcene meglio è lo stesso artista. Nella pittura di Paolo Pibi la percezione della realtà viene continuamente messa in discussione dal susseguirsi di layer sovrapposti che sono il frutto di un certosino lavoro di rappresentazione iperrealistica dell’immagine. Si tratta di un modus operandi concepito per travalicare la classica dimensione pittorica del quadro con l’intento di spingersi ben al di fuori di esso. Per fare questo, l’artista progetta personalmente anche le cornici delle sue opere che fungono da estensioni concrete dei dipinti stessi.
La mostra “Minimi Mondi” di Paolo Pibi a Milano
Questo gioco perpetuo tra “un dentro” e “un fuori” è anche al centro dei sedici lavori selezionati per Minimi mondi, la mostra personale di Pibi visibile nello spazio milanese di Antonio Colombo fino al 24 gennaio. Curata da Ivan Quaroni, l’esposizione si snoda sui due piani della galleria per immergere lo spettatore negli universi personalissimi del pittore: una dimensione sospesa fatta di luoghi alieni, ma al contempo familiari, che assumono la forma di oggetti fisici da contemplare.

L’intervista a Paolo Pibi
Quand’è che hai capito di volerti dedicare all’arte, e più propriamente alla pittura? Raccontaci della tua formazione.
Ho dipinto fin da bambino. Dopo il diploma da perito tecnico commerciale ho sentito l’esigenza di conoscere e confrontarmi con altre persone interessate alla pittura. Nel 2006 mi sono iscritto all’Accademia di Belle Arti di Sassari e ho utilizzato quel periodo di studi come un vero laboratorio di sperimentazione attraverso la fotografia, installazione, video, collage… È stato per me un incubatore, un luogo in cui esplorare linguaggi diversi. È li che ho compreso con chiarezza che la pittura era il medium che mi permetteva una relazione più profonda e duratura con il tempo, con il gesto, e con il processo.
La tua ultima mostra, da Antonio Colombo, si intitola “Minimi Mondi”. Come mai questa scelta? Parlacene un po’.
Cercavo un titolo che avesse un suono. Doveva funzionare come un’onomatopea nei confronti delle opere, una formula capace di evocare immediatamente le immagini che abitano i dipinti.
Anche se di matrice prettamente figurativa, il tuo stile attinge molto anche dalla sfera del digitale. Da cosa deriva questa fascinazione?
Non si tratta di una fascinazione intenzionale. Piuttosto, credo sia il risultato di uno sguardo inevitabilmente formato all’interno di un’epoca dominata dal digitale. Vivere immersi in immagini, schermi e interfacce modifica il modo di percepire lo spazio, la luce e la profondità. Questo condizionamento emerge nella pittura non come citazione del digitale, ma come struttura percettiva, come modo di organizzare l’immagine. È un aspetto che considero interessante e che continua a interrogarmi.
1 / 4
2 / 4
3 / 4
4 / 4
Guardando le tue opere sembra sempre di essere invitati ad attraversare una soglia. Che ruolo occupa il concetto di “liminalità” nella tua ricerca?
Occupa un ruolo centrale. Il mio metodo di lavoro si muove all’interno di una condizione liminale, di sospensione. Tutto ha inizio dalla tela bianca e si conclude con il completamento del dipinto, ma ciò che conta davvero avviene in quello spazio intermedio. In questo arco di tempo le immagini emergono dal processo stesso, senza essere completamente predefinite, raccontando quella soglia come un’esperienza da attraversare. Il dipinto diventa così una traccia, una sorta di diario di bordo di questo passaggio.
Oltre ai soggetti e alle scene da rappresentare, dedichi molta attenzione anche alle cornici. È solo una questione estetica o c’è dell’altro?
Questo interesse è nato tra il 2018 e il 2019, durante una fase di sperimentazione molto intensa. Ho utilizzato supporti differenti, sviluppato metodi di intelaiatura alternativi e messo in discussione l’idea canonica di dipinto e di quadro. Le cornici sono emerse da questo percorso. Nascono da un’esigenza inizialmente estetica, come alternativa alla cornice tradizionale, ma nel tempo hanno assunto un ruolo più strutturale diventando spesso un’estensione dell’opera e amplificandone il potenziale evocativo.
Che cos’è per te la realtà?
È ciò che i nostri sensi percepiscono come tale. Ma è una definizione fragile, sempre parziale, continuamente filtrata dall’esperienza, dalla memoria e dall’immaginazione.
Tra intelligenze artificiali e meme di ogni tipo, che senso hanno oggi l’immagine e l’arte stessa?
È una domanda complessa. Viviamo immersi in uno sciame visivo estremamente rapido e sovraccarico che rende difficile fermarsi e osservare con lucidità lo stato delle cose. In questo contesto la pittura, a mio avviso, continua il suo percorso lentamente. Proprio questa lentezza, però, diventa una forma di resistenza, uno spazio in cui l’immagine recupera profondità.
Stai lavorando a qualcosa di nuovo in questo periodo? Progetti per il futuro?
Siamo alle porte di un nuovo anno. Ho fatto alcuni bilanci e sono molto soddisfatto di come si è chiuso il 2025. In questo momento sto valutando diversi progetti per il 2026. Sono appena rientrato a Torino dopo un periodo in Sardegna e sto iniziando il primo quadro dell’anno.
Valerio Veneruso
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati