Elegia del dettaglio. I lavori grafici di Eugenia Vanni sono in mostra a Firenze
Alla galleria il Bisonte, storica istituzione fiorentina per l’arte grafica, va in scena una rassegna di lavori calcografici di Eugenia Vanni in cui l’analisi del processo tecnico, in continuità con la sua produzione pittorica, assume il carattere di rituale, tra memorie e rivelazioni estetiche
Uno degli aspetti salienti della tecnica incisoria è il suo arcaico utilizzo per la realizzazione di stampe di traduzione, ovvero opere calcografiche che riproducevano capolavori dell’arte, non solo pittorici ma anche di spettacoli teatrali, al puro scopo divulgativo.
Peculiarità che ne ha permesso l’evoluzione tecnica, fino al suo affermarsi come linguaggio autonomo, senza, la perdita del suo compito propagandistico in virtù della diffusione della stampa. Da Albrecht Dürer a Henri de Toulouse-Lautrec, uno dei principi costanti nel progresso stilistico e sistematico dell’incisione è stato il legame tra il modello iconografico e la corrispondente traduzione incisoria.
La ricerca incisoria, divampata nel Novecento con la riscoperta dei mezzi artistici artigianali quali alternative autentiche alla propagazione implacabile dei mass-media, ha accompagnato spesso il lavoro di artisti contemporanei, restituendo loro intuizioni talvolta decisive sul piano concettuale e teorico (come conferma il saggio di Sergej M. Ejzenštejn, Piranesi o la fluidità delle forme). L’importanza della pratica incisoria, invero, non ha mai ricevuto – con la notevole eccezione di Baudelaire – molto riguardo da parte della critica d’arte sulla formazione intellettuale dell’artista contemporaneo, penuria probabilmente dovuta alla mancata conoscenza della tecnica.
La Fondazione il Bisonte di Firenze
Di notevole interesse, dunque, l’indagine promossa dalla Fondazione il Bisonte per lo studio dell’arte grafica, meritoria di connettere una tradizionale tecnica secolare con le manifestazioni artistiche del panorama attuale. Del resto, sin dalla costituzione, nel 1959, a opera di Maria Luigia Guaita, la Fondazione si è sempre distinta per l’innovazione e l’avanguardia artistica, avendo introdotto a Firenze e in Italia la tecnica litografica, all’epoca quasi sconosciuta. Mentre oggi, le residenze d’artista offerte a personalità affini per ricerca o predisposizione alla complessità strumentale dei laboratori, si distinguono per qualità e puntualizzazione della materia grafica. Tra queste, Post Print Media, diretta dalla curatrice Silvia Bellotti, con il supporto tecnico degli stampatori Marco Poma e Michela Mascarucci, vuole decostruire l’apparato codificato della grafica d’arte per estenderne i confini tecnici e concettuali verso una pratica fluida e transmediale. Gli artisti coinvolti, talvolta avulsi alla pratica incisoria, traggono dall’occasione un’apertura mentale oltre che una nozione tecnico-pratica al loro percorso.
La residenza artistica di Eugenia Vanni presso la fondazione
Così nella mostra corrente, Eugenia Vanni. Opere grafiche (2009–2025) a cura di Silvia Bellotti, l’artista, invero già navigata alla tecnica (è stata visiting artist al corso di Incisione presso l’Académie Royale des Beaux Arts di Bruxelles), ha correlato una decina di anni di produzione con una personale elaborazione dell’esperienza nell’Istituto. La mostra sposa perfettamente il carattere di traduzione tipico della stampa d’arte, ponendo l’accento sulla trasposizione dell’immagine, avvenuta mediante un processo collettivo che sfocia più nel rituale anziché nel meccanico.

La pratica artistica di Eugenia Vanni in mostra alla galleria il Bisonte di Firenze
Eugenia Vanni (Siena, 1980), ha la capacità di ribaltare i concetti peculiari della tecnica artistica pur rimanendo fedele alla pratica. Nel suo lavoro espressivo, l’esasperazione metonimica della rappresentazione ha portato la Vanni a una mimesi eccellente dei supporti pittorici, riproducendo perfette imitazioni di tele grezze, quasi che l’esacerbazione dell’atto esecutorio porti inevitabilmente all’origine del medium.
Questo ribaltamento formale, vagamente memore di alcuni lavori di Aldo Mondino, torna potente nell’opera in mostra Tournée (2025), un dittico eseguito nel periodo di residenza con la tecnica del mezzotinto. Il procedimento esecutorio impone una preparazione della lastra metallica con uno strumento simile ad una mezzaluna, il berceau, che, grazie a un continuo gesto oscillatorio, incide la lastra fino a ricoprirla di una fitta trama di segni che si traduce in un nero coprente una volta stampato. L’immagine, dunque, si ottiene “schiacciando” i segni con una punta d’agata per far emergere un barlume di forma dal nero della stampa. L’opera della Vanni, già rivelatrice dal titolo, presenta un’ideale immagine di sipario teatrale, ottenuto concentrato energia esecutoria e attenzione visiva verso il “buio” scenico, dato che le minime lumeggiature dell’opera sono realizzate con pochi morbidi tratti di brunitorio.
Le opere grafiche di Eugenia Vanni alla Fondazione il Bisonte di Firenze
Osservando il resto della produzione, emerge come il lavoro della Vanni sia una ricerca di traduzione, che rivela la sua origine, pur adottando un metodo manualistico che potrebbe di buon grado definirsi stilistico; dove, tuttavia, la qualità estetica viene considerata giusto come un mezzo ad un fine. Si prendano le opere quali Xilofagia – Xilografia (2018) o del ciclo Sturm Und Drang (2011 – 2012), entrambe stampe derivate da matrices trouvées: il segno familiare, sia esso la foratura di un tarlo su tavole lignee vetuste o il taglio di un coltellaccio su un tagliere domestico, imprime all’opera una relazionalità condivisa, moderatamente nostalgica, e funge da tramite per “tradurre” l’immagine in cieli stellati o tempeste vorticose. L’artista conduce, pertanto, un’analisi dello sfumato nel linguaggio, dove il dettaglio è protagonista e l’intervento è uno slittamento minimo ma massiccio.
Laddove l’azione della Vanni è mirata e reiterata, come nelle già citate Tournée (2025) o nell’opera Calendario (2014), dove il disegno a puntasecca di donne nude in pose esplicite (richiamo al cliché dei calendari erotici nelle officine meccaniche) viene svelato dallo sfregamento sulla lastra di un meccanico con la mano unta di grasso, ecco che il “fare” artistico surge a mezzo rivelatore, sempre strumentalizzando l’estetica alla poetica del particolare.
Non per caso il termine greco Poiein (ποιεῖν) che significa “fare”, “creare”, “foggiare”, è la radice della parola “poesia”.
Il lavoro di Eugenia Vanni come opera di traduzione che eleva il modello a linguaggio
In conclusione, che si tratti di interventi collettivi o azioni individuali ripetute, la funzione dell’immagine è condotta abilmente da Eugenia Vanni in una sorta di trasposizione continua, volta a rivelare l’origine del segno, una testimonianza di qualcosa che è esistito, un gesto che è significato. Rappresentazione che mira a creare un alter ego del modello, cioè non solo a indicare, imitare, simulare l’oggetto, ma letteralmente a sostituirlo nella sua traduzione, elevandolo a linguaggio.
Un’antropologia dell’immagine necessaria a risvegliare una coscienza di “classe” dell’arte, evocando gli scopi più essenziali del lasciare tracce o del “fare” artistico: una metonimia dell’esistenza.
Luca Sposato
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