Provincia Cosmica. Intervista al pittore che ha scelto l’Appennino come casa 

Per la rubrica “Provincia Cosmica”, Alex Urso ha incontrato Angelo Bellobono, pittore della montagna. Il suo progetto “Casa Appenino” ha luogo in un paesino dei monti laziali

Angelo Bellobono è un pittore “adottato” dalla montagna. Nato nel 1964 a Nettuno, sul litorale laziale, l’artista si è gradualmente spostato verso territori meno battuti. Insieme alla moglie Carla, in un piccolo paesino dei Monti Lucretili conduce il progetto Casa Appennino: una sorta di rifugio dedicato ad arte, didattica e benessere. Con le sue attività punta a costruire un ecosistema in cui le persone possano riconoscersi e ritrovare sé stesse. 

Casa Appennino. Courtesy Angelo Bellobono
Casa Appennino. Courtesy Angelo Bellobono

Intervista ad Angelo Bellobono 

Negli anni ti sei gradualmente spostato da Roma, scegliendo di vivere quasi stabilmente a Ponticelli Sabino, piccolissimo paese sulla Salaria, nel Parco dei Monti Lucretili. Un cambio di rotta notevole. Quali passaggi hanno preceduto questo trasferimento? 
Fino al 1988 ho vissuto a Nettuno, un paese a sud di Roma, dove sono nato. Terminati gli studi all’ISEF mi sono trasferito in montagna. Per circa dodici anni ho abitato tra le Dolomiti e le Alpi francesi, con due parentesi di un anno ciascuna in Argentina e California. Sono stati anni intensi, in cui i miei lavori di artista, di allenatore di sci e di atleta convivevano intimamente. Ho attraversato l’intera Patagonia e frequentato artisti come Liza Lou e Guillermo Kuitca. All’inizio del nuovo millennio sono arrivato a Roma. Sentivo il bisogno di confrontarmi con le città, con gli altri artisti e con gli stimoli socioculturali dei grandi centri. Per qualche anno la mia vita nomade si è interrotta. Poi, dal 2005 al 2015 ho cominciato a frequentare New York, dove affittai uno studio-casa a Brooklyn. Ho amato ogni periodo.  

Poi è iniziata la fase “bucolica”… 
Gradualmente il richiamo degli ambienti naturali ha preso il sopravvento e ora, con mia moglie, viviamo gran parte dell’anno a Ponticelli Sabino. Alcuni periodi li passo in Valle d’Aosta per il lavoro di maestro di sci. Tutto è accaduto senza forzature, leggendo e accogliendo gli eventi. Oggi, a 61 anni, la mia vita è ancora un territorio da esplorare. 

Da quali sentimenti è stato dettato il distacco dalla città? 
Non c’è, per quanto mi riguarda, una vera e propria avversione alla città. Ho sempre bilanciato la mia vita urbana con lunghi periodi trascorsi in natura. In accordo con Carla, mia moglie, cerchiamo ogni giorno di migliorare la nostra idea di vivere nel mondo, e l’allontanamento dalla città appartiene a tale processo, imperfetto e perfettibile. 

Il progetto “Casa Appennino” di Angelo Bellobono 

Il tuo studio a Ponticelli Sabino è diventato una sorta di spazio aperto, viste le varie attività parallele che insieme a tua moglie conducete: arte, escursionismo e benessere. Quali ambizioni ci sono alla base di questo progetto, nel quale vita lavorativa e sentimentale sembrano intrecciarsi? 
La mia pratica pittorica si muove in un continuo rimbalzo tra l’intimità dello studio, lo spazio naturale e la dimensione laboratoriale condivisa, da sempre. Amo molto la solitudine, sia essa in studio o in montagna; ma amo anche condividere con passione ciò che faccio. Nello specifico, Casa Appennino è diventato il luogo in cui io e mia moglie abbiamo raccolto ciò che siamo e che facciamo, con l’intento di far vivere ad altri quello che per noi è bellezza, meraviglia, cura, creatività, benessere e libertà. L’ambizione è quella di continuare a vivere di ciò che amiamo, di costruire un ecosistema in cui le persone possano riconoscersi e ritrovare una dimensione di connessione profonda con sé stesse, con gli altri e con la magnificenza della natura circostante. Le attività di arte diffusa e collettiva, lo yoga, i laboratori e il cammino in natura sono le pratiche interconnesse per attivare tali processi. 

Il coinvolgimento delle comunità è una costante nella tua ricerca. Penso ai vari progetti legati all’Appennino, o a quelli svolti nei villaggi berberi del Marocco. 
Più che coinvolgere le comunità, mi interessa coinvolgere le persone in grado di creare comunità. È un processo che richiede molta pazienza, energia, delicatezza e ascolto, per slegarsi dalle velleità prestazionali imposte dalla vorace società dei consumi e dare valore al percorso scrivendo storie autentiche, piuttosto che adattare storie già pronte e necessarie al consumo culturale – dettate dai format di bandi, greenwashing e socialwashing.  

Cosa ti interessa ricevere e dare a chi si interfaccia con la tua arte? 
Nel caso dei miei dipinti non penso mai a dare o ricevere: dipingo e basta, seguo la pittura sulla base dei contenuti a cui lavoro in quella fase. Il valore intrinseco del dipingere è quanto basta. Poi, quando invece lo strumento arte diventa ponte di condivisone in processi relazionali, il ricevere e il dare sono parte insita nel processo, che può portare al successo o al totale fallimento. 

La pittura come strumento di riattivazione 

Siamo abituati a intendere la pittura come una pratica solitaria e riflessiva. In un certo senso smentisci questa visione. La pittura può essere un mezzo di confronto con l’altro?  
Le cose non si escludono, ma convivono vicendevolmente. Credo che chi dipinge ami molto l’atmosfera di sospensione e contemplazione tipica delle ore trascorse in solitudine in studio – un luogo di raccoglimento, isolamento e anche fuga. Poi però ci sono momenti in cui la pittura diventa una conviviale condivisione, sia tra gli artisti che nei laboratori con le persone. Penso ai giorni condivisi con altri pittori e pittrici nel corso di residenze e simposi. 

Torniamo a Casa Appennino. Come rispondono le istituzioni politiche alle vostre iniziative?  
Istituzione è una parola che mi ha sempre fatto inorridire, e non ho molta abilità nel relazionarmi “istituzionalmente”. Preferisco “istituzionalizzare” un albero, un bosco, il mare, il sole o un gruppo di persone con cui condivido esperienze. Però le istituzioni sane sono necessarie. Un’istituzione pubblica dovrebbe operare per il bene comune. Tolte le necessità oggettive e imprescindibili, anch’esse spesso trascurate, cosa è bene comune? Portare a casa il risultato con ogni mezzo è la modalità che riduce tutto allo svolgimento di compitini assegnati e autoreferenziali. Così come è sbagliato arrivare in un luogo con un atteggiamento da autorità culturale. Credo sia necessario un reciproco conforto tra competenze, guidate da visioni, passioni, etica, estetica e desiderio di condividere. Questo atteggiamento monumentalizza e istituzionalizza le azioni e i processi che si attivano, dando valore intrinseco al “fare” slegandolo dal suo valore strumentale. Questa può essere la chiave per meravigliarci e arrivare dove non pensavamo, in luoghi che ci attendono. 

Alex Urso 

PROVINCIA COSMICA #1 – Giovanni Gaggia
PROVINCIA COSMICA #2 – Elena e Alicya Ricciuto

PROVINCIA COSMICA #3 Denis Riva

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Alex Urso

Alex Urso

Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania).…

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