La storia di Villa Giulia, gioiello architettonico nel cuore di Roma

Villa Giulia era la villa di Papa Giulio III, che la concepì come un’esperienza spettacolare e immersiva della quale l’ospite era protagonista assoluto. Qui ripercorriamo la storia di un luogo dalle radici antiche, oggi sede del Museo Nazionale Etrusco.

Villa Giulia, Roma. Veduta del primo cortile del Casino. Photo via Wikipedia
Villa Giulia, Roma. Veduta del primo cortile del Casino. Photo via Wikipedia

Qui (a Roma, N.d.R.) avevo sempre qualche occupazione come il visitare le antichità e le vigne, le quali sono giardini e luoghi di delizie d’una singolare amenità”, scriveva Michel de Montaigne nel suo Journal du Voyage en Italie citando Villa Giulia “tra le più belle” di Roma. Giovanni Maria Ciocchi del Monte, poi Giulio III, la volle come luogo di diletto dove trascorrere la calda estate romana, immerso nella natura e nelle discussioni intellettuali. Giulio III, che John Coolidge definì “l’ultimo dei papi rinascimentali”, coltivava “gli svaghi rurali”, incarnando precisamente quell’amore dei pontefici per il piacere che rese famosa la frase di Leone X “Dio ci ha dato il papato, adesso godiamocelo!”. E proprio al piacere dei suoi ospiti era destinata la villa, ideata come un meccanismo sensoriale nel quale ogni dettaglio era curato per coinvolgerli, parlando al contempo dello splendore dei del Monte. La regola non scritta prevedeva che il visitatore fosse parte di una performance cinetica e che interagisse con i suoi spazi, annusando gli aromi della vegetazione, prendendo il sole sulle sue panchine e pescando nel ninfeo. Nonostante l’antico modello della villa suburbana fosse molto diffuso nella Roma del XVI secolo, Villa Giulia venne subito ritenuta dai suoi stessi contemporanei un luogo di una bellezza eccezionale, arrivando a essere lodata come “l’ottava meraviglia del mondo”.

Antoine Lafréry, veduta del ninfeo e della loggia, immagine tratta da John Coolidge, The Villa Giulia. A study of Central Italian Architecture in the Mid Sixteenth Century
Antoine Lafréry, veduta del ninfeo e della loggia, immagine tratta da John Coolidge, The Villa Giulia. A study of Central Italian Architecture in the Mid Sixteenth Century

LE VICENDE DI VILLA GIULIA

Tuttavia i fasti di questo luogo ebbero vita breve: fin dal 1555, anno della morte di Papa Giulio III, la villa fu confiscata dal suo successore, Paolo IV: insieme all’allestimento originario si perse per sempre ciò che Eugenio Battisti definì il suo “uso culturale”, ossia l’esperienza che ne faceva chi originariamente la visitava. Giulio III e il suo seguito intraprendevano un vero e proprio “cammino iniziatico” verso il Casino, dove il Papa risiedeva durante le sue visite. Percorrevano un sentiero profumato di alberi da pesco e ombreggiato da una pergola coperta di rampicanti, ai cui lati olmi, pioppi e castagni procuravano un po’ di ombra. Lungo il percorso erano disseminati “luoghi in cui riposare” e gabbie di rame che ospitavano centinaia di tortore e quaglie canterine messe all’ingrasso in vista dei banchetti in villa. Arrivati nel Casino, dopo aver superato il vestibolo, uscivano in un portico semi-circolare decorato a grottesche e motivi vegetali. Qui si consumava un gioco di rimandi tra la ricca flora del parco e la vegetazione dipinta, che appannava, secondo il gusto pienamente rinascimentale dell’inganno, i confini tra natura e arte: gli uccellini dipinti posati su graticci fittizi richiamavano immediatamente alla memoria degli ospiti le voliere appena incontrate; le viti della decorazione echeggiavano quelle del parco; le rose affrescate si affacciavano sui letti di rose del primo cortile. Nei singoli riquadri satiri e putti giocosi celebravano e celebrano tuttora l’abbondanza: rappresentati come monelli che s’arrampicano sulle cornici lignee per fare la vendemmia, invitavano i loro ospiti a soccombere a un’esperienza radicata nella natura e nella percezione. Padroni di casa poco cortesi, i putti urinavano sugli ospiti, si toccavano in modo esplicitamente erotico davanti a loro, trasgredendo le regole della buona ospitalità e riversando fluidi corporei che alludevano alla ricchezza dei patroni. Il coinvolgimento sensoriale serviva a celebrare la prosperità del luogo e dunque la munificenza dei del Monte, che si presentavano come elargitori di un’esperienza totalizzante.

Villa Giulia, Roma. Dettaglio con putto che urina. Photo via Wikipedia
Villa Giulia, Roma. Dettaglio con putto che urina. Photo via Wikipedia

LE MERAVIGLIE ARCHITETTONICHE DI VILLA GIULIA

Il vero centro del Casino era però il ninfeo. Concepito come punto di fuga verso cui l’intero complesso tendeva, rappresentava una meraviglia architettonica inimmaginabile per chi ne osservasse la sobria facciata esterna per la prima volta. Come il ninfeo costituiva il cuore del Casino, così l’acqua ne rappresentava il simbolo. Un complesso sistema ingegneristico di canali vi conduceva le acque dell’acquedotto romano dell’Acqua Vergine, vestendolo del richiamo alla sacralità inviolata della fanciulla e abbellendolo di una “sorgente perpetua e giocosa”. Oltre al motivo simbolico, l’acqua era magistralmente sfruttata per i suoi effetti d’animazione, inducendo negli ospiti, bagnati da getti di intensità differenti, quelli che Fausto Testa ha definito “shock percettivi”. Quando poi d’estate Papa Giulio si radunava con i suoi ospiti per cenare insieme, il ninfeo si profumava degli odori dell’acqua di rose, colorandosi delle ricche portate servite insieme a vini invecchiati nelle grotte della villa.
Attualmente Villa Giulia ospita il Museo Nazionale Etrusco. Anche se la sua originaria vocazione è andata perduta, l’antica meraviglia del luogo sopravvive e affascina chi ancora oggi ne percorre gli spazi, leggendoli attraverso lo sguardo di coloro che un tempo la visitarono e ne vissero la piena bellezza.

Silvia Zanni

Dati correlati
Spazio espositivoMUSEO NAZIONALE ETRUSCO DI VILLA GIULIA
IndirizzoPiazzale di Villa Giulia - Roma - Lazio
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Silvia Zanni
Nata a Milano nel 1997, si è laureata in Filosofia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano con una tesi in Estetica dal titolo “Il nuovo paradigma della forma: Thode, Warburg e la rappresentazione di Francesco nel XIX secolo”. Attualmente frequenta un master in Storia dell’arte rinascimentale presso il Courtauld Institute of Art di Londra. Il suo interesse per la storia dell’arte l’ha da sempre portata a divorare bulimicamente mostre, libri e cataloghi che fanno parte della sua ‘alimentazione quotidiana’.