Accessibilità culturale e post pandemia

Avendo chiarito il “come” e il “quando”, la questione dell’opportunità di riaprire o meno i luoghi della cultura ora si sposta definitivamente sulla “domanda”: ora si guarda al “chi”, ovvero su come riallacciare i fili della partecipazione culturale. Ma la partecipazione è partecipata se è accessibile ed empatica: sarà possibile che lo sia ancora alle condizioni di “sicurezza” attuali?

Sanificazione anti Coronavirus in corso all'Ara Pacis di Roma
Sanificazione anti Coronavirus in corso all'Ara Pacis di Roma

Con le riaperture dei luoghi di cultura, un tema su tutti torna alla ribalta: l’accessibilità culturale. Un museo, o un teatro, un cinema, o anche una biblioteca accessibile è innanzitutto un luogo empatico, piacevole, accogliente, un luogo che per sua stessa natura è chiamato a rimuovere le proprie barriere (sensoriali, fisiche, cognitive ma anche culturali, emotive ed economiche), non a crearne di nuove. Eppure oggi, alle condizioni attuali e appena oltre l’emergenza, anche solo permettere ai visitatori di sentirsi a proprio agio e parte integrante di una esperienza culturale è una operazione divenuta molto complessa (o comunque più del solito).
Il pubblico delle arti sta vivendo un momento di profondo trauma, e questo non può essere minimizzato (come troppo spesso si sta facendo), anzi, siamo ancora nel mezzo di una profonda esperienza traumatica. Un ritorno a qualsiasi parvenza di normalità (e rilevanza) per i campi delle arti e della cultura richiederà di affrontarlo, il trauma, non scansarlo; integrarlo e non limitarlo o limitarne gli impatti (anche a lungo termine) a una sfortunata “parentesi” lontana nello spazio e nel tempo.
Eppure se la maggior parte delle organizzazioni culturali (come tutte le altre imprese) ora pone la giusta attenzione alla gestione delle crisi e alla propria sopravvivenza guardando alla riapertura, e se dal lato normativo le indicazioni tecniche per le riaperture ci sono, per accogliere il pubblico ogni procedura di preparazione (al netto dei protocolli sanitari) è sostanzialmente lasciata all’iniziativa personale e alle singole sensibilità. Ma purtroppo non esiste una letteratura pregressa in merito a ciò che stiamo sperimentando, tanto più nei campi dell’arte e della cultura. Se non esiste alcun precedente, non esiste nemmeno un caso di studio. Allora occorre ispirarsi e individuare dati descrittivi e diagnostici nuovi da cui elaborare nuovi modelli e strategie, per ogni singola disciplina. Nel caso della cultura, magari rivolgendosi ad approcci al di fuori di uno specifico campo “invadendo” quelli della salute comportamentale e dei servizi umani nei casi di trauma post-bellico, o post-terroristico. Perché il cuore della questione per il superamento del trauma pandemico, come per ogni altro trauma, è anticipare la paura (giustificabile) e ridurla al minimo abbassando la percezione del rischio di essere nuovamente traumatizzati. E come possiamo iniziare a strutturare strategie ad hoc per la cultura?

ASSISTENZA INFORMATA AL TRAUMA

In questo senso è logico allora iniziare dai protocolli dell’“Assistenza informata al Trauma” (Trauma-informed care): una serie di interventi oggi utilizzati prevalentemente in contesti di salute medica e comportamentale che individuano una serie di sistemi e pratiche per l’accompagnamento al “riconoscimento del trauma” incoraggiandone così il superamento. Potrebbe sembrare un azzardo, ma in questo nuovo contesto pandemico le convergenze di applicazione dei Trauma-informed care per i luoghi della cultura, indissolubilmente legati alle relazioni umane e di contatto, sono notevoli.
Allora da dove cominciare? Comunicando… Sicurezza (per creare spazi in cui le persone si sentono culturalmente, emotivamente e fisicamente sicure, trasmettendo al contempo una consapevolezza del disagio o del disagio di una persona); affidabilità e trasparenza (per fornire informazioni complete e accurate, fin dove possibile; in ogni caso la sincerità dovrà essere assoluta); supporto e sostegno (per stabilire e costruire nuova fiducia, sicurezza e speranza, e utilizzare l’esperienza  vissuta ‒ non rifiutarla ‒ per promuovere il recupero della relazione tra pubblici e pubblici, tra istituti e istituti, tra istituti e pubblici; per fungere da facilitatore e per elaborare e condividere le esperienze che abbiamo appena vissuto); collaborazione e reciprocità (per il riconoscimento delle relazioni attraverso un iter decisionale condiviso, in un processo di determinazione di “cosa è meglio per loro”, prima ancora di cosa è meglio per gli istituti); onorare la dignità dell’individuo, quindi non solo parlare, ma ascoltare (perché qualsiasi nostra pregressa conoscenza dei pubblici è stata stravolta, compresa quella oggi centrale della tolleranza al rischio: in questo senso la loro opinione sostituisce qualsiasi opinione che noi possiamo avere e come tale va ascoltata e compresa); infine scardinare e superare stereotipi e pregiudizi culturali, offrire servizi innovativi, reattivi; osservare, analizzare e adattare il valore terapeutico delle connessioni culturali tradizionali e incorporarle con politiche e processi nuovi che costruiscano, promuovano e sostengano la comunità, comprendendone bisogni, valori e opportunità; essere realmente inclusivi per tutti i membri della nostra comunità in questa nuova era.

Coinvolgere nuovamente il pubblico e rigenerare la partecipazione attiva, in un modo che sia lo stesso pubblico ad aiutare a sostenere e far crescere una nuova “offerta”, questa è la vera priorità”.

Sicuramente dovremo essere preparati per un approccio completamente nuovo (e in più fasi) al coinvolgimento del pubblico e della comunità, sia a livello organizzativo che a livello di settore, ma aprire la cultura a queste nuove prospettive interpretative sull’accessibilità, di dialogo e comunione, ci offre l’opportunità di riformulare la complessità delle sue strategie, non solo per superare l’emergenza, ma per ridisegnare anche i futuri parametri di visita ed educativi. Ovviamente tante sono le variabili sconosciute, ma proprio per questo occorre massima cautela nei confronti di un obiettivo eccessivamente semplificato di “riportare il pubblico” nelle sale. Coinvolgere nuovamente il pubblico e rigenerare la partecipazione attiva, in un modo che sia lo stesso pubblico ad aiutare a sostenere e far crescere una nuova “offerta”, questa è la vera priorità. Curare la “domanda” è il primo obiettivo ora.

Massimiliano Zane

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Massimiliano Zane (Venezia, 1979) è progettista culturale, consulente strategico per lo sviluppo e la valorizzazione del patrimonio.