Anarchia linguistica in farmacia: il nuovo spettacolo di Marthaler a Bologna

Il regista svizzero Christoph Marthaler debutta sul palcoscenico dell’Arena del Sole con il suo nuovo spettacolo, tratto dall’opera scritta di Dieter Roth, grande irregolare della scena svizzero-tedesca del XX secolo. Un’asettica farmacia in cui giochi linguistici, situazioni grottesche, musiche apparentemente incongruenti danno vita a un’irresistibile commedia

Christoph Marthaler, Das Weinen. Photo © Gina Folly
Christoph Marthaler, Das Weinen. Photo © Gina Folly

Una farmacia luminosa e asettica, linda e ordinata: è il luogo scelto da Christoph Marthaler per dar simbolica corporeità al libro che, negli Anni Ottanta, gli donò Dieter Roth, l’artista tedesco trapiantato in Svizzera – morto a Basilea nel 1998 ‒ e noto principalmente per le sue opere figurative realizzate con materiali non convenzionali come muffe e cioccolato.
Il volume, intitolato Das Weinen (Das Wähnen) [Il pianto (Il pensiero)], non è né un testo narrativo né un saggio, quanto uno spericolato e irriverente susseguirsi di frasi, che rinnova e reinventa pratiche dadaiste e da nouveau roman, con reminiscenze dal teatro di Adamov così come da Georges Perec. Un originale manufatto letterario, insomma, frutto di un anarchico e ingegnoso gusto per la sperimentazione linguistica, emancipata tanto dall’esigenza di ideare e sciogliere una trama quanto dalla necessità di scontornare un “significato” incontrovertibile ed evidente. Un libro che Marthaler ha tenuto sempre accanto a sé in questi trent’anni e che nel 2020 ha deciso infine di portare in scena.

Christoph Marthaler, Das Weinen. Photo © Gina Folly
Christoph Marthaler, Das Weinen. Photo © Gina Folly

LA MESSINSCENA DI MARTHALER

La farmacia dunque, e cinque professionali farmaciste biancovestite alle prese, a tratti, con un silenziosissimo cliente in completo di tweed bianco e nero che, nel finale, si tramuterà in una sorta di redivivo Gesù Cristo – gli interpreti sono Liliana Benini, Magne Håvard Brekke, Olivia Grigolli, Elisa Plüss, Nikola Weisse e Susanne-Marie Wrage.
Che l’algidità del contesto non sia che un antitetico correlativo oggettivo della grottesca surrealtà di gesti e situazioni che, susseguendosi a ritmo incalzante costruiscono lo spettacolo, è suggerito già da dettagli non irrilevanti quali i cartelli che contraddistinguono i vari scaffali: “fit” [forma] e “heart” [cuore] ma anche “bladder” [vescica urinaria!].
Le cinque farmaciste, d’altronde, rivelano presto abitudini, idiosincrasie e tic – schiacciare freneticamente il pulsante di una penna; rimettere costantemente a posto le scatole di medicinali; mettere un nuovo 33 giri nel giradischi sul bancone – che parafrasano in movimenti e atteggiamenti i vertiginosi nonsense che compongono il copione.
I meccanismi linguistici sperimentati da Roth sono tradotti in parossistiche azioni meccaniche – pulire gli occhiali, immergere una bustina di tè nella tazza… ‒ che moltiplicano con barocca ma non stucchevole ridondanza l’irreverente giocosità del testo. Una “meccanicità” che tramuta le cinque eclettiche e divertite attrici in altrettante marionette, dotate però di sbarazzina consapevolezza. Recitano senza esitazioni le concettuose creazioni sintattiche di Roth, si producono in maldestre coreografie e improbabili contorsionismi, cantano, prevalentemente a cappella, un repertorio composito e perlopiù classico – Lacrimosa, quasi un leitmotiv, ma anche un pezzo pop eseguito, microfono in mano, dalla “farmacista” più anziana.

Christoph Marthaler, Das Weinen. Photo © Gina Folly
Christoph Marthaler, Das Weinen. Photo © Gina Folly

UNA DIVERTITA DISSACRAZIONE

Marthaler incorpora l’immaginifica creatività linguistica del suo amico artista – e che il pubblico può apprezzare grazie ai soprattitoli argutamente tradotti da Sonia Antinori – incarnandola in una drammaturgia concretissima e grottesca, vincendo la sfida di immettere convincente materialità nell’apparente astrattezza, di attribuire una consistenza non velleitaria a un puro significante. Un risultato ottenuto non tradendo mai la scanzonata irriverenza di Roth, che sicuramente avrebbe apprezzato il liberatorio finale con gli scaffali svuotati con sistematica metodicità dalle cinque interpreti cui non resta, poi, che rilassarsi stappando una birra, mentre il cliente/Cristo attraversa il proscenio portando la luminosa croce verde di questa anarchica e svagata farmacia.

Laura Bevione

www.emiliaromagnateatro.com

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Laura Bevione
Laura Bevione è dottore di ricerca in Storia dello Spettacolo. Insegnante di Lettere e giornalista pubblicista, è da molti anni critico teatrale. Ha progettato e condotto incontri di formazione teatrale rivolti al pubblico. Ha curato il volume “Una storia. Dal festival Teatro Europeo al festival Teatro a Corte” (Titivillus, 2011); le monografie “Interior Sites Project. Il teatro di Cuocolo/Bosetti. IRAA Theatre” (Titivillus, 2017) e “Nelle case, nelle fabbriche, in scena. Il Teatro fatto a mano di Mariella Fabbris” (CUE Press, 2019); la raccolta dei testi dell’attore Stefano Braschi, “Ingarbujè. Matassa organizzata di pensieri tra vita e sogni” (Robin, 2021).