Morta la coreografa Anna Halprin. Aveva 100 anni

Una vita trascorsa nella ricerca sulla danza. Halprin lega l’impegno artistico e pedagogico a quello sociale e politico.

Anna Halprin at the University of San Francisco ph Shawncalhoun fonte Wikipedia
Anna Halprin at the University of San Francisco ph Shawncalhoun fonte Wikipedia

In un anno in cui la cura, il corpo e i rituali di guarigione diventano così importanti, ci lascia all’età di 100 anni Anna Halprin, dopo una vita immersa nella ricerca della danza e del suo potere taumaturgico. Una delle più grandi figure del dopoguerra americano, anticipatrice e pioniera della postmodern dance americana, Halprin ha rappresentato una fonte d’ispirazione per artisti, danzatori, coreografi, terapeuti. Innovatrice di forme di pedagogia radicale e collaborativa, che elaborò attraverso i formati RSVP Cycles e Take Part Process, inizia il suo percorso didattico negli anni ’50, dopo aver appreso le danze religiose ebraiche sin da giovanissima, le tecniche di Ruth Saint Denis e Isadora Duncan e aver studiato con Marta Graham e Merce Cunningham. Tra i momenti fondanti della sua straordinaria visione è l’incontro con l’architetto e designer Walter Gropius nella Graduate School of Design di Harvard da cui mutua un’importante riflessione sulla creatività collettiva e sull’integrazione tra arte e società, principi che si radicano fortemente nella sua poetica.

LA COLLABORAZIONE CON LAWRENCE HALPRIN

Ricordare Anna Halprin significa ripensare ai suoi progetti innovativi, alle pratiche pedagogiche messe a punto anche in collaborazione con il marito Lawrence Halprin, architetto e paesaggista, a una metodologia creativa che include l’idea di score e di partitura coreografica applicabile alla danza come a ogni disciplina artistica. Il dance deck rappresenta una tappa rivoluzionaria del suo percorso: una piattaforma di legno costruita in sospensione tra gli alberi piedi dei Monti Tamalpais, concepita e progettata insieme a Lawrence Halprin tra il 1951 e il 1954, con l’obiettivo di offrire ad artisti di una pluralità di discipline un luogo libero per praticare la loro arte. Come nota Pierre Bal-Blanc, si tratta di “un dispositivo architettonico che ha trasformato la pratica della danza allo stesso modo in cui il sistema a piano libero e la Maison Dom-Ino progettata da Le Corbusier hanno rivoluzionato l’architettura”, aprendo lo spazio scenico, entrando in dialogo con l’ambiente in un sistema fluido di relazioni, e tagliando così con la rigidità della distinzione tra spettatore e danzatore. Il dance deck è una forma libera pensata come elemento del paesaggio stesso dove chiunque era invitato a poter danzare. Qui passano John Cage, Merce Cunningham, Terry Riley, La Monte Young Simone Forti, Trisha Brown per citare solo alcuni nomi.

LA LOTTA CONTRO IL CANCRO

Nella commistione di arte e vita, Halprin lega l’impegno artistico e pedagogico a quello sociale e politico. Fonda nel 1965, in risposta alle rivolte di Watts a Los Angeles la prima compagnia multietnica e multirazziale, lavorando attraverso la metodologia dei RSVP Cycles, “fornendo un metodo che consentiva a ogni comunità di essere vista e ascoltata alle proprie condizioni.” In seguito alla sua battaglia contro il cancro diagnosticato nel 1972, e alla sua guarigione avvenuta grazie al suo studio sul corpo e alle healing practice, Halprin si concentra sulla danza come rituale di cura. Sono da ricordare i Moving Towards Life ciclo dedicato a quanti sfidano il cancro e i Positive Motion e Women with Wings per coloro che convivono con l’AIDS. Concepisce perfomance collettive e partecipative, le Planetary Dance, aperte a ogni genere, età, etnia, pensate come riti di guarigione dei territori e degli spazi, nate a partire da In and On the Mountain, performance rituale concepita in seguito all’assassinio di sei donne dal 1979 al 1981 per recuperare la montagna a una nuova condizione. Il suo impegno sociale e la sua pratica trasversale e intersezionale lasciano un immenso patrimonio – non solo alla comunità della danza-, celebrato nel 2017 in occasione di documenta14 dove furono mostrati i suoi score, bellissimi e visionari mandala di accenti, ritmi, partiture visive. La mostra rese inoltre omaggio al dance deck restituendo all’intero mondo dell’arte contemporanea l’importanza del suo contributo.

– Maria Paola Zedda

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Maria Paola Zedda
Curatrice ed esperta di performance art, danza e arti visive, rivolge la sua ricerca ai linguaggi di confine tra arte contemporanea, danza, performance e cinema. Ha lavorato come assistente e organizzatrice per oltre un decennio nelle produzioni della Compagnia Enzo Cosimi e come performer indipendente ha ottenuto importanti riconoscimenti quali la Menzione Speciale del Premio Equilibrio 2009. Dal 2011 cura e dirige festival e manifestazioni legate ai linguaggi del contemporaneo (Istantanee – visioni di danza e performance, Across Asia Film Festival, Across the vision FIlm Festival), collaborando con prestigiose istituzioni tra cui MAXXI – Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo, Musei Civici di Cagliari, Hanoi Doc LAb – Goethe Institut. Nel 2015 ha diretto il programma artistico di Cagliari Capitale Italiana della Cultura (MiBACT, Comune di Cagliari) e il programma di arte pubblica Space is the Place.