Leoni pochissimo ruggenti per la Biennale Danza a Venezia

Sono stati annunciati i Leoni per la Danza della prossima Biennale di Venezia. Quello d’oro, alla carriera, andrà alla carismatica danzatrice e coreografa franco-senegalese Germaine Acogny, mentre quello d’argento alla danzatrice e coreografa nord-irlandese Oona Doherty. Ma le buone intenzioni con scelte modeste hanno la forza di una gita in gondola.

Oona Doherty. Photo © Luca Truffarelli
Oona Doherty. Photo © Luca Truffarelli

Dopo aver sprecato ben quattro anni, e tanti soldi, con una direzione vistosamente incapace di alcun progetto curatoriale (Marie Chouinard non solo non ha messo piede una sola volta in un teatro italiano per vedere una performance di danza, ma all’ultima programmazione della ‘sua’ Biennale, con titoli strampalati e derisori e fuori controllo, manco lei si è presentata), è naturale che il mondo della danza (e si intende soprattutto performer, interpreti e creatori) del nostro Paese si aspetti moltissimo da questa nuova direzione quadriennale di Wayne McGregor. Non si può più sbagliare. Né voltare la faccia dall’altra parte: il settore delle arti performative italiane è talmente in crisi, di visibilità, di sistema, di strutture e di investimenti produttivi, a causa soprattutto della recente pandemia, che il più importante (e più bello) e da noi più finanziato festival di danza contemporanea non potrà sottrarsi al suo ruolo guida, per una ripresa capace di futuro e di visione, non solo di numeri.

I LEONI PER LA DANZA

Se la scelta del nuovo direttore artistico del settore Danza è stata quantomeno bizzarra ‒ chiamare in pieno trauma Brexit un artista che di quella cultura è un’estensione se non proprio (e lo verificheremo presto) il prodotto ‒, la designazione dei Leoni d’oro e d’argento fatta dal nuovo direttore sembra invece scelta assai modesta, contenuta, corretta il giusto per non disturbare (né poi in fondo interessare) nessuno.
Il Leone d’oro Germaine Acogny è una potente interprete della scena coreografica africana contemporanea, con la sua scuola e compagnia Jant-bi, fondata nel 1995 in Senegal come uno dei maggiori centri propulsivi della danza contemporanea per danzatori e coreografi da tutta l’Africa e dal resto del mondo. Il Leone d’argento Oona Doherty è invece “ispirata dalla cultura club e da una danza fuori dalle regole”, secondo la motivazione del direttore McGregor. “Doherty ha affinato la sua arte per tentativi, con un approccio creativo poco ortodosso, senza filtri e coraggioso. Significativo nel suo lavoro è come riesca a raggiungere e parlare a quanti di solito non vanno a teatro. La sua danza comunica superando confini e generazioni, va dritta al cuore come una freccia”.
Ma in questo caso non conta tanto la modestia delle scelte (sempre giuste perché un premio non lo si può negare a nessuno), ma conta soprattutto l’aspetto più politico del disconoscimento di coloro che qualcosa nella storia presente di quest’arte hanno invece cambiato. E penso soprattutto alle carriere pluridecennali di coreografi capaci anche di rispondere in termini generativi ai tempi pandemici di oggi, come ad esempio Alonzo King o Bill T. Jones. Senza contare poi la candidatura di Virgilio Sieni, che proprio dalla sua direzione di Biennale Danza (l’unica per ora italiana, in così tanti anni) ha costruito un inedito progetto visionario sulla città che poi si è tradotto e disseminato in pratiche di vita diffusa nei corpi danzanti di tutti. Tanta indifferenza e inconsapevolezza sono robe da provincia dell’Impero.

Germaine Acogny, Toubab Diallaw, 2012
Germaine Acogny, Toubab Diallaw, 2012

IL PROGETTO DI MCGREGOR

Per lo spazio della formazione che negli ultimi anni ha progressivamente guadagnato un’identità credibile e autonoma (ma non si potrebbe ora cambiare quell’orribile e mortificante nome, college, pseudoelitario e neodemocristiano?), a quel che si intuisce, McGregor importerà a Venezia quel che già fa con il suo Studio a Londra, personale completo al seguito, assecondando così una visione, oggi sconfitta, della città turistica e solo da predare. Ma con una proposta produttiva apparentemente molto ambiziosa (tante brevi nuove produzioni realizzate però in poco tempo come in una catena di montaggio) che non potrebbe essere meno interessante di così. Per la programmazione del festival una quota di presenze italiane forse gli verrà suggerita, ed è il modo più impietoso di affrontare la questione. Programmi senza cura né visioni per la vita che dovrebbe invece nascere sul territorio e fecondare e sostenere, partecipandovi, quel che attorno vi accade.

LE CRITICHE ALLA BIENNALE

La precedente presidenza di Biennale è stata lunga, infinitamente lunga, dunque alla fine inevitabilmente miope, perché senza ricambio, autoritaria, verticistica, secondo una politica del doppio ascensore: uno diretto solo ai piani alti, l’altro per gli altri che invece possono aspettare. E non è proprio la più splendida allegoria per una istituzione che si vorrebbe orizzontale. Ma questa doppia velocità, impermeabile a ogni critica, che produce una mediocrazia contro il merito, che svicola ogni processo valutativo perché reso impossibile da regole autogeneranti e inconciliabili disparità remunerative, ha generato per la danza almeno due enormi guasti culturali: da una parte la scelta (ed è ancora condanna quadriennale) dell’internazionalità a ogni costo, che si trasforma sempre poi facilmente in un’operazione di colonizzazione quando programmi egoriferiti sostituiscono ogni progettualità curatoriale (e fa ancora così tanto Novecento: è davvero risibile pensare oggi e poi nel post pandemia, a una Biennale staccata, lontana dal suo territorio, incapace di dialogo ma solo di incasso). Dall’altra, l’ottusa superstizione nei confronti di candidature italiane per la direzione artistica del settore Danza (i nomi possibili sono molti, moltissimi, troppi, si rassegni la critica infelice, non vi può essere dunque alcun alibi ed è imbarazzante soltanto scriverlo) mostra soltanto la paura di non poterli gestire, perché capendone qualcosa di contemporaneo magari farebbero un poco di resistenza a un sistema chiuso e intrappolato nei suoi labirinti, e dentro ai quali, in fondo in fondo, fa comodo assai che la danza resti quel poco-poco-anzi-pochissimo che a loro hanno sempre colpevolmente raccontato dover essere. Ma che invece proprio-proprio non è.

Stefano Tomassini

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AutoreWayne McGregor
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Stefano Tomassini
Stefano Tomassini insegna Coreografia (studi, pratiche, estetiche), Drammaturgia (forme e pratiche) e Teorie della performance all’Università IUAV di Venezia. Si è occupato di Enzo Cosimi, degli scritti coreosofici di Aurel M. Milloss, di Ted Shawn e di librettistica per la danza. Nel 2018 ha pubblicato la monografia "Tempo fermo. Danza e performance alla prova dell'impossibile" (Scalpendi) e, più di recente, con lo stesso editore, "Tempo perso. Danza e coreografia dello stare fermi".